All’indomani delle ultime elezioni amministrative, che hanno visto il trionfo del centrodestra e degli urlatori pentastellati ed il tracollo delle sinistre, queste ultime hanno lanciato il solito “j’accuse” contro l’elettorato medio, invocando l’abolizione del suffragio universale per tutti coloro che sono considerati analfabeti funzionali, ossia tutti quelli che non votano PD, Boldrini e Bonino. Abbiamo assistito allo stesso teatrino per l’elezione di Donald Trump e per la Brexit, e questa volta il patentino di “popolino ignorante” è toccato proprio all’elettore italiano. Come nelle precedenti occasioni anglosassoni, anche da noi il mondo liberal ha dimostrato di non saper perdere, di non conoscere l’autocritica e battendo infantilmente i piedini minacciando di lasciare il Paese.

Le idee premiate dalle elezioni sono quindi state bollate, ancora una volta, come “populiste”: idee trasmesse alla pancia e non alla testa delle persone, cosa che invece viene fatta, a detta loro, dalle sinistre liberal di stampo obamiano. I politici che propugnano le idee populiste vengono tacciati (effettivamente spesso a ragione) di vendere fumo, promettendo cose impossibili che ovviamente non saranno mantenute durante il mandato, ma che la gente vuol sentirsi dire durante la campagna elettorale. Inoltre, viene mossa l’accusa a tali movimenti di diffondere paura contro il diverso (l’immigrato, l’omosessuale, l’islamico, persino la donna…), attribuendo a queste idee ogni violenza, vera o presunta, verbale o fisica, intenzionale o meno, contro le categorie protette dalle sinistre.

Naturalmente, non si vuole difendere né il centrodestra né il M5S, ma poiché questo maxiprocesso alle idee indetto dalle sinistre progressiste riguarda anche i movimenti identitari, è nostro dovere gettarci nella mischia e “giudicare i giudicanti”.

Innanzitutto, è bene ricordare che storicamente la sinistra non è esente dall’aver venduto aria fritta dal dopoguerra ad oggi. Al contrario, durante la Prima Repubblica, veniva promesso il paradiso socialista che, nei luoghi ove si è realizzato, è caduto sotto il suo stesso peso. E, preso atto di ciò, la sinistra si è spostata dalla parte del capitalismo occidentalista, ammainando la bandiera rossa per innalzare quella blustellata e promettendo questa volta un paradiso neoliberista fatto di tablet, costose caffetterie e noiosi compendi.

Esattamente come gli avversari di destra, gli attivisti di sinistra tendono a diffondere, stavolta molto più platealmente ed oltre i limiti del ridicolo, la paura della deriva fascista della società, lanciando campagne per la messa fuorilegge di tutti i pensieri che non si conformano al loro, sulla scia di ogni totalitarismo che si rispetti. E come ogni buon populismo, anche quello di sinistra si propone di migliorare la società attraverso paroloni e pseudovalori nati, a detta loro, dalla Resistenza, fomentando la cultura del contrario a tutto, ma giustificando paradossalmente ogni scelleratezza finanziaria compiuta ai danni del Popolo.

Invece di proporre soluzioni economiche vantaggiose per tutti, si promettono liberalizzazioni di ogni tipo che sfoceranno fatalmente nella grande imprenditoria globale a danno della piccola iniziativa privata. Si propongono ogni giorno nuovi diritti costruiti ad hoc per ciascuna categoria, si lotta per la legalizzazione di droghe e per la depenalizzazione di vari crimini (tranne di quello di opinione), inventandosi presunti benefici per la società.

E quindi, paure verso pericoli inesistenti, nemici inventati, promesse fasulle di nuove rivoluzioni, nostalgia per un passato ricostruito secondo le esigenze: tutti gli ingredienti per un populismo perfetto, non sono solo prerogativa di certe fazioni politiche conservatrici. Ed in questo caso, l’utilizzo del populismo per fini propagandistici è aggravato dalle motivazioni ultime, ossia il disfacimento della nostra società.