Per esercizio mentale e, ammettiamolo, anche per naturale curiosità, le persone intelligenti si pongono dal punto di vista degli avversari. Lo spirito critico è necessario a mantenere il timone della propria ragione e distingue chi cerca di comprendere da chi bertuccia slogan senza comprenderli. Facciamo, quindi, questo esercizio mentale e reincarniamoci per cinque minuti – solo cinque minuti, promesso! – nel corpo di una Bonino o di una Boldrini. Accomodiamoci per quanto possibile e guardiamo dalle loro cupe feritoie chiamate occhi. Con cautela: non sappiamo che cosa troveremo là fuori.

Per noi, felici pochi cacciatori di Idee, non è cosa solita il paesaggio che da questi occhiastri riusciamo ad abbracciare. Non somiglia ad un mare sconfinato né a picchi eccelsi, ma solamente ad un vasto pantano acquitrinoso in una luce incerta: melma, insomma. Una melma marroncina ed informe senza distinzioni significative da un capo all’altro dell’orizzonte. Mettiamoci gli stivali e, da buoni Bonino, sorridiamo un po’ attorno. Qual è il mondo per cui ci sgoliamo ai comizi e per cui mobilitiamo la “società civile”?

Se fossimo almeno un poco soggiogati dalla propaganda mainstream, ci aspetteremmo di trovarci di fronte ad un nuovo Eden, in cui il prototipo del Buon Migrante aiuta l’anziana con lauta pensione ad attraversare una strada percorsa da molte biciclette elettriche e poche auto green. Attorno aiuole, ragazzi multietnici sui prati, un bel sole arcobaleno in cielo e tante, tante opportunità. E allora perché, in realtà, abbiamo un buon mezzo metro di fango in cui sciaguattare? Altro che Eden: è un pantano per ranocchi.

Perché? Perché la retorica dell’avversario è la retorica del nulla: negazione non solo dei doveri che costituiscono la base esistenziale dell’uomo, ma anche di quei diritti che sventolano sulle loro bandiere nuove di zecca che, vigliaccamente, mai hanno conosciuto né polvere, né strappo, né battaglia.

Se diventi tutti, se hai diritto ad essere tutto, se puoi fare tutto e tutto è un tuo diritto, violi un principio che i nostri antenati conoscevano molto bene: accademicamente lo chiamiamo “principio di individuazione” ed è molto più semplice di quanto ci si possa aspettare. Detto in soldoni, l’individuo esiste solo fintantoché vi è qualcosa di speciale in lui, qualcosa che lo distingue da tutto ciò che lo circonda. Altrimenti si fonde nel nulla, ritorna al caos primordiale, al fango, alla mota.

Gli occhi che abbiamo preso in prestito – fortunatamente per poco – erano troppo impegnati a bearsi delle battaglie civili social per curare questo dettaglio: la loro lotta è lotta per il caos, è lotta contro le potenzialità superiori dell’individuo e della società. E’ una gara al ribasso, un appalto assegnato a chi offre di meno a costo di utilizzare materiali scadenti. L’annaspare in questo fango ci è bastato e l’esperimento di reincarnazione è finito. Torniamo noi stessi: da questa spiacevole gita forse abbiamo imparato – o ricordato – qualcosa.

Chi si professa di Destra – quella vera, identitaria, tradizionale – non combatte per gridare “Dux mea lux” come un disco rotto, o per azzuffarsi con le pecore anemiche della riva opposta. Lotta perché cerca l’aria pura, cerca la salita, l’altezza, la preservazione di quello che è, appunto, il principio di individuazione. Lotta affinché esista ancora un mondo non ridotto a poltiglia, perché ciascuno abbia la dignità che merita, gli amori che merita e anche il dolore che gli è riservato.

La terra di bengodi dei nostri avversari è un sogno di carta, un ninnolo per bambini, un trastullo mentale per annullare e divorare nel nichilismo il mondo in cui viviamo. Riconosciamolo, comprendiamolo a fondo, e il fango verrà lavato via dalle nostre vite. Per sempre.