Dopo l’ennesimo dibattito televisivo – in cui, per l’ennesima volta, un cialtrone intellettuale, nel suo sproloquio, ha fatto carta straccia del nostro «primato morale e civile» sostenendo che gli italiani, influenzati dal populismo, sono diventati razzisti e xenofobi – ripeto quel che vado dicendo fin dalla prima ondata migratoria clandestina che è atterrata sulle nostre coste: è ora di piantarla con le accuse di razzismo e xenofobia rivolte a noi stessi da altri italiani ribaldi, seguaci di strampalate teorie modaiole sull’accoglienza a tutti i costi (ovviamente, Capalbio docet, non nelle loro magioni, ma nelle case di altri italiani, quelli «razzisti»).

Gli italiani, per matrice storica e spirituale, avendo ereditato l’universalità sociale dell’Impero Romano e religiosa del cattolicesimo, non sono razzisti – ovvero propensi a denigrare per partito preso gli appartenenti ad altre etnie e nazioni – e nemmeno xenofobi. Non lo sono mai stati.

Feltri aveva ragione quando in un dibattito televisivo ha sostenuto che, anche sotto il fascismo, l’italiano non era razzista e la canzone “Faccetta nera” lo testimonia… «faccetta che sei schiava tra gli schiavi, il tricolore sventola per te», e pure «faccetta nera, sarai romana, la tua bandiera sarà quella italiana», e anche «faccetta nera, sarai romana e marceremo insieme a te».

E non è possibile (a meno di conclamata malafede) che le Boldrini ed epigoni confondano e liquidino l’esasperazione di un popolo con il bieco razzismo e non si rendano conto che gli italiani sono seriamente preoccupati da una realtà antropologica, civica e sociale che metterebbe a mal partito anche San Francesco.

Chi sostiene il contrario, ossia che siamo quasi di colpo diventati «brutti, sporchi e razzisti» sotto la spinta del cosiddetto populismo, è solo un cialtrone intellettuale che guarda alla realtà quotidiana con gli occhi foderati dal prosciutto ideologico e si rifiuta di vedere che le vere vittime del razzismo siamo noi. Noi siamo le vittime di un razzismo che alberga nell’animo di ogni clandestino che approda da noi.

Noi siamo le vittime di quel razzismo, sordo, portato avanti sotto traccia dalla più sciatta disonestà intellettuale dei nostrani “maitres à penser” e dalla tracotanza dei clandestini (chiamiamoli per quel che sono!).

Quel razzismo nei nostri confronti, che ci nascondono rivoltandoci contro l’accusa, si chiama “revanscismo” e consiste nel tracotante, disonesto risentimento verso quello che loro ritengono essere stato il cattivo antico schiavista e il più recente cattivo colonialista, ossia fenomeni sociali trapassati, già riconosciuti in ciò che vi era di sbagliato, storicamente condannati e per i quali abbiamo pagato, e continuiamo a pagare, il fio con aiuti e sostegni di ogni sorta nei confronti di popolazioni che sono state schiavizzate oltre 200 anni fa e colonizzate circa tre quarti di secolo fa.  Presso i clandestini musulmani questo risentimento si spinge addirittura fino al periodo delle Crociate (quasi 1000 anni fa).

A fronte di ciò, mi viene spontaneo dire: se il mio tris-trisavolo, rispondendo a un’etica consolidata ai suoi tempi, si è dato alla tratta degli schiavi (1), io, che schiavista non sono e che credo nel valore della dignità della natura umana che è comune a tutti gli uomini (2), che cavolo c’entro?

Si sappia che nelle loro chiacchierate da bar, nelle moschee o nei capannelli di protesta, i clandestini, spesso ispirati anche da nostrani “consiglieri fraudolenti” esprimono sempre la certezza che spetti loro di diritto essere accolti “senza se e senza ma”, come risarcimento per i passati delitti che noi avremmo commesso nei loro confronti.

Si sappia che i clandestini non chiedono ospitalità, ma intimamente pretendono un risarcimento per dei crimini (sempre che di crimini si tratti) che sono storicamente estinti!

Questo è il razzismo di cui siamo vittime e che è forse più pericoloso di quello prodotto da culture e ideologie anticattoliche, come l’illuminismo ed il positivismo. Ed è più pericoloso, perché sottende la chiara volontà di cambiare l’antropologia e la spiritualità della nostra civiltà.

Attenzione, l’ho già scritto e non mi stancherò mai di ripeterlo: il nostro continuo auto-“j’accuse” per le Crociate, la tratta degli schiavi, il colonialismo, etc, che perpetuiamo in maniera massiccia ormai da due generazioni, e adesso l’auto-accusa invereconda di essere razzisti, non fa altro che sfrucugliare le pretese di molti immigrati, incitandoli a «menar le mani».

Note

(1) Tratta largamente praticata dalle popolazioni arabo-mussulmane.

(2) Dignità che poi deve essere onorata con una retta condotta di vita (onesta e conforme al diritto naturale), in quanto la dignità della natura in cui è radicata la singola persona non equivale all’immacolata concezione. Papa Leone XIII insegna: «L’intelletto e la volontà che aderiscono all’errore ed al male decadono dalla loro dignità nativa e si corrompono» (Enciclica Immortale Dei).