Bashar Al Assad, nell’immaginario ormai consolidato di noi europei, anestetizzati da un’abile azione di «disinformatija», appartiene ormai definitivamente  a quella schiera di spietati dittatori arabi da film hollywoodiani.

In realtà, basterebbe solo un po’ di senso critico per riportare accuse che gli vengono mosse nella dimensione della realtà, perché ci vuol ben poco a capire che quelli che ci vengono mostrati come spietati dittatori  sono semplicemente dei leader politici e militari di un mondo dove le cose vanno così oppure non vanno, e che il metro occidentale di valutazione politica, etica e morale può risultare improprio, soprattutto dopo aver accertato che spesso la maggioranza di quelle popolazioni, rimpiange la caduta di quella leadership e ne anela, sottovoce, il ritorno. Di questo ho diretta esperienza con gli algerini che hanno festeggiato la detronizzazione del FIS, con gli iracheni che, sottovoce, invocavano il ritorno di Saddam e tifavano per El Dhouri, con gli Egiziani che si sono sentiti risollevati quando Al Sisi, il “Pio Al Sisi”, ha estromesso il “fratello musulmano” Morsi, e, per quanto mi consti, anche i libici, i quali non nascondono che stavano meglio con quel pazzo di Gheddafi.

Un po’ di sano buon senso ci aiuterebbe a capire, peraltro, che questi dittatori sono molto meno feroci di come vengono dipinti da una sapiente propaganda che, in puro stile hollywoodiano, li dipinge come boia che giustiziano i propri generali sparando loro con la contraerea o facendoli divorare da mute di cani appositamente resi famelici.

Però, a ben rifletterci, Bashar Al Assad, il feroce dittatore, qualche colpa ce l’ha:

  • è inviso all’Arabia Saudita;
  • se la intende con l’Iran;
  • assicura la libertà di culto e la protezione alla numerosa comunità cristiana, perfettamente calata nella realtà della sua nazione;
  • soprattutto, è ancora in sella malgrado gli sgambetti che l’internazionale jihadista, dall’Occidente applaudita, gli tira dal 2010.

Risulta evidente che Bashar Al Assad è l’obiettivo di primo tempo della “fitna” che  l’Arabia Saudita (nazione sunnita, wahhabita, integralista e jihadista) sta scatenando contro gli odiati sci’iti, con la complicità statunitense che le tiene il bordone dal tempo delle cosiddette primavere arabe.

Ed è altresì evidente che l’obiettivo conseguente, qualora riuscissero a sistemare la Siria, è l’Iran, che secondo loro ha la colpa di preparare l’atomica e di essere il nemico giurato di Israele, adesso alleato dei sauditi.

A dire il vero, l’Iran ha un’altra colpa imperdonabile agli occhi dei sauditi wahhabiti: non persegue nessun lebensraum religioso, accontentandosi di esercitare una “primazia” su Siria, Libano e parte del Kurdistan iracheno e mantenere ottimi rapporti con la Santa Sede.

A questo punto sorgono alcuni preoccupanti interrogativi:

  • Gli americani credono veramente alla bufala dell’uso degli aggressivi chimici da parte di Bashar?
  • Hanno coscienza di quel che stanno facendo?
  • Hanno coscienza delle conseguenze che comporta il lasciarsi coinvolgere nella fitna voluta da quella nazione ribalda che è l’Arabia Saudita?
  • Pensano veramente sia giusto e opportuno permettere che l’Arabia Saudita si imponga nel Vicino e Medio Oriente cancellando di fatto uno stato come la Siria?
  • E quando l’Arabia Saudita sarà diventata la nazione vicariante in quell’area, cosa ne sarà della Giordania, del Libano e delle comunità cristiane che le popolano?