“La nozione di peculiarità nasce solo nel momento in cui vedo l’universo in maniera sfocata, approssimativa”. Questa frase è contenuta in un noto libro di divulgazione scientifica di Carlo Rovelli, L’ordine del tempo (Adelphi, 2017).

Un momento. Che succede? L’argomento del libro è il tempo; anzi, il tentativo – da parte di un fisico teorico – di fornire una spiegazione scientifica della natura del tempo.

Quella che abbiamo appena letto è una frase politica. Politica nel senso più profondo e crudo del termine: dice “qualcosa sulle cose”, su come sono, anzi: su come devono inevitabilmente essere senza che possa essere sostenuta alcuna opinione contraria.

Ho riletto più volte la frase: secondo l’autore, più articolate ed evidenti sono le distinzioni, meno accurata è la visione della realtà. La realtà, prescindendo dalle differenze, sarebbe costituita da un tutto indifferenziato avulso dallo spazio e dal tempo. Qualcosa di fermo, mutevole soltanto agli occhi di un frettoloso osservatore. Ma è davvero così?

La scienza tradizionale – come noto – ha privilegiato in ogni campo l’analisi qualitativa rispetto alla misura meramente quantitativa. Del resto, fino a tempi assolutamente recenti, anche la scienza moderna – seppure focalizzandosi via via in senso prevalente verso una concezione quantitativa e materiale della realtà – non ha rinnegato l’esistenza di distinzioni qualificanti e concrete. Si pensi, ad esempio, alla tavola periodica degli elementi o alla classificazione dei regni della natura di Linneo.

Adesso, invece, la scienza ha effettuato una brusca virata, non immune dall’influsso di mode e tendenze oggi in voga. Una virata doppia verso la frammentazione e l’omologazione di tutte le cose.

Apparentemente, sembrerebbe trattarsi di due tendenze opposte, ma – sotto la severa lente di ingrandimento della scienza attuale – non è così. Se le singole parti sono tutte identiche, infatti, non ha senso neppure parlare di “identità” di ciascun elemento che compone l’insieme, né di “qualità”, né – ritornando all’oggetto del libro citato in apertura – ha più senso parlare di tempo. Si ha un mare di oggetti identici, ossia la pedissequa ed infinita ripetizione dello stesso oggetto.

Questa visione “egualitaria” delle cose, sbandierata dai divulgatori contemporanei come innovativa e “affascinante” (ossia accattivante per le masse), nasconde, in realtà, uno dei grandi dolori e dei mali da cui la nostra epoca è afflitta: la tendenza inarrestabile alla banalizzazione, che ora – nella scienza – trova formulate come assiomi di verità le proprie basi programmatiche.

Se la scienza etichetta come “errore di percezione” e “miopia” la ricerca delle differenze, buon per lei. Noi ce ne chiamiamo fuori e, modestamente, ce ne freghiamo. Il grande sole che illumina le luci e le ombre non ha smesso di girare, né la terra di essere screziata di verde, di nero e d’argento. Provi la scienza a dimostrare il contrario.