Londra brucia. Non vuole essere una frase ad effetto o una provocazione, direi che questo ulteriore avvenimento non ha fatto altro che destabilizzare un (già di per se critico) umore sociale non solo a Londra o in Regno Unito, ma in tutta Europa. Non sono neanche più tanto sicuro se l’odore acre di bruciato provenga da ciò che rimane della Grenfell Tower o siano le nostre coscienze ad essere state arse, come a voler far perdere le tracce di un qual si voglia spirito, ardore e umanità. Ci costerniamo per delle notizie per la durata di un refresh della pagina di Facebook e aggiorniamo i nostri sentimenti con la frequenza di un app.

Mentre i media si accavallano tra ipotesi, testimonianze e racconti su come la comunità si sia stretta intorno ai residenti di questo edificio popolare in un clima surreale che accompagna oramai i londinesi nella loro quotidianità, sembra appunto consuetudine la notizia dell’ arresto di musulmani radicalizzati con machete e armi, alternate solo da macabri bollettini di attacchi per le strade. A questo punto, non posso non pormi delle domande: come sia stato possibile che un mostro di 27 piani sia bruciato in circa 2 ore, e come sia possibile che chiunque possa seminare il panico per le strade armato, nonostante sia noto alle forze dell’ordine.

Nella Grenfell Tower c’erano purtroppo anche due italiani, una coppia veneta da pochi mesi nella capitale inglese, che in quella torre aveva vissuto sia le speranze di un futuro a Londra e assistito alla fine di questo sogno con struggente lucidità.

Due ragazzi italiani, come lo sono io, quando arrivai circa 10 anni fa qui, venuti nel tentativo di trovare la propria strada e un lavoro. Una strada che ormai da troppi anni viene negata a giovani italiani nelle proprie città e nel proprio paese. E’ arrivato il momento che anche questo mito della “bella vita” all’ estero venga sfatato, così come i luoghi comuni e i preconcetti che giorno per giorno avvolgono le storie di migliaia di ragazzi che vivono in modo permanente all’ estero, Londra compresa. Marco e Gloria sono tristemente ricordati solo oggi per il tragico incidente. Già, perché, a parer mio, prima di questo brutto evento, qualcuno si era dimenticato di loro: lo Stato Italiano.

Proviamo a spostare un attimo l’attenzione dai poveri Marco e Gloria. Non voglio strumentalizzare la sciagura o generalizzare, ma loro in questo momento, pur non volendolo, rappresentano anche altre migliaia di ragazzi che hanno attraversato la Manica in cerca di un futuro. E se penso che ciò che spinge i giovani a cercare fortuna altrove è proprio la “impossibilità” di inserirsi nel mondo del lavoro in Italia, beh, questo non si può più accettare. Non siamo più di fronte ad un’emigrazione dettata solo da necessità di carriera o semplice curiosità.

Ho sempre rilevato che molta gente venisse a Londra per fare un’esperienza di alcuni mesi, arricchire il proprio curriculum, imparare la lingua e che fosse una moda in molti casi, ma con gli anni ho visto l’età media degli arrivi alzarsi senza un progetto di rientro in Patria, né un bisogno di lavorare per sostenere famiglie rimaste in Italia, che superava in molti casi la necessità stessa di doversi mantenere a Londra tra affitti alle stelle e stipendi a terra.

A volte ammirati, a volte denigrati, altre volte invidiati, gli “Expat” sono sempre di più. I vari governi che si sono susseguiti hanno sapientemente evitato di affrontare il tema, ignorando che ciò che spingeva questi ragazzi era proprio la necessità di cercare la fortuna altrove negata nel proprio stato e non la mera voglia di “aria nuova”.

Rido, perciò, delle speculazioni su ipotetiche riprese e cali dei tassi di disoccupazione giovanile, dal momento che non c’è ad oggi una mappatura e un censimento reale di chi vive all’ estero, anche se per soli due o tre anni, e le statistiche vengono affidate a dati imparziali.

Rido quando vedo cariche dello stato assistere “disgustate” ad una parata militare e non battere ciglio, invece, di fronte ad una richiesta di aiuto da parte di un padre di famiglia italiano sfrattato e senza fissa dimora.

Di fronte a questa, come ad altre centinaia di emergenze che la nostra Patria si trova a dover affrontare, alcune create da un governo spesso del tutto assente, i nostri senatori ieri si affrettavano a discutere l’approvazione dello Ius Soli. Un’ipotesi assurda che avrebbe delle conseguenze difficili se non impossibili da contenere sia a livello di malcontento popolare, sia dal punto di vista logistico, economico e di pubblica sicurezza.

Come può uno Stato da una parte aprire le braccia ad un’immigrazione non controllata, con costi gravosi per le già martoriate casse pubbliche e con un’esposizione all’infiltrazione di cellule terroristiche ormai comprovata, e dall’altra permettere che la sua giovane classe dirigente, presente o futura che sia, debba a sua volta emigrare verso altri stati? Con la differenza che i giovani italiani accrescono il benessere degli stati nei quali emigrano, dove ricevere sussidi è operazione molto controllata e dove lavorano sin da subito pagando contributi e tasse, mentre al contrario la massa d’immigrati che in Italia siamo costretti a gestire ha raggiunto dei costi veramente non più sostenibili, anche a fronte di una integrazione non riuscita da nessun punto di vista lo si voglia vedere.

E’ questo il paradosso che mi accompagna giornalmente: come può uno Stato arrivare a ciò? Solo in un ovvio e suicida progetto di autodistruzione e sostituzione etnica, che sarebbe di sicuro accelerato da una approvazione dello Ius Soli.

La cittadinanza è un diritto che va acquisito per linea parentale, o per aver raggiunto dei requisiti minimi che consentano, in casi particolari e molto limitati, di naturalizzarsi in un secondo momento; la storia di un popolo, la cultura, i principi fondamentali non si possono acquisire semplicemente perché si nasce su un dato territorio, e trovo che questo concetto, per quanto basilare, possa essere oggetto di speculazioni filosofiche, ma ha una verità intrinseca che non si può raggirare. Com’è giusto che sia non si deve impedire la possibilità di richiedere la cittadinanza, ma non si deve mai e in nessun caso automatizzare un processo importante e delicato come questo.

Ho provato questo sulla mia stessa pelle, essendomi stata conferita da poco la nazionalità britannica solo dopo un iter burocratico molto lungo, fatto di diversi livelli di monitoraggio finanziario, storico, comportamentale e culturale, e solo dopo un certo numero di anni passati in territorio britannico a lavorare e pagare le tasse. Non mi sono per nulla sentito discriminato per questo, non mi sono sentito oltraggiato né un “immigrato”. Ho trovato semplicemente giusto che, per richiedere la cittadinanza in uno Stato che ti ha accolto, vengano stabilite regole ferree alle quali i richiedenti cittadinanza devono ottemperare.

Accettare lo Ius Soli in Italia come sistema di integrazione, o peggio, per rimediare al calo di natalità è un’operazione criminale che aprirebbe le porte a numeri insostenibili, sia a livello di flussi di persone da gestire, sia per la necessità di fondi di assistenza dedicati appunto a questo, la cattiva gestione dei quali è acclarato  sia in realtà il core business di una finanza nelle mani di malavita, ONG di dubbie origini e governi.

Per questo è giusto gridare “NO IUS SOLI”. E mentre in Senato gli animi si scaldavano a tal punto da arrivare a spintonarsi, fuori la Polizia di Stato agiva per disperdere, caricando con camionette, agenti e idranti cortei di cittadini italiani che manifestavano contro l’approvazione dello Ius Soli, in discussione appunto in quel momento in aula. Ho appena scritto “cittadini italiani”, cittadini arrivati da diverse parti di Italia per dire la loro, in democrazia, come vogliono “loro”, ma urlando verità che non piacciono purtroppo sempre a “coloro” i quali dovrebbero garantire i diritti dei cittadini stessi.

E allora, ecco che le più alte cariche di stato si affrettano a puntare il dito, giudicare e dimostrare indignazione verso questi cortei. Partendo dal fatto che ho più disgusto ad assistere ad una bagarre in Senato piuttosto che vedere un corteo di cittadini rivendicare un proprio diritto, in quei cortei io ho visto padri di famiglia, giovani, disoccupati, Italiani intenti a difendere fino allo scontro i loro diritti e il valore stesso della loro cittadinanza, per loro e per i loro figli. E anche per coloro che, intorpiditi nella loro quotidianità, non hanno ancora il coraggio di riprendersi la sovranità che gli spetta.