La protesta di piazza iraniana avanza le solite istanze (peraltro identiche a quelle dei moti già occorsi nel paese persiano nel 2009): libertà, diritti umani, lavoro e maggior perequazione sociale; le stesse istanze che, verso la fine del 2010, hanno innescato il  semi-abortito fenomeno delle “primavere arabe”, trasformatesi poi in autunni. 

Sorge spontaneo il sospetto che, proprio come per le primavere arabe, anche questo episodio sia stato innescato per scopi diversi da quelli per cui nelle piazze si protesta.

Se è vero che, dagli inizi degli anni ’80, il paese vive sotto la cappa di un regime ispirato dal clero islamico sciita (gli Ayatollah, per intenderci), è altrettanto vero che quel che sta avvenendo in quel paese è “affar loro”, ossia, per dirla in termini diplomatici, attiene agli affari interni di un paese sovrano, e noi possiamo stupirci ma non abbiamo il diritto di interferire. Anche perché, ormai, dovrebbe essere esperienza comune e condivisa che, di solito, chi ingerisce non lo fa per alleviare le sofferenze di un popolo, ma per biechi interessi sotterranei, a volte anche personali, come nel caso dell’intervento francese in Libia voluto da Sarkozy per far cadere (e tacere) Gheddafi.

Quello che invece deve attirare la nostra attenzione per orientarci a far sentire la nostra voce sullo scenario internazionale è che, da quasi una decina d’anni, in quella regione compresa tra Libano, Siria, Iraq, e paesi del Golfo, l’Iran sciita costituisce la pietra d’inciampo per dar fuoco alle polveri di un confronto suscettibile di diventare di enorme portata: la fitna (1) tra l’Islam Sciita e l’Islam Sunnita e che vedrebbe in campo lo schieramento sciita (Iran-Siria-Hezbollah libanese) contro quello sunnita rappresentato dagli stessi paesi (Arabia Saudita in testa) e dalle stesse lobby musulmane (alleate degli USA) che hanno innescato e armato la rivolta anti-Assad in Siria e le primavere arabe negli altri paesi arabo-islamici del Maghreb (ossia la riva sud del Mediterraneo… a due passi da casa nostra, o, per dirla in maniera politicamente scorretta, la nostra «quarta sponda»), sui quali, secondo accordi stipulati con l’amministrazione Obama/Clinton, l’Arabia Saudita avrebbe dovuto esercitare la sua primazia. 

Pertanto è ben probabile (personalmente ci scommetterei anche qualcosa di valore) che i disordini in Iran siano eterodiretti dalle stesse forze che hanno ideato, creato e gestito le cosiddette primavere arabe e che ora ci stanno riprovando in un quadrante geostrategico ove l’Iran sciita, sostenuto da un alleato potente e attendibile come la Russia, ha un peso determinante nel mantenimento di uno status quo regionale non gradito:

  • per non trascurabili questioni religiose, all’Arabia Saudita e alla potente organizzazione dei Fratelli Musulmani;
  • per questioni geostrategiche, a Israele;
  • per questioni geostrategiche e affaristiche, agli USA, principale alleato dell’Arabia Saudita e di Israele.

Note

(1) La fitna (ovvero il «redde rationem») è riferita al primo dissenso sorto in seno alla comunità dei musulmani, trasformatosi poi in violento scontro tra i sunniti (autoproclamatisi seguaci della tradizione) e gli sci’iti (autodefinitisi seguaci di ‘Ali e additati come tali, in maniera sprezzante, dai sunniti). In tale ottica, la fitna ha assunto anche il valore di «scandalosa guerra civile». Allo stato attuale la fitna è tuttora irrisolta, tuttavia sembra essere giunta alla resa dei conti, con la guerra civile scatenata in Siria, ove il wahhabismo saudita, sta cercando di estromettere la Sci’a iraniana dal Medio Oriente.

 

 

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