Ancora sangue sull’Inghilterra, ancora sangue sull’Europa. La cieca rabbia del fondamentalismo islamico, questa volta, si è abbattuta sugli spettatori della Manchester Arena, all’uscita dal concerto di Ariana Grande.

Una strage d’innocenti: ci sono adolescenti, ragazzi, famiglie e bambini (la più piccola di 8 anni) tra le vittime di quell’ideologia islamica nichilista, capace di legittimare i massacri, che la sera del 22 maggio ha seminato sangue e morte fra le migliaia di spettatori della Manchester Arena.

E, ancora una volta, gli artefici di questa tremenda atrocità, che si sta impadronendo delle nostre vite e che non dà tregua ai popoli europei, sono immigrati di seconda generazione, quasi mai integrati, sprezzanti dei più elementari principi di convivenza civile. Anche l’attentatore di Manchester, Salman Abedi, di 22 anni, (britannico di origini libiche, figlio di un rifugiato), come tutti i suoi predecessori in questi due anni e mezzo di sangue e terrore in Europa, è un cittadino europeo, cresciuto qui, a casa nostra, nei nostri quartieri, nelle nostre scuole.

Sono quasi tutti cittadini europei i terroristi che seminano morte nel Vecchio Continente. Questo dato, certamente, impone un’attenta riflessione su ciò che ruota attorno allo ius soli e alle leggi che vorrebbero facilitare l’ottenimento della cittadinanza per i figli degli immigrati

Sì, perché chi insanguina l’Europa non arriva dalle aree controllate dal califfato dell’Isis né dalla polveriera mediorientale. I nuovi terroristi sono già qui, a casa nostra, cresciuti tra noi. E proprio questo dovrebbe far meditare chi nel governo sta tentando, da oltre un anno e mezzo, di velocizzare il percorso per la legge sulla cittadinanza agli immigrati di seconda generazione.

Il modello proposto dallo ius soli non solo non sarà in grado di risolvere il problema dell’integrazione, ma, al contrario, lo acutizzerà, trascinandoci in casa una bomba sociale che, verosimilmente, sfocerà in atti terroristici.

Quello che emerge, in tutta la sua spettrale evidenza, è un dato incontrovertibile: essere cittadini di una Nazione non significa solamente avere in tasca un documento in corso di validità. Tutt’altro. Essere cittadini implica un’assimilazione ed una condivisione della cultura, della storia, della tradizione e delle regole civili dello Stato nel quale si vive.

E ciò diviene ancora più evidente analizzando le limitate capacità di integrazione degli immigrati islamici. Non occorrono sociologi o professori pluridecorati per capire che i ghetti in cui vivono le comunità islamiche, i loro usi e costumi, i loro principi ideologici siano incompatibili con una sana e civile convivenza con il mondo occidentale. Ne sono un triste esempio le banlieue parigine e i quartieri periferici di Bruxelles e Londra dove, in alcuni casi, vige una condizione sociale simile alla sharia.

L’imposizione dello ius soli, come vorrebbe buona parte della sinistra terzomondista italiana, alimenterà, in un futuro prossimo, uno scontro di civiltà che non risparmierà niente e nessuno. La nascita di un jihadismo autoctono è, purtroppo, solo questione di tempo.

Con grande sconforto, prendiamo atto che la lezione di Manchester, Parigi, Nizza, Londra, non è servita a nulla: in tutte queste stragi, che hanno insanguinato l’Europa, gli autori erano regolari cittadini del Paese in cui hanno provocato morte e sofferenze. Verrebbe da chiedersi – cari sostenitori dello ius soli – in quale luogo verranno espulsi i nuovi “cittadini italiani” in odore di terrorismo o sospettati di radicalismo islamico. Ma, questi, per qualcuno, sono solo dettagli ed inezie.