Li vediamo ciondolare lungo le nostre strade, cuffie alle orecchie e telefonino in mano, davanti ai supermercati a chiedere la monetina o appostati nei parcheggi. Sono i migliori! Quelli che non spacciano, o meglio: quelli che ancora non spacciano.

Nei centri di accoglienza non raccolgono nemmeno le carte in terra e negli hotel dove soggiornano chiedono a gran voce che della pulizia di camere e bagni si occupi la cameriera.

L’africano, il maschio africano, teme il lavoro. Lo teme perché il lavoro in Africa è appannaggio del subalterno, quasi sempre della donna. L’80% dei lavori agricoli è in mano a figlie, sorelle, mogli.

Le centinaia di migliaia di giovani uomini neri che stanno invadendo l’Italia provengono da un continente nel quale non solo la donna lavora incessantemente, ma viene anche schiavizzata, vittima di una brutalità inaudita che ha pochi paragoni al mondo.

In Africa si pratica l’infibulazione, il taglio del clitoride e delle grandi labbra che condanna la vittima (quando sopravvive!) ad una vita tragica. Ad ogni parto una nuova cucitura di quel che rimane di una vulva devastata, che non consente né la normale minzione, né parti normali, né rapporti sessuali che non siano un travaglio di dolore e mortificazione.

L’infibulazione è solo la più conosciuta delle torture a cui è sottoposta la donna africana. Come possiamo sorprenderci degli stupri da parte delle “nuove risorse” nere quando si tratta di uomini per i quali la “cessione” della sorella o della figlia al tempio locale è pratica quotidiana, normale, accettabile?

La trokosi, cioè la schiavizzazione di giovani donne che vengono fatte prostituire presso lo stregone locale per allontanare la sfortuna o per ripagare i peccati dei maschi della famiglia, è una tradizione ancora in auge in molte tribù e in grandi Paesi quali il Ghana.

I cortesi ospiti che rifiutano il cibo italiano e che ci costano circa 4 miliardi di euro l’anno, portano con sé retaggi “culturali” per i quali i bambini irrequieti, epilettici o semplicemente non voluti diventano stregoni e vengono allontanati in tenerissima età (tre/ quattro anni) dalle loro famiglie, costretti a dormire in strada e, spesso, a morire di fame e di malattie.

Una donna su dieci in Camerun viene sottoposta allo stiramento dei seni: per impedire che venga considerata attraente dagli uomini ed incorra in gravidanze precoci, madri e nonne applicano sulle mammelle dell’adolescente pietre calde, ferri da stiro, bende strettissime. 

In Mauritania le bambine vengono fatte ingrassare a dismisura perché possano trovare un buon marito. Da quelle parti “grasso è bello”, e allora le donne vengono spinte a mangiare fino alla nausea, talora fino alla morte. Questa particolare forma di tortura si chiama leblouh e prevede anche l’ingestione del proprio vomito per le più indisciplinate.

Non so se quando la signora Laura Boldrini ci invita ad “adottare la cultura degli immigrati” si riferisca a tutto ciò, però va detto che la cultura degli immigrati è questo, non solo questo, ma soprattutto questo. Chi ha rinnegato Roma ed Atene oggi guarda a Yaoundè! De gustibus…