In alcune recenti pubblicazioni di questa rivista dedicate all’America del Sud, si era accennato al risorgere di tendenze indigeniste che, in diversa misura, interessavano tutto il subcontinente.

In particolare, si era osservato che nei territori patagonici di Cile ed Argentina diverse comunità indiane, soprattutto quelle appartenenti all’etnia degli Araucanos – chiamati anche Mapuches – rivendicano restituzioni di terre “ancestralmente” possedute dai loro avi e riconoscimenti di autonomia politico-amministrativa.

E’ il caso di richiamare, sia pur in sintesi, per avere una visione completa, alcune circostanze di cui già demmo conto: la sede inglese – Bristol – della ONG che cura gl’interessi della comunità Mapuche (britannici i diciassette/diciottesimi del suo direttivo); la sostanziale “indefención” (parola intraducibile in italiano, ma che rende perfettamente l’idea) degli estesi territori patagonici dell’Argentina, le cui classi dirigenti degli ultimi tre decenni hanno  provveduto a smantellarne l’esercito, sguarnendolo moralmente (anche attraverso campagne di criminalizzazione) prima ancora che materialmente; la ricchezza di quelle terre ancora in gran parte non sfruttate (gas, petrolio, acqua, uranio, metalli preziosi); non da ultimo, l’importanza geopolitica di quella “daga puntata sull’Antartide” (come Kissinger definì il c.d. Cono Sur) che sfida la presenza della marina di Sua Maestà britannica nelle isole dell’Atlantico meridionale.

In questi ultimi tempi, alcune componenti di quelle comunità si stanno rendendo protagoniste di una pericolosa escalation di violenza: da iniziali blocchi stradali ed occupazioni illegali di terre si è arrivati a sistematici sabotaggi di linee ferroviarie, appiccamento d’incendi, depredazioni e rapine con uso di armi da fuoco, fino a casi di omicidio. In Cile, questa realtà sussiste da diversi anni e ha portato il governo di Santiago ad intensificare i controlli ed a rafforzare i propri presìdi nei territori minacciati.

Poche settimane fa, esattamente nel quarto anniversario della morte di due coniugi bruciati vivi a seguito d’un incendio doloso attribuito ad elementi della comunità degli Araucanos, quattro camion appartenenti ad una compagnia privata cilena sono stati attaccati da persone armate ed incappucciate che, dopo aver fatto scendere gli autisti, hanno dato fuoco ai mezzi. Il fatto è stato rivendicato dal C.A.M. (Coordinadora Arauco-Malleco). Negli stessi giorni, un incendio volontario ad un’abitazione posta in una zona reclamata dai Mapuches ha causato la morte di un operaio che vi stava lavorando. Solo pochi giorni fa, a completare il  quadro, alcune squadre di pompieri chiamate a domare incendi sviluppatisi a macchia d’olio nel sud del paese, alcuni dei quali certamente dolosi (sono state recuperate micce e latte di benzina nei paraggi), sono stati bersagliati da colpi d’arma da fuoco. Questi gli episodi salienti di una costante situazione di illegalità e di violenza che, negli ultimi tempi, dal Cile ha attraversato la cordigliera, stabilizzandosi anche nel territorio patagonico argentino.

Sotto i riflettori la figura di Facundo Jones Huala, leader del gruppo denominato R.A.M. (Resistencia Ancestral Mapuche), una delle sigle più note, sotto processo in Argentina per occupazione illegale di fondi agricoli (fra cui proprietà terriere della famiglia Benetton), violenze e porto e detenzione di armi. Liberato qualche mese fa da un giudice argentino che respinse una richiesta di estradizione proveniente dal Cile per fatti analoghi e per una serie di incendi anche mortali (con una motivazione che metteva in cattiva luce i metodi di interrogatorio di alcuni testimoni, ma che tuttavia non giungeva a scagionare l’accusato), è indicato come una figura chiave di collegamento di una rete di organizzazioni che, sotto molteplici sigle, stanno compiendo un salto di qualità: lui stesso, del resto, ha pubblicamente affermato di voler portare la sua battaglia di liberazione contro la “contaminazione del suo territorio” da parte di imprese minerarie, estrattive e idroelettriche, se necessario “a fuego y sangre“. Molte voci, provenienti dai due paesi confinanti mettono in relazione l’intensificarsi di azioni illegali – che ormai si svolgono con continuità – con l’intervento, finanziario e non solo,  delle F.A.R.C. (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia, di matrice comunista, giunte pochi mesi fa ad un accordo di pacificazione col governo di Bogotà, bocciato però dal successivo referendum convocato per la ratifica); l’enorme disponibilità di denaro – di cui non si riesce ad immaginare altra provenienza se non il traffico di droga di cui l’organizzazione terroristica colombiana è da tempo il primo cartello nazionale – è stata denunciata da politici cileni, da giornalisti e imprenditori argentini e, da ultimo, dal governatore della Provincia argentina del Chubut – che ha pure richiesto l’intervento della giustizia federale – ed è oggetto d’interrogativi all’interno della stessa comunità Mapuche, non tutta schierata con la linea illegale di alcuni suoi gruppi.

Le testimonianze sul loro modus operandi, che approfitta della remissività del governo di Buenos Aires, si sprecano: distruzione di coltivazioni e di macchinari, incendi, intimidazioni, occupazioni illegali, uccisione di bestiame, violenze a persone; il tutto motivato dalla rivendicazione di terre che, a quanto affermano, sono di proprietà ancestrale delle comunità Mapuches. Se è vero che in quei luoghi lontani i riferimenti catastali sono di dubbio valore, è altresì vero che le loro pretese sono storicamente infondate. Nonostante qualche tentativo volto a dimostrare un insediamento ab immemorabili degli Araucanos nelle regioni oggi sottoposte alla sovranità argentina, è unanime fra gli storici l’opinione contraria, ossia il loro recente spostamento – a partire dal XVII secolo – dai territori (oggi) cileni, che furono quindi il loro vero originario insediamento. Attraversavano le Ande – è bene aggiungere – per compiere razzie, soprattutto di bestiame, ai danni di comunità indie più pacifiche che, col tempo, predatori ed aggressivi com’erano, conquistarono ed assorbirono, dunque installandosi oltre l’opposto versante andino; e la guerra coi colonizzatori argentini, anch’essi fatti oggetto di rapine e di violenze inaudite, durante il XIX secolo, fu tempestata di crudeltà da entrambi i lati.

Resta da interpretare questo ribollio separatista che, pur non riguardando tutte le comunità indie stanziate al sud – la maggioranza essendosi integrata da anni nella società multiculturale/multietnica argentina – tuttavia appare un fenomeno in notevole e preoccupante ascesa. Sostenuto da organizzazioni soprattutto britanniche, coccolato dalla stampa politicamente corretta (il New York Time ha dedicato alle rivendicazioni un recente articolo) e dalla sinistra (il Partito comunista cileno fiancheggia gli Araucanos, mentre in passato il Presidente Allende promosse espropriazioni di terre a loro favore, che poi il governo del generale Pinochet revocò), è del tutto evidente che il movimento è favorito, come si è accennato, da un vuoto d’autorità che si manifesta in maniera evidente nella parte argentina – nettamente percepito dagli abitanti di quelle zone – e dalla forza intimidatrice di una violenza che non appare più espressione di gruppuscoli isolati e velleitari, ma di una vera e propria rete che si espande nei due Stati confinanti, con metodi che ricordano quelli dell’organizzazione maoista peruviana Sendero Luminoso.

Pare dunque assai difficile non intravedere una strategia volta ad una prospettiva di destabilizzazione di vasti territori, che troverebbe una conferma in un recente comunicato dell’organizzazione R.A.M., che ha annunciato la nascita delle Unidades Ancestrales de Liberación Territorial (U.A.L.).

Il termine “liberazione territoriale” evoca infatti scenari di possibile internazionalizzazione del conflitto, vale a dire l’entrata in gioco di potenze, entità, organismi extra-nazionali che, pur in una apparente visione collaborativa e di ristabilimento della pace, s’intromettano in una questione che uno Stato degno di questo nome dovrebbe risolvere da solo – senza troppe indulgenze ed interferenze – finendo per legittimare le ragioni e l’esistenza del partito della rivolta. Se l’attuale presidente Mauricio Macri non sembra manifestare reazioni degne di rilievo alla ribellione Mapuche – il suo elettroencefalogramma geopolitico appare piatto – il progreperonismo terzomondista dell’ex-inquilina della Casa Rosada, Cristina Fernandez de Kirchner, ne aveva addirittura coonestato le rivendicazioni. E l’azione di fiancheggiamento politico-culturale che molti organismi anglosassoni stanno da tempo realizzando va nella stessa direzione. Una volta che queste comunità acquisiscano un sufficiente grado di controllo delle aree reclamate come proprie – cilene ed argentine – il passo successivo, in virtù del principio dell’autodeterminazione dei popoli, sarebbe quello di invocare davanti agli organismi internazionali il diritto alla secessione e al conseguente distacco territoriale.

Come già sottolineammo nelle pagine di questa rivista (al n.20, nel pezzo intitolato Appunti sudamericani) le due nazioni sudamericane già soffrono importanti limitazioni alla propria sovranità, grazie al “Trattato minerario argentino-cileno”, approvato nel Duemila, che consente ad alcune importanti compagnie minerarie (a capitale canadese, inglese e statunitense) di godere, grazie a regolamenti interni che tengono luogo delle leggi nazionali, d’una situazione di quasi-indipendenza nelle zone di competenza operativa che ricoprono lunghi tratti della cordigliera andina.

Se a ciò s’aggiungesse l’installazione di uno Stato mapuche nelle loro regioni meridionali, l’Argentina ed il Cile, oltre ad essere già spogliate di preziosi minerali, perderebbero il controllo di interi settori dei versanti montagnosi e, dunque, delle relative fonti acquifere, che oggi rappresentano un’immensa ricchezza. E, soprattutto, perderebbero la sovranità su gran parte di quel Cono sur che, sovrastando il continente antartico, legittima le loro attuali pretese di esplorazione e sfruttamento di quei territori, grazie al criterio della proiezione longitudinale delle sagome degli Stati del subcontinente americano, che favorisce proprio quelle delle due nazioni. Soprattutto quella argentina, a discapito del dominio britannico sull’Atlantico meridionale.

La posta in gioco è altissima ed è modus agendi piuttosto frequente di chi non vuole e non può permettersi d’apparire in prima persona, di strumentalizzare altri soggetti, magari attizzando il fuoco e creando esigenze artificiose, nobilitandone l’azione, per poi intervenire successivamente. Del resto, le associazioni illegali organizzate (dalla delinquenza comune a quella politica) non sono spesso sfruttate, sia pur mosse da un ventaglio di causali, nelle dinamiche geopolitiche?