L’Islam è pericoloso? Sì, se noi vogliamo che lo sia.

Per spiegare il senso di un incipit così diretto e dal sapore paradossale, procedo a lumeggiare i due estremi dell’Islam: quello pericoloso e quello col quale si può andare d’accordo.

Ovviamente, per “noi” intendo le genti, prevalentemente cristiane, che popolano quella che solo un secolo fa (ossia appena 4 generazioni) era conosciuta e rispettata come la civiltà europea, in seno alla quale, ai tempi nostri, almeno un buon 10% della popolazione è musulmana.

Altrettanto ovviamente, va da sé che per contrastare una spiritualità, quella islamica, molto sentita dai suoi fedeli, che non hanno remore a manifestarla e testimoniarla attivamente, è necessario che da noi ritorni l’auditum fidei che i nostri padri avevano per la Fede Cattolica.

Lo spirito, anche quando non è santo, passa tra gli interstizi e riempie gli spazi vuoti e noi, a furia di pensieri oziosi, abbiamo lasciato molti spazi vuoti che l’Islam sta riempiendo.

L’Islam pericoloso.

C’è un Islam, il cui centro di irradiazione è il sacro suolo già calpestato da Mohammad, che veicola le seguenti certezze:

  • come gli ebrei ritiene di essere il popolo eletto;
  • è convinto di essere chiamato da Dio a islamizzare l’orbe;
  • guarda alle terre degli altri, i non musulmani, come “terreno” di conquista per la successiva conversione, innescando così una sorta di «lebensraum» spirituale che sta alla base del jihad.

Tale Islam è quello della confraternita dei  Fratelli Musulmani, il cui motto recita: «Allah è il nostro Obiettivo. Il Profeta è il nostro Leader. Il Corano è la nostra Legge. La Jihad è la nostra Via. Morire sulla via di Allah è la nostra più alta Speranza».

L’altro Islam

C’è poi un Islam totalmente altro, che è l’Islam dei musulmani prevalentemente mediterranei o dei territori contigui al bacino del «mare nostrum», i quali rispondono a una logica diversa, perfettamente riassunta nel discorso di Toumliline, che ha dato origine a una corrente di pensiero affermatasi e consolidatasi in Marocco nei primi anni ’50 del secolo scorso, nota come l’Esprit de Toumliline, dall’omonimo Monastero fondato dai benedettini nel 1950 ad Azrou (Atlante marocchino) e inaugurato dal Sovrano marocchino Hassan II, allora principe ereditario; di  seguito:

«Dans ce pays que Sa Majestè le Roi espere voir devenir le trait d’union entre l’orient et l’occident, …mesdames et messieurs, vous etes chez vous. Car l’homme de bien, le croyant, l’homme honnete est partout chez lui… Alors, ce pays qui est le votre, est surtout la maison de Dieu, elle est celle de tous les croyant, celle de tous les hommes qui ont des aspirarions egaless dans un monde meilleur».

«In questo paese che Sua Maestà il Re spera di far diventare il legame tra Oriente e Occidente, … signore e signori, siete a casa. Perché l’uomo buono, il credente, l’uomo onesto è ovunque a casa … Quindi, questo paese che è tuo, è soprattutto la casa di Dio, è quello di tutti i credenti, quello di tutti gli uomini che hanno eguali aspirazioni in un mondo migliore».

Per quanto sopra, a titolo paradigmatico, si può tracciare il seguente solco tra i due Islam.

L’Islam pericoloso è quello che propugna con insistenza i famosi 5 pilastri, ossia:

  • la professione di fede (unicità di Dio);
  • la preghiera (Salat);
  • l’elemosina (Zakat);
  • il digiuno (Saoum);
  • il pellegrinaggio (Hajj).

Questi appena enunciati, nella realtà sono la parte presentabile dei pilastri dell’Islam che la Fratellanza musulmana sbandiera a uso e consumo di interlocutori occasionali e nemmeno troppo svegli.  Come se una religione, quale è quella islamica, possa essere rappresentata nella sua universalità solo da 5 innocenti concetti così elementari. È evidente che l’impalcatura di una simile religione è costituita su speculazioni più ampie e profonde riguardanti Dio… ma anche Cesare, con tutte le ricadute giuridiche, sociali, economiche che ciò comporta.

Quando li enunciano nei talk-show, davanti ad interlocutori sprovveduti, come sono la maggior parte di quelli che si confrontano su quest’argomento, il fratello musulmano di turno fa sempre una gran bella figura, da “bambino buono”, proponendo 5 innocenti pilastri così politicamente corretti. Ma ipocritamente sorvola sul fatto che un musulmano è musulmano a vita, altrimenti è apostata e che l’apostasia comporta la pena capitale. Ecco un pilastro, tenuto nascosto, sul quale poggia tutta la struttura dell’Islam: l’irrevocabilità, anche sul piano legale e normativo, dell’atto di fede.  

Ad esempio, quel “fratellino” si guarda bene dall’evidenziare che il non musulmano che sposa una musulmana deve:

  • convertirsi, pronunciando davanti a un notaio la formula sulla unicità di Dio (trattandosi di un pensiero consolidato nel cristiano, è facile cascare nell’inganno che sottende tale dichiarazione);
  • cambiar nome (si chiede di abdicare al proprio nome ed assumerne uno evidentemente musulmano);
  • circoncidersi (ossia, assumere nella carne il marchio della diversità rispetto agli indegni).

Essendo così diventati musulmani, si è soggetti alla legge sull’apostasia (che in quei demenziali paesi dove impera il wahhabismo dei Fratelli Musulmani significa pena di morte per lapidazione).

Questa è la cifra dell’Islam che si sta affermando in Europa tramite l’empowerment portato avanti dai Fratelli Musulmani.

L’altro Islam, quello non pericoloso, è quello che, rifacendosi al precitato “esprit de Toumliline”, applica i 5 pilastri “cum grano salis, preferendo l’applicazione dello “Iman”, ossia “l’intima spiritualità”, la quale prevede che il buon musulmano per essere in pace davanti al creatore, anche a fronte di una mancata applicazione pedissequa dei 5 pilastri,  debba professare nel suo intimo i seguenti principi:

  • L’unicità di Dio;
  • La fede nella sequela di tutti i profeti;
  • La certezza della promanazione dello spirito di Dio negli angeli;
  • La fede nei Libri sacri, intesi come Vecchio e Nuovo Testamento e Santo Corano.

Effettivamente ne emerge una sostanziale tendenza a mitigare la rigidità dei 5 pilastri, i quali, come abbiamo visto, se applicati pedissequamente tendono a sfociare nel cosiddetto fondamentalismo.

L’«iman» costituisce quindi il discrimine tra l’Islam professato dai fondamentalisti e quello invece vissuto da una buona parte della popolazione musulmana.