Associare l’Italia alla “bellezza” potrebbe sembrare uno dei tanti cliché che affollano il mare magnum della carta stampata, ma la strenua difesa di tale bellezza, ecco, questa sembra ormai una battaglia che in pochi sono disposti a portare avanti.

La difesa, infatti, implica conoscenza, sacrificio, studio. Ma soprattutto umiltà. Ed è proprio l’umiltà la qualità meno esercitata dai nostri accademici. Tanto che una delle migliori opere sul tema dei beni culturali uscite negli ultimi tempi proviene da un intellettuale che l’accademia l’ha frequentata e amata, ma che ha saputo aristocraticamente distaccarsene.

Ovviamente ci riferiamo a Riccardo Rosati e alla sua ultima opera saggistico-compilativa. Uscita nell’ottobre 2017 per le edizioni Solfanelli, “La bellezza antimoderna” si presenta come una raccolta di scritti, articoli e saggi riuniti e rielaborati dall’Autore per affrontare un tema “sacro” per la nostra Patria, ossia, come si legge nell’introduzione, “la difesa della Tradizione e del Bello”.

L’opera si pone in continuazione ideale con il precedente “Museologia e Tradizione”, discostandosene però per lo sguardo più ampio. Se nella prima l’occhio dell’Autore si era focalizzato principalmente sulla museologia, questa volta, invece, oggetto della trattazione è la magnificenza dei beni culturali italiani, con un taglio anche, ma non solo, politico e ricco di vis polemica.

“La bellezza antimoderna” si presenta come un viaggio attraverso alcune meraviglie nascoste, talvolta con un taglio quasi intimistico adottato dallo studioso, che non rinuncia mai, però, al rigore del ricercatore. Rosati ci vuole far conoscere i “suoi” musei, ossia alcune perle come il Museo di Antropologia ed Etnografia di Firenze, o il Museo Casa Scelsi di Roma, ai più sconosciuti, ma ricchi di arte e di storia.

Quello che sembra affascinare l’autore è soprattutto l’amore che il collezionista nutre per gli oggetti. Quell’amore che, come emerge dai numerosi j’accuse lanciati da Rosati contro i “moderni”, sembra mancare a quanti, fra politici e professori, dovrebbero tutelare e valorizzare un Patrimonio unico al mondo come quello italiano.

Non solo Musei e museologia, dunque, ma collezione, gusto, memoria, Tradizione. Sono queste le parole chiave di un’opera essenziale per chi voglia non sapere tutto, ma imparare a cercare.

Da questo libro emerge anche un’altra verità inconfutabile. Gli italiani contemporanei, malati di esterofilia, non si rendono conto dell’unicità del proprio Patrimonio culturale. Vogliamo segnalare un articolo chiave in tutto il testo di Rosati, ossia il capitolo denominato “La grande menzogna: una Nazione che non ama il suo Patrimonio”. In questo pezzo, emerge con tutta chiarezza il paradosso che Rosati vuole costantemente far presente al lettore. Gli americani, popolo di distruttori per eccellenza, si vogliono autocelebrare e dipingere come i tutori mondiali del Bello e del Giusto: si veda il film di Clooney, The monuments men. Al contrario, noi italiani, che di quel Bello siamo i maggiori rappresentanti, siamo ben rappresentati dal film di Sorrentino, vincitore del premio Oscar, ossia La Grande Bellezza. Un popolo dominato da radical chic moralmente corrotti, che si muove all’interno di un palcoscenico di magnificenza.

“La bellezza antimoderna” si divide in quattro parti: “Museologia”, “I miei musei”, “Attualità dei beni culturali”, “Articoli su mostre”. In ognuna, ogni capitolo rappresenta un articolo pubblicato dall’Autore su autorevoli testate come Il BorgheseBarbadillo, Il Giornale OFF, Quarto Potere, Totalità, in un periodo compreso tra il 2014 ed il 2016.

Il testo, infine, risulta impreziosito dall’autorevole presentazione redatta da Claudio Mutti, nonché dalla postfazione di una studiosa seria e competente come Annarita Mavelli.

Trattasi dunque di un lavoro di qualità, che non mancherà di appassionare e nutrire il lettore, suscitando in lui il desiderio di conoscere meglio l’Italia, scoprirne i tesori e divenirne custode fedele.

Riccardo Rosati, La bellezza antimoderna, Edizioni Solfanelli, Fano 2017, pp. 166. Presentazione di Claudio Mutti, Postfazione di Annarita Mavelli.