Rivoluzionario attentissimo – con tanto di crocefisso con falce e martello – soprattutto alle questioni morali, Bergoglio prosegue la sua opera di riforma a 360°.

Non può stare tranquillo nemmeno il “Padre Nostro” – la preghiera che Gesù stesso ci ha insegnato! – in questi tempi di rivoluzione. E allora, vediamo di capirci qualcosa.

Sfortunatamente per il lettore, però, dobbiamo partire da fatti meno recenti di questi, affinché non si creda che il problema sia solo il Papa, relativamente a tutti le questioni attuali che affliggono la Chiesa.

Come in tutte le rivoluzioni, infatti, è più facile vedere i risultati o i personaggi di spicco; più difficile, invece, è investigarne le questioni antecedenti – magari, proprio quelle scatenanti – piuttosto che le menti non di primo piano o, comunque, celate ai più.

Nello specifico, già Ratzinger si era occupato di questa questione nel suo “Gesù di Nazareth”, senza però voler modificare il modo di recitare la preghiera; le conclusioni che aveva raggiunto, però, erano sostanzialmente le stesse dichiarate da Bergoglio in questi giorni.

Andando ancora a ritroso possiamo trovare che, nel 2008, la CEI aveva voluto entrare nella questione mediante la nuova traduzione della Bibbia; tant’è che in un articolo del 2013 apparso su Famiglia Cristiana si legge: “Perché le modifiche introdotte dalla CEI al testo italiano del Padre nostro («non abbandonarci alla tentazione») e all’Ave Maria («del tuo grembo») non sono state ancora introdotte ovunque per i fedeli?”

In altre parole: perché durante la messa nel Padre Nostro non si dice «non abbandonarci alla tentazione», come da nuova traduzione della Bibbia?

Si arriva, quindi, alle dichiarazioni di Bergoglio non per caso. Certamente, non si è svegliato una mattina per andare dai giornalisti a dire: «Sono io a cadere, non è Lui che mi butta nella tentazione per poi vedere come sono caduto, un padre non fa questo, un padre aiuta ad alzarsi subito. […] Quello che ti induce in tentazione è Satana, quello è l’ufficio di Satana». Per cui, anche secondo Bergoglio, è meglio dire: «Non lasciarmi cadere nella tentazione».

A questo punto una domanda dovrebbe sorgere spontanea: se il Padre Nostro è la preghiera che Gesù stesso ci ha insegnato, è Lui ad avercela detta erroneamente o qualcuno ha sbagliato la traduzione?

Naturalmente, il problema è nella traduzione. Dal punto di vista dei testi greco e latino, non vi sono dubbi; in greco, infatti, il verbo è eisphérô, che significa “far entrare”; in latino, il verbo è inducĕre, che ha il significato di “condurre dentro”, per cui è la traduzione “speculare” di  eisphérô.

Questi verbi sono poi riportati in italiano con “indurre” che – tra le varie cose – significa “Sospingere, mettere in una determinata situazione morale, o persuadere a fare qualche cosa”.

Dunque, il problema non starebbe nemmeno tanto nella traduzione del verbo, quanto in quella della frase. Chi è più esperto dello scrivente in greco e latino dice che la frase, in entrambe le cosiddette “lingue morte”, per come è stata costruita, è chiara e non desta alcun dubbio di interpretazione.

Per quanto riguarda la frase in italiano, esulando dalle traduzioni – che lasciano il tempo che trovano – bisogna ricordare una cosa fondamentale. Nel catechismo maggiore di San Pio X, infatti, si legge:

312 – D.: Che cosa chiediamo nella sesta domanda: e non c’indurre in tentazione?

R.: Nella sesta domanda: e non c’indurre in tentazione, chiediamo a Dio che ci liberi dalle tentazioni, o non permettendo che siamo tentati, o dandoci grazia di non essere vinti.

315 – D.: Perché Iddio permette che siamo tentati?

R.: Iddio permette che siamo tentati per provare la nostra fedeltà, per far aumentare le nostre virtù e per accrescere i nostri meriti”

Dunque, riteniamo che San Pio X sia stato molto chiaro e non riusciamo veramente a capire le necessità di questa diatriba. Che senso ha cambiare una preghiera che conoscono anche i bambini? Ci sono delle necessità teologiche o è pura volontà di riformare solo per voler riformare? E, soprattutto: se già San Pio X si era espresso in maniera chiara, perché non riportare semplicemente quanto ci ha lasciato di scritto nel suo Catechismo Maggiore, senza bisogno di creare altre pagine per ingrassare l’industria della notizia – che non fa altro che andare a caccia di questi “scoop”?

Scrive San Paolo nelle Lettere ai Corinzi: “Dio infatti è degno di fede e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze ma, insieme con la tentazione, vi darà anche il modo di uscirne per poterla sostenere” (Cor. 10-13).

Verrebbe da chiedersi se chi vuole procedere (o ha già proceduto) a queste modifiche abbia mai aperto un libro di Catechismo, ma abbiamo paura della risposta che potremmo ricevere.