“Gli americani credono che la miseria, la fame, il dolore, tutto si può combattere, che si può guarire dalla miseria, dalla fame, dal dolore, che v’è rimedio a ogni male. Non sanno che il male è inguaribile. Non sanno […] che senza il male non vi può essere Cristo. No love no nothin’. Niente male, niente Cristo. Minor quantità di male nel mondo, minor quantità di Cristo nel mondo. Gli americani sono buoni. Di fronte alla miseria, alla fame, al dolore, il loro primo moto istintivo è di aiutare coloro che soffrono la fame, la miseria, il dolore. Non v’è popolo al mondo che abbia così forte, così puro, così sincero, il senso della solidarietà umana. Ma Cristo esige dagli uomini la pietà, non la solidarietà. La solidarietà non è un sentimento cristiano” (Curzio Malaparte – La Pelle)

Alfie Evans, il bimbo inglese di 23 mesi la cui vicenda ricorda tristemente quella di Charlie Gard, deve morire, a tutti i costi.

A certificarlo, con tanto di sentenze, i giudici, non soltanto inglesi, ma anche europei della corte di Strasburgo, che si sono autoproclamati padroni in piena potestà, scalzando dalla sua legittima autorità il padre Tom Evans, delle sorti, della vita e della morte del piccolo Alfie.

Quali ragioni hanno addotto per motivare la sentenza di morte questi tribunali che, eppure, la condanna a morte hanno espunto dai propri ordinamenti, sbandierando un inalienabile diritto alla vita, a loro dire incoercibile neanche dal grave danno della colpa?

La vita di Alfie è, testualmente, “inutile” e, peggio ancora, come aggravante della sentenza, mantenere in vita Alfie non farebbe che prolungarne la “sofferenza”.

Tralasciamo di commentare il fatto che le immagini di Alfie in braccio all’amorevole madre, capace, quasi miracolosamente di respirare distaccato da propri macchinari, diano un’impressione opposta a quanto sentenziato da medici e giudici.

Ci soffermiamo a riconoscere il mandante di questo tentato omicidio, a riconoscere quale sia stata la mens del legislatore inglese (e non solo inglese) che si è preoccupata di imbastire questa kafkiana impalcatura giuridica-sanitaria contro cui la famiglia Evans sta combattendo con disperato coraggio.

Ebbene il nome del mandante, il nome della mens, è quello dolciastro e ben noto di “solidarietà”Questa solidarietà moderna, posticcia e depravata, copia mal riuscita del ben più alto, del divino comandamento cristiano della carità, dell’amore, della pietà.

Curzio Malaparte, osservando l’arrivo sul suolo della vecchia, martoriata e morente Europa dei “liberatori” americani, portatori dell’incalzante nuovo mondo moderno, coglieva perfettamente l’antinomia, così come descritta nelle pagine de “La Pelle”, suo capolavoro.

Cristo e il mondo moderno sono antinomie, lo sono, con sconvolgente e lacerante evidenza, nel trattare il mistero del male, la realtà della sofferenza. Cristo il mistero del male lo conosce. Il mondo lo disconosce. Cristo non ordina di curare la miseria, la fame, la malattia ma di curare il misero, l’affamato, il malato, il sofferente. Cristo non rigetta la sofferenza, se ne fa carico, ne diviene il volto.

I coniugi Evans non hanno deciso di rigettare il proprio figlio malato, di turarsi gli occhi di fronte alla sofferenza della malattia, di lasciarlo morire in silenzio assecondando un parere medico. I coniugi Evans hanno scelto di avere pietà verso il proprio piccolo Alfie, hanno fatto una scelta cristiana.

Di contro i medici, dell’Alder Hey Children’s Hospital di Liverpool, il giudice Hayden e tutti i giudici che si sono espressi sul caso, così come tutti i genitori e medici, che in Inghilterra sono ormai nove su dieci, che prendono l’atroce decisione di abortire bambini a seguito di una diagnosi prenatale che evidenzi la presenza nel feto di malattie gravi e incurabili o della sindrome di Down, hanno deciso di appartenere al mondo.

Si sono fatti portabandiera di quella voce mondana che, di fronte al mistero della sofferenza, si trova muta e disarmata. Di quella voce che tremante di timore verso i misteri della morte, del male e del dolore, incapace di darsi una ragione del proprio assurdo esistere, timorosa di soffrire, ovunque veda la sofferenza, non sa far altro che affannarsi con ansia per rimuoverne la causa, eliminare la fonte di tanto dolore.

La voce mondana invoca quindi la solidarietà, mobilita, lancia grida, promuove campagne, avvia piani e finanzia progetti, è intimamente convinta che la condizione umana, grazie a tutto il proprio sforzo, grazie alla propria intima bontà, grazie all’abbondanza dei propri giusti e ricchi mezzi, inevitabilmente migliorerà.

E’ così intimamente buona e speranzosa di poter, un giorno non così lontano, cancellare per sempre il ricordo del dolore, che non sopporta di vederlo quest’ultimo, il dolore, neanche negli spenti occhi delle bestie.

Teme che l’uomo, specchiandosi nei ciechi occhi dell’animale, privi di anima, coscienza e destino, divenuti così simili ai propri, possa subire ancora il ricordo e l’afflizione della sofferenza; la solidarietà si estende quindi alla bestia, divenuta, a sua insaputa, gemella dell’uomo.

Eppure, alla fine, la sua opera viene sempre a cozzare con un’ultima realtà e fallisce. Che fare quando la sofferenza è ineliminabile? Che fare quando il dolore è inestirpabile? Che fare quando un bambino non guarisce?

La solidarietà del mondo, così abituata a invocare, a strepitare, a inveire, a rivendicare, a pretendere, priva della propria opera, del proprio oggetto, non sa tacersi, non sa sopportare in silenzio il proprio dramma.  Non sa, come Cristo, abbracciare e dire di amare la propria croce, salirci come muto agnello.

La solidarietà del mondo pretende la morte, pretende che la sofferenza scompaia e se per farla scomparire dalla vita di Alfie Evans e della sua famiglia è necessario far scomparire lo stesso Alfie e cancellare la sua vita, ebbene sia fatto, sia fatto “nel suo miglior interesse”, come già sentenziavano i giudici per Charlie Gard.

“Nel suo miglior interesse”, meglio morire che soffrire, questo “il miglior interesse di ognuno di noi”, le cui nostre “inutili” vite possono trovare un senso solo nella piena esplicazione delle nostre facoltà fisiche.

Senz’anima, senza sacra dignità, senza scopi ultraterreni, la vita dell’uomo si riduce, secondo la voce del mondo, a quella di una macchina sofisticata, di una animale progredito, la cui esistenza è il ciclo della produzione e del consumo.

Che fare di una macchina che si rompe? Non diventa inutile e scandalosa la sofferenza in una vita talmente segnata dalla malattia? Ecco quindi che la solidale voce del mondo si sente rassicurata nel proprio ragionamento, ritorna rinsaldata nelle proprie certezze, la soluzione che s’era smarrita al dramma del dolore è stata ritrovata.

Muoiano qui ed ora Charlie Gard e Alfie Evans, muoia il dimenticato Vincent Lambert (quarantenne tetraplegico francese, in stato di coscienza minima dopo un incidente d’auto, i cui genitori stanno cercando di salvare dalla decisione dell’ospedale di interrompere le cure).

E’ “ostinazione irragionevole” quella dei coniugi Gard, dei coniugi Evans, dei coniugi Lambert. Sono essi i colpevoli, essi i torturatori, essi i boia che permettono al male, al dolore, alla malattia, alla sofferenza, di perpetuarsi indegnamente nelle inutili vite di Charlie, Alfie, Vincent.

Come ultimo commento di questa tristissima vicenda di Alfie Evans, non possiamo che riempirci il petto d’orgoglio per il fatto di essere almeno ancora italiani, di appartenere a quell’Italia, quella dolce culla di civiltà e religione, a cui oggi con speranza guarda la famiglia Evans.

Quell’Italia che, pur mille volte rinnegata e tradita, ha saputo far battere un sussulto di sé anche presso i suoi indegnissimi e ultimi rappresentanti. Si ricordino gli inglesi di non toccare un italiano.