Ci sono storie, miti, leggende che spesso faticano ad entrare nella ristretta cerchia della storiografia ufficiale, ma che conservano intatte per secoli il loro fascino, radicandosi nei luoghi e nei territori più inimmaginabili. Una di queste arriva dal paese di cui sono originario, Faleria, una piccola comunità del basso viterbese, involontario teatro di un grande evento della storia europea, con un suo assoluto protagonista, Ottone III.

Nato nel 980 nella foresta regia di Ketil, a soli tre anni viene nominato re di Germania e d’Italia a Verona, prima dell’incoronazione ufficiale avvenuta nella capitale Aquisgrana durante la notte di Natale. Il 7 dicembre, infatti, era deceduto a Roma il padre Ottone II, unico imperatore germanico sepolto nell’atrio di San Pietro e i cui resti si trovano tuttora nelle Grotte Vaticane. Con la maggiore età, nel febbraio del 996, si appresta a scendere in Italia, quando è raggiunto dalla notizia della morte del Pontefice Giovanni XV. E’ un momento decisivo, perché viene eletto Papa, con il nome di Gregorio V, Bruno di Carinzia, suo cugino di soli ventiquattro anni, che lo incoronerà imperatore a Roma il 21 maggio del 996.

E’ proprio a partire da questo stretto legame che prenderà vita il mito, mai tramontato, di una “renovatio romana”, all’insegna della collaborazione tra trono e altare per riportare la Città Eterna al suo ruolo di guida politica e spirituale mondiale. In un diploma rilasciato nell’estate dell’anno 1000, il giovane imperatore dichiarava, infatti, solennemente: “Professiamo che Roma è la capitale del mondo. Attestiamo che la Chiesa romana è la madre di tutte le chiese”.

Si fa costruire un palazzo, probabilmente sul colle Palatino, ed inizia una profonda opera di ristrutturazione all’interno della sua stessa corte; ripristina le antiche cariche e gli antichi titoli greci e latini (Logotetheta, Magister Militum, Prefectus Urbis), introducendo nel 998 la nuova bolla imperiale di piombo, con la personificazione di Roma Armata e l’iscrizione “Renovatio Imperii Romanorum”. Continua a perseguire con decisione il suo progetto di un grande impero romano-cristiano, traendo nuova linfa dalla nomina a Pontefice, nel 999, del suo maestro personale Gerberto d’Aurillac, con il nome non casuale di Silvestro II. Se, infatti, Ottone si proponeva con la sua opera di rinnovare le gesta del primo imperatore cristiano Costantino, Gerberto aspirava ad ereditare quel ruolo di guida e di consigliere che appartenne proprio a Papa Silvestro (tutta la tradizione medievale attestava la sua importanza nella conversione dell’imperatore Costantino).

Dopo oltre un anno di pellegrinaggi e l’accoglienza trionfale nella città di Ratisbona, torna a Roma nell’estate dell’anno 1000, ma a seguito della repressione di una rivolta scoppiata a Tivoli, il 20 gennaio esplode la ribellione del popolo romano, capeggiata dal prefectus navalis Gregorio di Tuscolo. La città che aveva tanto amato, che sognava di riportare all’antica grandezza, gli era improvvisamente contro; le parole pronunciate dall’imperatore nelle ore precedenti la sua partenza sintetizzano, splendidamente, tutta la sua grandezza e l’inevitabile amarezza: “Non siete più i miei Romani? Eppure a causa vostra ho lasciato la mia patria, la mia famiglia, per amor vostro ho trascurato i miei Sassoni, tutti i miei Tedeschi, il sangue mio. Voi, vi ho condotto fino alle più lontane regioni dell’Impero, in luoghi in cui i vostri padri, quando dominavano il mondo, non misero mai piede. E perché l’avrei fatto, se non per portare la vostra gloria ai confini del mondo? Vi ho adottato come miei figli, vi ho preferito a tutti gli altri; per causa vostra, per risollevare le vostre sorti, ho suscitato contro di me odi e gelosie. E voi, in cambio di tutto ciò, avete respinto il vostro padre, avete fatto morire i miei famigliari di una morte crudele, mi avete escluso…”

Da questo momento, cercherà con tutte le sue forze di riconquistare quella città al cui servizio aveva sacrificato tutta la sua esistenza. Ma proprio quando il sogno sembra potersi realizzare, la morte lo coglie inaspettato. Accampato nel castello di Paterno (nell’attuale comune di Faleria), presso la città detta Castellana (odierna Civitacastellana), in attesa dei primi contingenti delle armate tedesche giunte in suo aiuto, si spegne a soli ventidue anni, il 23 gennaio del 1002, stremato da una malattia probabilmente contratta nelle paludi di Ravenna (morbus italicus).

Così descriveva la sua morte Bruno di Querfurt: “In quel tempo dell’inverno muore, ahimè, senza figli, il pio Ottone; è morto quando nessuno se lo attendeva, il grande imperatore, in un piccolo castello. Mentre giaceva moribondo, la confessione delle sue colpe cancellò i peccati della giovinezza e rese la sua anima più bianca della neve. Spirò nella misericordia sempre sperata del Signore, ma per le sue opere e le sue buone intenzioni crediamo che Ottone è vivo, Ottone è per sempre servo dei Santi, figlio degli Angeli, nel Paradiso di Dio”.

Si chiudeva così in un piccolo castello, non lontano dalla Città Eterna, la breve vita di un grande imperatore, di un tedesco capace di capire Roma più dei suoi abitanti, di un sincero ammiratore ed erede di quel Carlo Magno di cui cercò invano di imitare  progetti ed imprese. Il suo sogno, però, non si spegneva tra quelle mura, ma continuerà a vivere ed alimentarsi per secoli tra tutti coloro che sogneranno la rinascita di Roma e dell’Europa, da Federico II e Carlo V agli ultimi difensori di Berlino, fino a noi!