Sabato mattina, paesino di provincia, Nord Italia ma non troppo profondo. Immancabile coda alla posta.

Incontro M., un amico di famiglia, una brava persona. Tra i 50 e i 60 anni, un uomo che passa il tempo fra il lavoro di operaio e i compiti di assessore comunale, che qui sono quasi a vita. In questa piccola realtà, il Partito Comunista è ancora “Il Partito” e, soprattutto per gli anziani, poco importa se nel frattempo abbia cambiato nome e di comunista non abbia più nulla; qui non si va troppo per il sottile e, se si cerca bene in qualche frazione, le Case del Popolo ancora non mancano.

Iniziamo a parlare; di tempo ce n’é. Mi dice “Non ti ho più visto in paese, e neppure alla Festa dell’Unità” (che qui è l’unico evento dell’anno e catalizza chiunque per l’elevata qualità dei ravioli…).

Sorrido, e gli dico “Eh sai, lavoro fuori, ormai sono anni, ma qualche volta torno. E qui come vanno le cose? Avete tante grane in Comune?”.
E qui, va detto, di grane ne hanno abbastanza. Sono abituato al solito elenco: le frane, gli incidenti, certi lavori che dureranno ancora 10 anni, un campo nomadi in cui ogni tanto si trova qualche stereo rubato. In effetti, l’elenco inizia così, ma poi continua in modo inaspettato.

E poi ci sono i migranti. Ne hanno messi quattro a L., e addirittura cinquanta a P.”, dice M., intristito. Sono davvero sorpreso, perché non se ne è parlato da nessuna parte. Migranti in frazioni di cento abitanti? E che faranno mai abbarbicati lassù?

Non riesco a trattenermi e – un po’ anche ad uso e consumo del pubblico di pensionati e adolescenti che vanno a ricaricare la PostePay – inizio a dirgli che in effetti è un problema, che dovrebbero sorvegliarli, e che forse in Comune avrebbero dovuto rifiutarli. Un peccato che in Italia non sia ancora abbastanza diffuso un sentimento identitario, come invece altrove: gli cito come esempio l’Ungheria.

Però M. – molto garbatamente – mi fa capire che non la pensa così. “Per fortuna che qui questo sentimento non c’è”, mi dice. “È una guerra tra poveri, loro scappano dalle guerre, ma noi dove li mettiamo? Capisci che è un problema, qui abbiamo due vigili urbani, e lo dobbiamo mandare a sorvegliare i cantieri [di una nota opera pubblica molto controversa, n.d.r.]”.

Mentre il buon M. mi dipinge l’immagine santificata del migrante modello, tutto guerre, gommoni e pestilenze, io penso ai quartieri musulmani di Milano, all’arroganza dei ben pasciuti giovanottoni neri e a mille altri quadri idilliaci che, però, evito di descrivergli. Anche perché, ormai, la coda alla posta è diventata un ottimo pretesto per capire quanto l’uomo di sinistra medio – quello in buona fede, vecchia maniera, da paese, non da salotto – sia sensibile ai temi dell’immigrazione selvaggia e dell’identità nazionale.

A sorpresa, l’assessore comunale di provincia – brava persona, ma non esattamente un fine teorico – mi cita l’insegnamento tradizionale del marxismo ortodosso: la “guerra tra poveri”, mi dice, è organizzata dalle “grandi aziende, che hanno capito che facendo venire i poveri qui hanno operai a basso costo, senza dover trasferire le fabbriche in altri paesi… Nell’est, in Cina… e così è tutto uno sfruttamento”.

Sono sicuro – da come ne parla, da come mi guarda – che questo sia davvero il suo pensiero. Non vi è intenzione di nascondere qualcosa, nelle sue parole. Solo una totale solidarietà coi “poveri lavoratori migranti” che il “capitale” sfrutterà un domani.

Ammettiamolo, questo non è del tutto sbagliato; ma è un pensiero incompleto. E glielo dico. “Hai ragione, M., ma secondo te non c’è altro? Non c’è un altro problema?”, gli chiedo. Voglio vedere se davvero non pensi che ci sia altro. Ma dal suo sguardo interrogativo,  si capisce che proprio non gli viene in mente nulla.

Gli parlo dell’identità nazionale. Dell’afflusso incontrollato di popolazioni diversissime e prolifiche che sbarcano incessantemente sulle nostre coste. Di un Paese di anziani pensionati sotto i colpi di popoli giovani e arroganti. Dell’Islam. Del fatto che nelle nostre scuole di periferia ci sono già cartelli bilingue in italiano e arabo. “Capisci, M.? Il problema non è solo economico. È che qui ci stanno sostituendo, ci stanno togliendo identità e futuro. Ed è un programma organizzato, non uno fenomeno naturale. Prendi un italiano, che ha 75 anni, e lo confronti con un africano che ne ha 20. Tra vent’anni, dei due chi ci sarà?”.

M. mi ascolta, e vedo il dubbio – incredibile! – passargli per un momento nello sguardo. Inizia anche a dirmi “Sì, e poi ci sono gli Italiani che non hanno la casa e arrivano i migranti e vanno subito in graduatoria”. Una signora che lo conosce si gira, abbastanza esterrefatta.

Ma poi, decenni di indottrinamento marxista prendono il sopravvento. Forse si chiede perché mi vengano in mente certe cose. In cuor suo si sta dicendo che “cose così non andrebbero pure pensate… Sono pensieri da destra, e la destra è quella brutta cosa che i padri e i nonni di tutti qui in paese hanno combattuto in montagna. Cos’è l’identità nazionale? È sabato mattina, mah, devo comprare il pane. Non mi sembra una priorità questa roba astratta”.

E quindi M., sempre tranquillamente, mi sorride: forse ha capito, avrò voluto dire che bisogna integrare i migranti. “Eh sì, i migranti non andrebbero messi nei centri d’accoglienza, da soli…vanno aiutati, inseriti, integrati, così la società li può accogliere, non in massa, ma a piccoli numeri”. È il mio turno. Lo saluto; ad agosto ci vediamo, vengo e mangiamo i ravioli. Saluti in famiglia.

Ma dentro di me, continuo a pensare a quello che ci siamo detti. Mi stupisce che ad una sensibilità totale per i temi economici e “di classe” abbia corrisposto, nel mio interlocutore, una altrettanto assoluta cecità rispetto a tutto ciò che è identità, tradizione, appartenenza ad un territorio e ad una cultura.

E allora, forse per la prima volta in vita mia, capisco davvero come la contrapposizione della nostra gente in schieramenti opposti sia dovuta a preconcetti radicati, a tabù ideologici che dividono, rendono impossibile il dialogo, arroccano anche persone di ingegno ed onestà indubitabili su posizioni anacronistiche e parziali.

Il pensiero della “lotta di classe”, che già tanto male ha causato nel secolo e mezzo che ci precede, rifiorisce ora con attori (parzialmente) diversi: il capitale, il migrante. E si tratta di un pensiero che non conosce flessibilità, che continua ad ignorare completamente gli effetti ultimi di questa grande ondata migratoria del nostro tempo: la Grande Sostituzione, la consapevole eliminazione di ogni peculiarità e differenza qualitativa fra individui e popoli.

E il risultato ultimo, M. non me ne voglia a male, non sarà soltanto il nuovo colore degli operai in fabbrica. Sarà l’abbrutimento di paesi e periferie, l’imposizione di culture estranee e violente, l’oblio sulle nostre tradizioni. Saranno le chiese vuote, le festività abolite, trasformate in shopping compulsivo o in orgia turistica, la morte sociale delle genti d’Europa. Il giorno in cui anche il marxista più incallito si renderà conto di tutto questo, ci sarà davvero speranza per l’Italia e per il nostro continente.

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