Giovanni Antonio de Rosas, in arte Stanis Ruinas (1899 – 1984), è una delle tante figure del nostro Dopoguerra finite nell’oblio, un po’ perché scomode, un po’ perché incomprese. Di simpatie sansepolcriste in gioventù, Ruinas si iscrisse al Partito Nazionale Fascista nel 1924 e, entrato nell’Albo dei Giornalisti Professionisti, iniziò a collaborare con L’Impero di Mario Carli, testata che propugnava quello che lo stesso Carli definisce nel suo celebre libro Fascismo intransigente.

Successivamente diresse Il Popolo Apuano, settimanale organico al PNF di Massa Carrara da dove condusse sferzanti campagne contro gli industriali locali, accusati di opporsi al sindacalismo fascista.
Crociate mediatiche di tal sorta lo portarono ad arrivare alle mani con uno dei principali magnati del marmo della provincia, bega in seguito alla quale fu sospeso dalla direzione del quotidiano.

Dopo una parentesi alla direzione del Corriere Emiliano, quotidiano della federazione del PNF di Parma, nel 1933 si allontanò dalla politica attiva perché critico dell’eccessiva tendenza al compromesso del Partito, giudicata incompatibile con le sue origini rivoluzionarieNel 1939, comunque, riprenderà la tessera con anzianità 1933.

Dopo aver partecipato come inviato alla Guerra di Spagna e come combattente in quella di Libia, nel 1943 aderirà entusiasticamente alla Repubblica Sociale Italiana, facendosi strenuo propugnatore della Socializzazione promossa dal Manifesto di Verona. Sino alla fine della guerra rivestirà il ruolo di segretario personale di Vincenzo Lai, commissario della Banca Nazionale del Lavoro a Venezia.

Un ricco resoconto di quegli anni, che lo vedono aggirarsi per le stanze più importanti della RSI, è contenuto in Pioggia sulla Repubblica, memoriale della guerra civile che pubblica nel ’46.
Tra i vari ed interessanti episodi citati nel libro, ve ne è uno particolarmente suggestivo al capitolo XIII: quello dell’amicizia creatasi nel ’44 tra Ruinas ed un ex-combattente partigiano, chiamato, per discrezione verso i familiari (e loro  tutela), semplicemente T.

«Il partigiano T. era calato dalla montagna alla sua città e non voleva più saperne di ammazzare per nulla. Giovane tutto famiglia e libri, non aveva mai smosso un nido, mai fatto male ad una mosca.
[…] Per una rappresaglia avvenuta a seguito dell’attentato a Palazzo Giustinian, comando della Guardia Nazionale Repubblicana di Venezia, e per il quale furono fucilati sette uomini nella piazza antistante, il partigiano T. decise di unirsi ai partigiani in montagna anziché cercare l’attentatore, il quale nel frattempo mangiava e beveva felice.
Avevo conosciuto T. per caso, un giorno di borazo.

Ci eravamo sbattuti uno contro l’altro, alla cieca.
Abbozzata una scusa per tutti e due nel medesimo istante, riparati in un androne nell’attesa che la ventata cessasse, avevamo attaccato a parlare senza diffidenza l’uno per l’altro, anzi, con una fiducia istintiva e strana.
Molto strana, se pensiamo che a quei tempi in cui il fratello diffidava del fratello ed il padre del figlio.

[…] Io vivevo immerso nel lavoro fino alla gola per non vedere e pensare troppo.
Lui dopo l’esperienza partigiana viveva appartato.
Aveva paura di essere preso?
Non credo, perché egli dava poca importanza alla vita.
Lo tormentava un pensiero fisso: quel sangue fraterno che scorreva a flotti, denso e vermiglio, per nulla.

“Ci sbraniamo a vicenda, senza perché” egli disse una volta. “Da ultimo non avremo neppure i trenta denari di Giuda, chiunque vinca.”
Così disse e, guardandolo negli occhi, notai il luccichio di una lacrima.

La sua compagnia mi piaceva: affettivo, buono, lineare, con un’anima tormentata che non poteva che piacermi.

E m’interessava ed incuriosiva quel suo parlare di cose nostre, italiane, con un equilibrio raro in un giovane di trent’anni, per giunta anti-fascista ed anti-tedesco.»

L’amicizia tra Ruinas e l’ex-partigiano stanco della guerra contro altri italiani prosegue e si cementifica per la calle di Venezia. Finché un giorno, T. riconosce in un volto serale quello di un compagno di brigata in incognito, o così gli pare.

«[…] Partì da Venezia all’improvviso, perché aveva avuto la certezza di essere visto e riconosciuto.

Partì e solo tempo dopo [a guerra terminata, ndr], ebbi notizie di lui da una comune amica: “Il compagno T. è stato ammazzato.

“Dove?” Chiesi.
“In una strada di campagna, in quel di Brescia, con un colpo di pistola.”

Immaginando avesse purtroppo ripreso la lotta partigiana, mi sembrò scontato chiedere:

“Da noi [i fascisti, ndr]?”

La comune amica, che era un’antifascista come lui, abbassò invece la testa e non rispose.»