E’ da molto ormai che si protrae il corteggiamento tra Africa e Cina, corteggiamento che, se ancora non è un matrimonio, sta comunque dando frutti abbondanti.

Vari paesi africani hanno riconosciuto e appoggiato la Repubblica Popolare Cinese, sin dal suo ingresso ufficiale nell’ONU, e, appena diciassette anni fa, quell’amicizia si è concretizzata e cementata con la creazione del FOCAC (Forum di Cooperazione sino-africana).

I cinesi, che m’è sempre sembrato abbiano la stessa concretezza e l’identica spregiudicatezza degli antichi romani, così come i nostri avi, si son messi a costruire strade avendo capito che senza strade non c’è commercio né ricchezza né conquista.

E mentre noi bianchi viviamo ancora di patemi d’animo e di sensi di colpa, mentre ci flagelliamo, ci detestiamo e ci condanniamo, in pubblico ed in privato, per un colonialismo che ha portato cose “cattive” – ma anche pozzi, medicine, vie di comunicazioni, cultura e civiltà – maestranze, colletti bianchi ed intellighenzia gialla occupano posizioni prima presidiate dai pallidi europei.

 Le strade dei cinesi in Africa portano tutte a Pechino: la Cina, pur essendo arrivata con grande ritardo nel continente del Kilimangiaro, sta eguagliando, con una lungimiranza maggiore, l’impegno economico statunitense.

Ma come sono le strade dei cinesi? Le strade dei cinesi in Africa sono ferrate. Dopo aver creato, quarant’anni orsono, la ferrovia che collega Dar es Salaam allo Zambia, pochi mesi fa sono state collegate Mombasa con Nairobi e Gibuti con Addis Abeba. Già che ci si trovavano, i cinesi han ben pensato di aprire a Gibuti la loro prima base militare extraterritoriale. Non si sa mai …

Le ferrovie gialle sono costate quattro miliardi di euro, ma son valse una bella amicizia col Kenya che potrà cominciare a pagare il debito tra dieci anni.

La pazienza è la virtù dei forti o, come dicono a Pechino, la pazienza è potere: tempo e pazienza trasformano il gelso in seta.

E a proposito di seta non va dimenticato che nelle fantasie cinesi c’è proprio la via della seta: un progetto mastodontico che dovrebbe far approdare cultura e merci  in Africa orientale.

In questo percorso d’onore, di  gloria e di miliardi, qualche intoppo c’è stato, come la costruzione in quel di Luanda (Angola) di una grande città i cui appartamenti e negozi sono rimasti invenduti fino ad un anno fa: troppo alti i prezzi, troppo difficile ottenere un mutuo.

Oggi la cittadina sino/angolana conta ottantamila abitanti, a riprova che il “pericolo giallo”, quando si tratta di affari, non conosce confini e sa travolgere ogni economia ed ogni previsione.

 In Africa si tratta, per ora, di una conquista tutta positiva: la Cina è già il primo partner commerciale dei neri; il secondo è l’India, che comunque investe un terzo di quanto fa Pechino.

Al momento tutto fila meravigliosamente bene, per i neri e per i gialli. Il tempo parlerà … Un fatto è però certo: l’Africa soffre di horror vacui!

Dove non ci sono più italiani e tedeschi e meno inglesi e francesi, arrivano cinesi e indiani… senza patemi d’animo, senza sensi di colpa, senza autoflagellazioni! Noi piangiamo gli errori del passato, quelli reali e quelli presunti, loro fanno affari colossali. Sarebbe ora di metter da parte i fazzoletti e riprendere una seria politica africana.

Non sono gli africani a dover venire in Europa, ma gli europei a dover sbarcare in Africa… per salvare noi stessi e loro. Speriamo di non capirlo troppo tardi!