De mortuis nil nisi bonum,  «dei morti niente si dica se non bene». Frase proverbiale latina a cui si ricorre per affermare che chi è morto non si può difendere, e quindi va rispettato in ogni caso. Un segno di rispetto, ma anche di quella “pietas” romana e cristiana tanto cara ai latini nei confronti dei defunti.

Per questa riflessione attingo dalle opere di Erich Fromm, il famoso psicoanalista e sociologo autore di Avere o Essere, nelle quali vi è spesso affrontato il tema dell’amore, scandagliato attraverso la lente della psicoanalisi: tra esse, vi è anche quella conosciuta in Italia sotto il titolo di Psicoanalisi dell’amore.

L’illuminante sottotitolo di quest’opera di Fromm, nella traduzione italiana, recita: Necrofilia e biofilia nell’uomo, e di qui si potrebbe partire per comprendere i concetti centrali di amore per la vita e amore per la morte,

Già Freud aveva individuato nell’uomo due istinti fondamentali, che si potrebbero riassumere con i termini Eros e Thanatos, istinto di vita e istinto di morte. Fromm riprende questa distinzione con una fondamentale differenza: l’amore è istinto primario, deve prevalere nell’uomo per garantire un corretto funzionamento della mente e, di conseguenza, comportamenti sociali sani. L’istinto di morte, al contrario di quanto affermava Freud, rappresenta la malattia psichica.

L’assunto da cui parte Fromm è questo: “L’uomo non può sopportare la passività assoluta. Egli è spinto a dare la propria impronta al mondo, a trasformarlo e a cambiarlo, e non solo ad essere trasformato e cambiato”. Questa spinta Fromm la chiama “potenza” e, nel momento in cui non si riesce ad indirizzarla verso attività creative, essa devia verso la violenza e la distruttività. L’unica cura, dunque, per le tendenze distruttive è lo sviluppo del potenziale creativo dell’essere umano: l’istinto sessuale è solo uno dei modi in cui si manifesta tale potenziale.

Dei due distinti approcci nei confronti della vita, il primo, distruttivo, Fromm lo definisce necrofilia, il secondo, costruttivo, biofilia. “La persona orientata in senso necrofilo è attratta e affascinata da tutto ciò che non è vivo, da tutto ciò che è morto”; il perché di quest’attrazione è semplice da spiegare: ciò che è morto è facilmente controllabile. Il necrofilo non riesce a confrontarsi con ciò che è vivo, che cambia e che, pertanto, sfugge al suo controllo; “la vita non è mai certa, mai prevedibile, mai controllabile; per renderla controllabile, la si deve trasformare in morte”, ed è esattamente questo che il necrofilo, nella sua essenziale inettitudine da burocrate dell’esistenza, deve fare per sopravvivere.

Il biofilo, al contrario, è caratterizzato da un generale orientamento alla vita, “che si manifesta nei processi fisici di una persona, nelle sue emozioni, nei suoi pensieri, nei suoi gesti”; la biofilia si distingue per quella tendenza, di spinoziana memoria, che ha tutta la sostanza vivente, a permanere nel suo essere. Perché nell’uomo si sviluppi, sin da bambino, l’amore per la vita vi è una condizione fondamentale secondo Fromm: stare con persone che amino la vita. “L’amore per la vita”, infatti,  “è contagioso come l’amore per la morte”.

Non c’è da stupirsi, quindi, se la biofilia e la necrofilia, in particolari periodi della storia, abbiano “contagiato” intere società. La violazione del rispetto dovuto ai morti è uno dei segnali di questa necrofilia dilagante, di cui l’amore per le cose ed i propri interessi invece che per le persone è l’aspetto più vistoso e sconcertante. Le cose sono manipolabili a piacere, le persone tendono invece a resistere alla manipolazione: meglio possedere tante cose, allora, invece che essere in relazione aperta e fiduciosa con i propri simili. Ebbene, il cadavere è la persona ridotta a cosa: e se le cose si possono manipolare a piacere, perché non manipolare i cadaveri, per ogni scopo lecito e illecito?

Un esempio di come la brutalità dei vivi nei confronti dei morti possa spingersi fino a livelli quasi inimmaginabili è quello offerto dal vile oltraggio e vilipendio di una morta da parte di un sedicente comico, volgarmente necrofilo, tale Gene Gnocchi (al secolo Eugenio Ghiozzi) contro Claretta Petacci, definita “maiala fascista” in quel che fu un caso storico di palese “femminicidio”, aggravato da un cieco desiderio di vendetta.

Non ci fu pietas” verso questa donna innocente, barbaramente uccisa, la cui unica responsabilità era di essere stata fino all’ultimo vicina a Mussolini, eroina uccisa per amore.

Un senso di pietà ed umanità che non hanno avuto quei “coraggiosi” partigiani, assassini e sanguinari rossi, i quali hanno appeso per i piedi i corpi esanimi di Mussolini, della Petacci e degli altri gerarchi in Piazzale Loreto: li hanno dileggiati, insultati, sputacchiati, violati, arrivando perfino ad orinare su di essi, quando sono stati deposti a terra. Una vergogna così disumana che pure il partigiano Sandro Pertini parlando di Claretta Petacci nel 1983, disse: “La sua unica colpa è di aver amato un uomo”Una pagina buia della storia italiana, che ha indignato anche storici esponenti della sinistra e della Resistenza, come Ferruccio Parri, vice comandante del Comitato di liberazione nazionale Alta Italia, che definì piazzale Loreto una «macelleria messicana».

Sulle ultime ore di Clarice Petacci, compagna segreta di Mussolini dai primi anni ’30, fascista per amore di Mussolini ma priva di responsabilità politiche, si è scritto molto. La testimonianza del partigiano comunista Walter Audisio, esecutore materiale – secondo la storiografia ufficiale – dell’assassinio del Duce, racconta che la Petacci gridò enfatica: «Mussolini non deve morire», prima di essere fucilata anche lei, aggrappata alle gambe del morto. L’ex missino Giorgio Pisanò ha indagato e aggiunto ricostruzioni raccapriccianti sullo stupro – “È stata più volte violentata da Martino Caserotti”, (un partigiano che conservò scarpe e foulard della Petacci) – e sulla questione della biancheria intima mancante.

Parimenti deplorevoli le risate del conduttore Giovanni Floris, pagliaccetto complice, condite dagli applausi dello studio di La7 nel programma diMartedì. La battuta sulla Petacci non suscita alcuna replica nel fronte sinistroide delle paladine delle donne, solitamente pronto a scattare come una molla al più lieve sospetto di infrazione maschilista.

Nell’Italia degli inutili Renzi e Fiano e delle Boldrini non esiste rifugio più comodo dell’antifascismo, soprattutto quando, come in questo caso, l’antifascista è solo un comico fallito. A settant’anni di distanza la Sinistra necrofila irride e si vanta di dare l’appellativo di maiala ad una donna e di vilipendiare chi voce terrena più non ha e pertanto neppure il diritto della propria difesa.

La grande indignazione espressa nei social, nei mass media, sui giornali è invece testimonianza esemplare di una umanità biofila, che rende onore a questa donna, violentata, oltraggiata, e appesa a testa in giù per la sola colpa di amare.

Chi non rispetta la morte non può sperare di «non perire», ossia di salvare la propria anima, ma andrà incontro alla morte morale, ancora più spaventosa della morte fisica. Nell’antichità, perfino il feroce Achille, che aveva giurato a Ettore morente di lasciare il suo corpo in pasto alle belve feroci, finisce per piegarsi davanti alle lacrime di Priamo e restituisce al vecchio re di Troia il cadavere, perché questi possa dare al figlio l’amore e delle degne esequie.

Nell’attualità resta invece la vergogna e lo schifo di un comico, un conduttore, una Sinistra putrida e violenta alla ricerca di una identità, per i quali da biofilo e cristiano invoco, non senza fatica, l’umana “pietas”.

Alessandro prof. dott. Tamborini*
*Plenipotenziario, Cattedratico di Scienze Religiose, Storia e Simbolismo dell’Arte Antica e Medievale. Responsabile Nazionale di FN per le politiche di tutela e promozione del patrimonio culturale ed artistico.