Le recenti invettive post-referendarie di Chicco Testa e Vittorio Zucconi contro l’elettorato meridionale non rappresentano una novità nei quadri concettuali e ideologici di certa sinistra. Appartiene, al contrario, a una cultura innestatasi in Italia nel cuore dell’Ottocento, parallelamente allo sviluppo delle teorie positiviste e socialiste.
Caposcuola di tale corrente fu l’antropologo Cesare Lombroso, che, in sintesi, elaborò un’equazione tra l’indole criminale e l’identità genetica, riferendosi anche agli italiani del Meridione. A proseguirne le tracce furono poi alcuni pseudoscienziati, come Sergi e Niceforo, siciliani doc, quest’ultimo talmente ammantato di rancore verso i suoi conterranei da arrivare persino a dire che «la razza maledetta, che popola tutta la Sardegna, la Sicilia e il mezzogiorno d’Italia dovrebbe essere trattata ugualmente col ferro e col fuoco – dannata alla morte come le razze inferiori dell’Africa, dell’Australia, ecc.» soffiando, quindi, sul fuoco annientatore acceso a Sud dai vari Cialdini e dalla dinastia unificatrice.
Un magma culturale che investì tutto il mondo socialista settentrionale di fine secolo. Gli stessi sindacalisti  dell’Emilia-Romagna  traevano vanto da tali teorie discriminatrici per giustificare il successo della formula cooperativistica o della mezzadria, a dispetto di un Meridione che arrancava perennemente nell’arretratezza del latifondo. Ma sappiamo bene che, ad onta di questa deformante visione, il diaframma nord-sud scaturisce più da ragioni storiche che di natura etnica. Non fosse altro che gli stessi veneti, depauperati dalle conseguenze del riassestamento nazionale postunitario, furono i primi ad infoltire le liste dell’emigrazione verso le Americhe.  
Giunse poi Gramsci ad interrompere parzialmente tale tendenza:  col suo marxismo in odore di antipositivismo innucleò le genti meridionali nel suo velleitario progetto di rivoluzione.

Un altro ex-socialista, Mussolini, pur germinato dalle plaghe contadine romagnole, pose fine materialmente alla questione meridionale e tagliò corto sul problema declamando “un’ Italia unica grande famiglia senza figli e figliastri”. Così, valorizzò le risorse umane potenziando l’agroalimentare e dinamizzando l’economia meridionale in osmosi (e non in conflitto) col comparto produttivo centro-settentrionale.
Con gli eventi successivi, tali illusioni finirono e il Sud ripiombò in balia dei suoi fantasmi. L’antimeridionalismo della sinistra non si assopisce per nulla e riaffiora dagli anfratti del retro pensiero, alla stregua di un fiume carsico, nel primo decennio postbellico, con i solenni rimandi al “vento del nord” partigiano, mito ripetutamente rievocato qualche decennio più tardi da Bossi, altra propaggine della sinistra. L’ennesimo filone da cui comunisti e socialisti approvvigionano assieme al mito dell’industria pesante e dell’operaismo urbanizzato progressista come avanguardia, al cospetto di un Sud che arranca nella “reazione” (le rivolte sociali di Battipaglia e Reggio derubricate dai compagni a semplici rigurgiti di fascismo).
Va detto che la leva psicologica per smuovere masse di contadini e “deportarle” al Settentrion, è consistita proprio nell’idea di innestare nei meridionali una sorta di  complesso di inferiorità verso i connazionali, più “bravi e fortunati”, del nord (mito che perdura e diffusamente).


Tutto ciò  trova logico sfiatatoio nelle sortite attuali di qualche esponente radical-chic, avvezzo come sempre ad analisi discutibili e capziose.
Zucconi (nomen omen) addebita “pigrizia mentale” ai meridionali alla base della netta prevalenza del No nell’ultima consultazione referendaria. Pigrizia mentale, in verità, di un Sud, con tutti i pregi e difetti, ancora immune dagli altisonanti echi culturali che fanno pendant col nuovo “verbum” globalizzante.
Un sud colpevole, a loro dire, di non metabolizzare omosessualismo e  gender, dottrine le quali, non per nulla, trovano in vaste sacche del suo territorio una valida diga di sbarramento.
Un sud “liberato” da questi residui tradizionalisti appagherebbe i desideri di Zucconi e di tutta la ciurma intellettuale che ne correda il pensiero. E sta qui la ragione di fondo della loro ovattata idiosincrasia.  
Insomma, l’onda lunga lombrosiana, questa  catena interminabile del disprezzo antimeridionale, incardina tuttora le sue frequenze, negli abili prestigiatori del pensiero unico “liberal” e mondialista.