“Tra qualche bacio è Natale, in mezzo ai ricordi dormirò.

Forse in queste scarpe che mi fanno ormai male, nei suoi occhi o nel ricordo che ho di lui,

se tra qualche sigaretta non mi vedi brindare lascia stare e pensa ai fatti tuoi.”

Con questa strofa, Massimo Morsello introduceva la canzone “Natale”, dedicata ad una delle celebrazioni più significative della Cristianità. Chissà se in quel 1981, anno di uscita dell’album contenente la canzone, il nostro Massimino si aspettava che il Natale sarebbe divenuto, assieme al trionfo del consumismo, anche un mezzo per fare propaganda progressista o addirittura un qualcosa da abolire in nome, come sempre, dell’antifascismo?

I benpensanti degli anni ’10, quando devono rapportarsi con il Natale, si dividono in due macrocategorie: coloro che avversano la festività per difendere la laicità dello Stato e coloro che la accettano ma la rivisitano a vantaggio della propria ideologia.

I primi fanno la loro comparsa negli Stati Uniti, patria del progressismo moderno e, come sempre, trovano la loro eco anche in Europa. Sono coloro secondo i quali il Natale non dovrebbe essere festeggiato perché, a detta loro, Cristo non è esistito, o se è esistito non è nato il 25 dicembre; sono coloro che hanno vere e proprie crisi isteriche se per strada gli addobbi natalizi recitano la dicitura “Buon Natale”, che sarebbero un insulto verso le altre religioni (incluso l’ateismo) e che, quindi, non dovrebbero essere esposti in pubblico per qualche strano collegamento con la Costituzione antifascista; tuttavia, non rinunciano alle vacanze né ai regali, giustificando la propria incoerenza citando l’usanza di scambiarsi i doni già nell’antica Roma durante le celebrazioni dei Saturnali (quindi Cristianesimo no ma paganesimo sì…); sono coloro che, a furia di sbraitare contro i mulini a vento, sono riusciti a convincere enti pubblici e aziende ad usare il termine “Buone feste”.

Con queste persone, ormai, abbiamo fatto il callo ed i loro deliri esistenziali ci fanno solamente sorridere e provare compassione.

Ma è il secondo gruppo, quello che ha preso piede molto più recentemente, a scatenare una certa preoccupazione. Per loro Gesù Cristo diventa il migrante, la bandiera del cosmopolitismo, Colui che sarebbe fuggito dal suo Paese per recarsi in un altro, dove nessuno lo voleva per via della sua razza. Non sappiamo quali Vangeli abbiano letto questi individui, ma arrivare ad interpretare una cosa del genere leggendo quelli canonici denota un serio problema. La Sacra Famiglia non fuggì dal proprio Paese, ma si recò da una città ad un’altra, entrambe facenti parte del medesimo Impero e della stessa area geografica; inoltre, la Famiglia di Gesù non fu respinta per l’odio degli abitanti, ma, da quel che si apprende, tutte le locande della zona erano piene per via del censimento voluto da Augusto; niente di paragonabile, quindi, ai fenomeni migratori odierni. L’immagine del Signore messa in un barcone, tristemente usata anche da alcuni sacerdoti, è segno di grande ignoranza storica e di mancanza di rispetto verso la dottrina, oltre che di profonda strumentalizzazione delle Scritture per motivi ideologici ed economici (vero motivo, peraltro, di questo presunto amore incondizionato verso i migranti).

Natale vuol dire famiglia (l’unica che conosciamo), vuol dire insieme, vuol dire tradizione, vuol dire salvezza. E nessuno si è mai sognato di accostare Gesù agli umili, alle persone che il Natale lo passeranno in solitudine, in ospedale, sotto un ponte o in una tenda. Pensare a chi veramente soffre, sia fisicamente che moralmente, non è abbastanza progressista, quindi mettere il Bambinello su un gommone è l’unica strada consentita dal pensiero unico per cogliere il senso del Natale, altrimenti occorre negarne i valori a tutti i costi mantenendone però i vantaggi.

A coloro che soffrono, a coloro che sono soli, a coloro che hanno perso tutto, auguriamo un felice Natale, che possa essere l’ultimo passato senza sorridere. E buon Natale anche a quelli che negano o strumentalizzano questa celebrazione, affinché possano trovare il buon senso e la retta via.