Ieri, cadeva l’anniversario della dissoluzione dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS), meglio nota come Unione Sovietica, avvenuta il 26 dicembre 1991 al termine di un lungo processo che portò alla nascita della Comunità degli Stati Indipendenti (CSI) e alla fine della Guerra Fredda.

Ordine Futuro ha celebrato questa data, simbolica ma di portata epocale, con un post sui propri account dei social network Facebook e Instagram:

26 dicembre 1991: esattamente 25 anni fa, oggi, veniva formalizzata la dissoluzione dell’Unione Sovietica. Aveva così fine lo stato che, più di ogni altro, aveva causato guerra, fame, carestie, ingiustizia sociale, corruzione, processi sommari, oppressione, intolleranza e barbarie.

Questo post ha scatenato alcune polemiche e contestazioni da parte di molte persone, anche provenienti dall’ambiente della cosiddetta “Destra radicale”. Chi imputa alla testata di dimenticare le “note positive” del modello sovietico, come la “piena occupazione” e la distribuzione garantita di beni di prima necessità alla popolazione nella sua interezza, si accompagna a chi, noncurante delle decine di articoli e interventi comprovanti l’esatto contrario, si è lasciato andare a ben poco celate accuse di essere filo-USA, filo-UE, filo-NATO, e chi ne ha più ne metta.

Pur non essendone l’autore, rivendico e difendo con tutta tranquillità ogni virgola, comprensiva di forma e contenuto, di questo breve intervento.

Fatico a capire per quale motivo l’unico fronte identitario e sovranista, che spesso si invoca per combattere gli effetti maligni della globalizzazione sui popoli e sulle loro identità, dovrebbe rimpiangere il modello che primo tra tutti rappresentò un super-stato violento e oppressivo, che, in nome di una stupida utopia e di un’ideologia delirante, cercò di cancellare tutte le tradizioni, tutte le religioni, tutte le culture e tutte le identità.

Fatico a capire come chi per decenni ha disprezzato bandiere, religioni e nazioni possa essere, oggi, proposto come la soluzione, il modello alternativo da opporre alla tecnocrazia europea e al mondo unipolare a trazione statunitense.

E fatico a capire quale rimpianto possa avere l’Europa (o un qualsiasi europeo) per quello che è stato uno dei due poli (non il solo, certamente, ma uno dei due) che la hanno mantenuta a sovranità limitata per l’intera durata della Guerra Fredda e che hanno indotto il processo denominato “decolonizzazione”, i cui nefasti effetti vediamo oggi nel disastro in cui è sprofondato quasi per intero il continente africano.

Ci viene detto che il 26 dicembre 1991 sia stato una pessima data per la Russia e per la storia mondiale, adducendo come prova il disastro delle privatizzazioni sotto Eltsin e la difficoltà, oggi, nel proporre un credibile modello di organizzazione sociale alternativo al liberal-capitalismo. Ed effettivamente, a distanza di 25 anni dalla fine dell’URSS, alcuni sondaggi hanno segnalato che la maggioranza dei russi rimpiange il periodo sovietico. Ovviamente, se vera, questa opinione è del tutto legittima e nessuno ha interesse a dire ai russi come devono governarsi.

Sarebbe interessante, tuttavia, fare lo stesso sondaggio in paesi come la Polonia, l’Ungheria e la Repubblica Ceca. Si potrebbe chiedere, ad esempio, se rimpiangono quel Patto di Varsavia che portò i carri armati sovietici a Budapest nel 1956 e Jan Palach a darsi fuoco in piazza Venceslao a Praga nel 1968. Queste nazioni europee hanno subito per decenni il giogo sovietico e la cancellazione della loro identità e hanno provato sulla loro pelle il dominio comunista sulla parte orientale dell’Europa. Dominio che i “compagni” nostrani – da sempre in stragrande maggioranza totalmente allergici alle logiche rossobrune e ai patti Molotov-Ribbentrop fuori tempo massimo – si auguravano si potesse estendere a tutta l’Europa occidentale, “liberandola” dal male capitalista, e anche da tutti i giovani militanti del MSI e degli altri movimenti extraparlamentari “di destra”.

Se qualcosa accomunava le variegate sigle comuniste degli anni ’60 e ’70, era proprio la convinzione che ai “fascisti” non bastava sprangarli sotto casa, come al 17enne militante missino Sergio Ramelli, ma sarebbero serviti anche i carri armati sovietici, che avrebbero fatto piazza pulita, in vista dell’arrivo del “sol dell’avvenire”.

Si dirà che tutto questo appartiene al passato, che oggi la sfida è un’altra, che i tempi sono cambiati, e questo è indubbiamente vero. Sono talmente cambiati che il comunismo è imploso su se stesso, nella fine triste e patetica di un’ideologia decaduta a puro orpello estetico per dittatori da operetta come Kim Jong-un, o a collante ideale per tenere a galla quel che resta della potente famiglia Castro, ora che il “compagno Fidel” è morto ed è assurto a icona pop delle testate e dei politici progressisti di tutto il mondo.

La Russia ha intrapreso la sua strada, come tutti sanno. Non ha rinnegato il passato sovietico e ha fermato sul nascere il saccheggio delle proprie aziende pubbliche e delle sue risorse naturali grazie all’emergere della figura di Vladimir Putin, costruendo un modello di Stato che difende la propria identità culturale, religiosa e tradizionale (l’esatto contrario dell’esperienza sovietica), nonostante lo stato d’assedio recentemente impostole dalle scellerate politiche del duo Obama-Clinton in Ucraina e Siria. Soprattutto grazie alla Russia di Putin, quel mondo unipolare a trazione americana, se mai è esistito, è durato pochissimo.

Spiacenti, dunque, ma non ci viene proprio da rimpiangere l’URSS. Il comunismo ha fatto la sua storia, e dalla storia è stato sconfitto ed espulso. Entrare nel merito sulla sua presunta efficienza nella distribuzione delle risorse alimentari è compito degli storici; quel che è certo, è che il suo tempo è concluso. Oggi, lo scontro che si profila per il XXI secolo vede contrapposti globalisti e sovranisti, globalizzazione e identità, mondialismo e sovranità. Per il socialismo reale e per i suoi sogni distopici, non c’è più spazio; i suoi nostalgici scelgano in quale campo vogliono stare. Paolo Gentiloni, Chicco Testa e Giorgio Napolitano, ad esempio, lo hanno fatto. Non è che avranno visto una continuità di qualche tipo tra la difesa a oltranza dell’attuale assetto europeo e la tanto amata URSS?