Ragionando sui rischi di una paventata sostituzione etnica in Italia, ci si sofferma sovente sulla perdita delle peculiarità culturali ed etniche del nostro popolo. Molto meno si focalizza l’attenzione su un aspetto per nulla marginale e che ha contrassegnato il tipo italiano da oltre venti secoli a questa parte: le sue capacità, la sua intelligenza e la sua indole creativa.

Queste virtù psicoattitudinali, senza offesa per alcuno, non escono dai bussolotti di una lotteria, né possono relazionarsi ad un fattore di casualità. Il tipo italiano – è risaputo – scaturisce da un amalgama congeniale di popoli e civiltà, aventi ciascuno precise qualità e una particolare disposizione dell’animo. In sintesi, si materializzava la sovrapposizione  del patriarcato guerriero indoeuropeo sul matriarcato agricolo e pacifico mediterraneo.

Dopo l’apporto “nordico” postumo  al  declino dell’Impero Romano, segnatamente decisivo nella definizione delle future aristocrazie cristiano-guerriere della penisola, la “gens italica” cominciò ad acquisire, pur nelle  molteplici sfumature etno-regionali, una sua fisionomia definitiva, che avrebbe dato luogo all’italianità ben nota a tutti, scaturendo da essa il carattere, il modo di porsi, l’inclinazione culturale, i pregi (ed anche i difetti) di tale nazione.
Un cliché identitario, in grado di offrire all’umanità, tuttora, grandi intelligenze ed autentici portenti… al punto da indurre ‘qualcuno’ a configurarci come «un popolo di poeti di artisti di eroi / di santi di pensatori di scienziati / di navigatori di trasmigratori».

Da alcuni decenni, l’Italia, come tutta l’ecumene europea, patisce gli urti di un’ondata migratoria che non ha eguali nella storia e che comporta l’afflusso, in parvenza pacifico, di genti “allogene”, estremamente avulse dal nostro contesto etnico, storico e culturale. Mentre il crogiuolo originario alla base del ceppo italico, menzionato poco sopra, si rese  possibile grazie ad innegabili fattori di comunanza e di compatibilità, è del tutto evidente che un ipotetico nuovo miscuglio interetnico implicherebbe lo svaporamento progressivo della nostra identità, surrogata, per riflesso, da una tipologia umana assai difforme da quella antecedente.

Va considerata altresì, anche per ovvie ragioni demografiche, la possibile supremazia della componente allogena su quella autoctona. In tal caso, di quest’ultima rimarrebbero solo le briciole.

Lungi da noi spingersi verso improponibili derive superomistiche e faustiane, ma i presagi spengleriani di un crepuscolo di civiltà, essendo la “kultur” di un popolo inoppugnabilmente coniugata alla sua identità fisica ed al rispettivo paesaggio circostante, hanno nell’attuale sfiguramento etnico il loro logico punto d’approdo.  

Battiato, in una della sue performance canore, cantava: “la fantasia dei popoli che è giunta fino a noi non viene dalle stelle.” Ebbene, agli Italiani, al netto delle tare caratteriali, sono stati sempre attribuiti una grande intelligenza ed un innato acume creativo. L’essere, con i tedeschi, tra i primi dieci popoli nella graduatoria planetaria del QI (quoziente intellettivo), conferma tale dato di fatto.

Svettano gli asiatici: intelligentissimi, vero, ma meno creativi  e più abili nel mutuare dagli altri.
Il grosso dell’immigrazione che subiamo proviene, al contrario, da paesi meno dotati sul piano intellettivo (naturalmente, sono considerazioni scaturibili dalla media, che non valgono certo per tutti i possibili singoli casi e che contemplano eccezioni) e questo implica una riflessione sul nostro avvenire come stirpe e come nazione. 

Potremo più annoverare dei nuovi Dante, Leonardo, san Tommaso, Raffaello, Michelangelo, Volta, Verdi, Bellini, Marconi, Meucci, una volta che la cifra qualitativa propria dell’homo italicus subisse un deciso snaturamento, a causa dell’attuale tsunami migratorio?  La risposta è implicita, non foss’altro perché gli estremo-orientali, ad esempio, possono vantare una salda integrità preservata nei millenni, in luogo di quelle realtà storiche, invece, dove le crisi ripiombano per effetto delle loro deformanti  e traumatiche mescolanze.

 Più che di un genocidio, sarebbe lecito parlare di “geniocidio”: evenienza che i governanti di un’Italia sempre più narcotizzata da stupidi miti egualitari e cosmopoliti ignorano nella loro inguaribile noncuranza. Tanti “giovani cervelli”, oggi, vengono  lasciati espatriare per rinfoltire  i comparti scientifici ed economici di altre nazioni. Nuove leve, in grado di incarnare il meglio di una Nazione, ma che, in un futuro non tanto remoto, si farà “tabula rasa” e senza possibile rifioritura, se malauguratamente dovessero prevalere  le fisime “kalergiche” di una Boldrini, di un D’Alema e di tutto il delinquenziale parterre radical chic di casa nostra.

“Carpent tua poma nepotes” (Virgilio)

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