I media ci informano che la Tunisia è tornata ad infiammarsi, scossa da una serie di proteste a sfondo prevalentemente sociale che hanno generato importanti scontri in quasi tutte le città (ad ora, sarebbero stati operati oltre 400 arresti).

Ho lasciato la Tunisia ormai due anni fa, dopo esservi giunto nell’ottobre del 2011. In quei quasi 5 anni di permanenza ho avuto modo di constatare che la maggior parte della popolazione, cessata la «sbornia» della protesta e fatti bene i conti, rimpiangeva, in maniera sempre più manifesta, la gestione del deposto Ben Ali. Ormai tutti avevano preso coscienza che il partito Ennahda (“Movimento per la Rinascita”) era un partito confessionale islamico a tutto tondo e chi lo aveva paragonato ai partiti cristiano-democratici europei aveva preso un abbaglio. Sin da allora, Ennahda aveva iniziato a instaurare «piano piano, sottovoce, sibilando» (proprio come cantato nell’arietta de «la calunnia»  nel Barbiere di Siviglia) una gestione che si apprestava a diventare scriteriatamente islamista nell’accezione militante del termine. 

Porto due esempi: 

  • Con la pressante problematica socio-economica che reclamava urgenti provvedimenti mirati a rilanciare almeno il turismo, il Parlamento era impegnato a discutere se, con la prossima stagione estiva, si dovesse autorizzare o meno il bikini sulla spiagge;
  • Nello stesso contesto, in vista del Ramadan, qualche parlamentare si era spinto a proporre di usare le telecamere poste nelle strade cittadine per controllare e denunciare pubblicamente chi non avesse rispettato il digiuno.

Chiaramente, in quei 3 anni in cui Ennahda e i partiti politici suoi alleati sono stati padroni della Tunisia, il paese è andato a catafascio, almeno fino a quando qualcuno non si é ravveduto e, con la prima tornata elettorale, ha dato il benservito a quell’alleanza politica.

Tuttavia, il partito islamista Ennahda, espressione tunisina  della Fratellanza musulmana, era riuscito in alcune operazioni che sicuramente non avrebbero risolto i problemi della Tunisia, ma che erano strumentali alla più ampia strategia dell’islamismo internazionale dei Fratelli, i quali, avendo preso atto dell’impossibilità di portare a termine l’islamizzazione dei paesi della riva sud del Mediterraneo, stavano progettando una nuova offensiva da condurre almeno in quei due paesi dove l’islamismo aveva  avuto accesso alle stanze dei bottoni, la Tunisia e l’Egitto.

Quanto all’Egitto, mi sembra che Al-Sisi (il pio Generale al quale nessun musulmano può muovere accuse di essere di fede tiepida) sia riuscito a raddrizzare la baracca, ormai preda del più torvo confessionalismo di stampo islamista.

La Tunisia, invece, priva di un uomo «forte» (l’attuale Presidente, benché sia una persona di grande caratura, cultura ed esperienza, ha un difetto: dimostra tutti i suoi 90 anni) è in balia di quello che Ennahda è riuscito a portare a termine come più ampio progetto di islamizzazione del paese. Il Ministero dell’Interno è stato infiltrato con migliaia di agenti e funzionari militanti islamisti fedeli al partito, i sindacati sono stati anch’essi infiltrati e, ormai da 6 anni, sono orientati ad avanzare istanze in linea con la visione sociale islamista, le comunità salafite che man mano giungevano in Tunisia, attratte dalle profferte che sottovoce Ennahda rivolgeva loro, sono ora consolidate in alcune regioni dell’entroterra tunisino. Infine, complice il Ministero dell’Interno, la Tunisia ha avuto il suo proprio gruppo jihadista (Ansar al Sharia), tutt’ora attivo al confine con la Libia.

Non fa quindi specie se nelle manifestazioni vengono segnalati, anche dall’intelligence tunisina (che per fortuna è stata risparmiata dall’infiltrazione di Ennahda) elementi jihadisti, fra i quali alcuni già arrestati durante l’assalto all’ambasciata USA di Tunisi nel 2012, episodio che ha segnato la nascita del gruppo jihadista di cui sopra, il cui «ostetrico» è stato l’allora Ministro dell’Interno.

Molti tunisini chiedono a gran voce all’Europa di non ripetere l’errore del 2011, quando si schierò a favore delle “primavere” arabe. Questa situazione, che mi consta essere caratterizzata da una profonda spaccatura tra i due poli della società tunisina – il polo maggioritario laico (nazionale) e il polo minoritario confessionale (internazionale ed eterodiretto) – potrebbe essere un’opportunità piovuta dal cielo per inserirsi in un processo mirato a ridare la Tunisia ai tunisini, espungendo il cancro islamista da un paese troppo vicino alle nostre coste.