Noi vogliamo”. “Lo voglio”. “Mi scappa la pipì, quindi la faccio”. “È mio”. “La mamma mi vieta di toccare il fuoco, è cattiva”.

L’età infantile è (anche) l’età dei capricci e del prevalere del sé sugli altri. Il bambino nasce rivolto verso se stesso e soltanto con il contatto sociale e con l’esempio si apre pian piano al mondo. Il mondo degli adulti. Ma è davvero un mondo degli adulti quello che ci circonda? Sembrerebbe proprio di no.

La tendenza attuale, pericolosissima in chiave futura, è quella di un prevalere dei diritti sui doveri, dei desideri sulle responsabilità, del sé sulla comunità. Un generico “voler stare bene” a tutti i costi, inteso come pretesa di un benessere puramente materiale.

Nelle nuove generazioni questi segni si sono fatto così evidenti da destare dal letargo anche qualche cattedratico liberale. È la società-mamma, un sogno (o un delirio?) che avvolge una società europea circondata da nemici e in bilico verso la sconfitta.

I segni sopra richiamati si manifestano sotto molteplici e concorrenti aspetti. Se ne possono tratteggiare numerosi e, tra questi, ricorderemo i seguenti. E che qualcuno ne tragga le conseguenze.

Isolamento. L’avvento di tecnologie sociali determina il prevalere della comunicazione virtuale su quella reale. L’individuo si trova a disagio nelle interazioni con i propri simili, giungendo ad evitare per quanto possibile il contatto sociale. È l’età del vagito solitario, dell’e-mail contro la telefonata, della chat contro l’uscita in gruppo. La percezione di sicurezza e di protezione determinata dall’assenza di contatto fisico e visivo con l’altro spinge gli individui in culle virtuali dall’abbraccio sempre più stringente. Un abbraccio che non tollera rivali.

Capriccio. La pretesa di “nutrimento” e di comodità si trasforma in un’ondivaga ricerca di una realizzazione di sé: è l’epoca delle relazioni opportunistiche, dei genitori da cui trarre sussistenza anche in età adulta, dei colloqui di lavoro che iniziano dalle domande sulle ferie, degli sport praticati per moda, delle mete di vacanza scelte per confondersi alla moltitudine. È l’età in cui il “volere” si identifica pericolosamente – e solo nel pensiero – con il “potere”. Il diritto è il dolce zuccherino, il dovere è la verdura cattiva da rifiutare a smorfie.

Immaturità. È l’epoca della paura per l’impegno, del venir meno della parola data, del ritardo agli appuntamenti per poter poppare ancora un po’ da mamma Internet. L’epoca del prevalere del divertimento – inteso nelle sue forme più rudimentali ed individualistiche – sul raccoglimento. Dell’ape che vola di stage in stage: e non diamo la colpa soltanto alla “crisi”. La crisi è soprattutto in noi.

Materialismo. È l’epoca dei giochi sfolgoranti per adulti, del modello nuovo di cellulare, del tenersi le figurine della vita tutte per sé, senza scambiarle con i compagni. È l’età della casa comprata dai genitori, dell’auto a 18 anni, del nome esotico al cagnolino.

Siamo quindi nella culla. Il progresso è una culla? La spinta alla massificazione, all’accettazione perbenisti del “diverso” non nasce da una profonda consapevolezza filosofica. Nasce da una paura che ben pochi sanno riconoscere.

La grande paura di questa umanità bambina – senza adulti che la tengano per mano – è quella di fermarsi e chiedersi “chi sono?”. È la paura che ci spinge a dire “tutto è uguale”, “siamo tutti identici”: perché l’identità è comoda e rassicurante, non ha colori e non richiede riflessioni. Non riconoscere se stessi e la distinzione con il mondo esterno è un atteggiamento del neonato che tutti inconsapevolmente stiamo acquisendo, anche se l’età del pannolino è passata da un pezzo.

Ergersi Uomini, darsi una tenuta interiore è l’unico reagente per alzarsi dalla culla e non lasciarsi sopraffare. A qualunque costo, anche se nessuno dei bambini che ci circonda è in grado di capire. Poco importa. Facciamolo per noi, facciamolo o saremo perduti.