I battibecchi che, sull’argomento, si ascoltano nei talk-show e nelle disfide parlamentari sono, in linea generale, del seguente tenore:

  • I migranti che sbarcano clandestinamente sulle nostre coste fuggono da condizioni di vita insopportabili e sperano di trovarne di migliori da noi, quindi dobbiamo accoglierli;

oppure

  • Anche se fuggono da condizioni di vita pessime e sperano di trovarne di migliori da noi, non possiamo accettarli tutti, quindi aiutiamoli a casa loro.

Si tratta di considerazioni oziose, che non affrontano la realtà per come è, ma che servono solo a imbrogliare le carte, facendo passare il pietismo per pietà e nascondendo la realtà dei fatti.

I fatti reali sono i seguenti:

  • Gli immigrati che sbarcano nel nostro paese provengono principalmente dall’Africa subsahariana (Nigeria, Senegal, Ghana, Camerun, Gambia), dall’Oriente (Bangladesh, Afghanistan, Pakistan), dalla Somalia, dall’Eritrea, dal Maghreb. Tuttavia, stando ai dati (alquanto confusi… chissà perché) relazionati dalla stampa, emerge che dalle zone più in difficoltà, dalle quali ci si aspetta che giunga un consistente numero di fuggitivi, non arrivano poi così tante persone. Infatti, dalla Somalia, dall’Eritrea, dal Sudan giungono in pochi, mentre dalla Repubblica Centrafricana e dalla Repubblica Democratica del Congo non arriva praticamente nessuno; quanto alla Nigeria, gli immigrati provengono maggiormente dal sud, dove si sta meglio che nel nord ove imperversa Boko Haram.
  • Anche siriani e iracheni (loro sì in fuga da zone di combattimento) sono una minoranza, e di solito giungono in nuclei famigliari. E’ in queste due comunità che si conta il maggior numero di aventi effettivamente diritto al titolo di profugo.
  • Quasi il 90% dei clandestini (mi piace chiamarli così perché tentano di atterrare da noi seguendo le procedure del contrabbando), sono maschi single tra i 18 e i 34 anni (è difficile stabilire il numero dei minorenni, a causa dell’inattendibilità di gran parte delle dichiarazioni al momento dell’identificazione).
  • Quanto alle condizioni economiche, emerge che, nella maggior parte dei casi, chi parte possiede un reddito che varia dal minimo al discreto, e che lo pone in seno a quella fascia sociale che in Africa adesso copre più o meno un terzo della popolazione e che potrebbe paragonarsi a quello che per noi è il «ceto medio-basso». Tra gli immigrati africani si è registrato qualcuno che possiede bestiame, qualche professionista dello sport, alcuni piccoli imprenditori e qualche promessa dello spettacolo; infatti, i costi che l’emigrante è chiamato a sostenere per un’avventura del genere superano di gran lunga i 2-3000 euro/dollari; cifra che nel continente africano permette di avviare un’attività di microimpresa.

Assunti questi dati, sorge spontanea una domanda: ma per quale ragione si imbarcano in un’avventura di questo tipo? Proviamo ad analizzare i dati suscettibili di dare una risposta a questo quesito. A chi scrive consta che:

  • I giovani immigrati, siano essi africani o asiatici, sono consapevoli dei rischi che corrono intraprendendo una simile avventura ma, più di noi, per costituzione culturale, essi sono disposti a sopportare sacrifici e a mettere in gioco il proprio futuro. Quanto ai maghrebini, non fuggendo da una oggettiva situazione di disagio economico-sociale, essi sono nella maggior parte dei casi dei fetenti che nel loro paese pagherebbero il fio delle proprie azioni attinenti allo spaccio di stupefacenti e alla microcriminalità.
  • E’ convincimento di tutti loro che l’Occidente sia il paese del bengodi, ove basta metterci piede per far fortuna in un modo o in un altro. La maggior parte è comunque orientata a far fortuna «nell’altro modo».
  • Purtroppo non sono pochi i fattori che inducono i giovani africani a credere che l’Europa sia straricca; uno dei principali fattori che alimenta questo equivoco è dato dal fatto che da decenni in Africa, l’Europa manda di tutto, ovviamente gratis (medicine, cibo, vestiti); più recentemente le ONG hanno incrementato il loro attivismo (in alcuni casi benemerito, ma diseducativo) scavando pozzi, costruendo ospedali, stendendo strade in ambiente rurale, etc…, il tutto sempre a titolo gratuito e sulla base del solito deviante ragionamento basato sull’auto-colpevolizzazione per i crimini del colonialismo. 

E qui arriviamo all’aspetto NON CORRETTO dell’analisi: sic stantibus rebus, corre l’obbligo di sgomberare il campo da questa illusoria quanto fasulla speranza, mettendo i migranti che aspirano ad approdare clandestinamente da noi davanti ad un’evidenza irrevocabile, ossia che in Europa non c’è trippa per gatti. Come?

  • Intercettando i barconi e obbligandoli a fare dietro-front (accompagnandoli sulle coste da dove sono partiti).
  • Promuovendo in casa loro una campagna informativa, non tanto basata (come già fa il Mali) sui rischi che comporta affrontare un tale «pasagium», gestito da mortifere organizzazioni, ma informando quei giovani in preda alla fregola di partire che l’Europa non è il bengodi e che, arrivarci da clandestini, è impossibile oltre che pericoloso.

C’è un altro fattore che non viene preso in considerazione, perché non rientra nel filone modaiolo dell’analisi a sfondo prevalentemente marxista dei fenomeni, ma che è determinante per capire cosa spinge quei giovani, che tanto disperati non sono, ad intraprendere la carriera del clandestino. Questo fattore è la volontà di assicurarsi (più o meno onestamente) un futuro migliore, che si coniuga con il risentimento verso il cattivo antico schiavista e il più recente cattivo colonialista.

Nell’auditum di quei giovani migranti vi è la certezza che spetta loro di diritto l’accoglienza senza se e senza ma, in forza dei passati delitti che noi avremmo commesso nei loro confronti.

Attenzione, non mi stancherò mai di ripeterlo: il nostro continuo auto-«j’accuse» per le Crociate, la tratta degli schiavi, il colonialismo, etc…, che perpetuiamo in maniera massiccia ormai da due generazioni, non fa altro che mettere in mora noi nei loro confronti (in questo equivoco ci è caduto anche un Papa) e sobillare il loro ingiustificato revanscismo.