Quando i galli nel 390 a.C. entrarono nell’Urbe, giunti nella Curia, rimasero impietriti davanti alla dignità che promanava dall’assemblea dei senatori, i quali non avevano abbandonato la città, come aveva fatto gran parte della popolazione, ma erano rimasti, maestosi, sui loro scranni.

Dopo aver sostato un attimo sulla porta, sorpresi da una scena di così alta dignità, il capo di quella banda di saccheggiatori si avvicinò al Princeps, Marco Papirio, probabilmente per vedere se non si trattasse di una divinità romana (i galli non potevano concepire che una tale dignità potesse promanare da un essere umano) e gli tirò la barba.

Seduto sul suo scranno il Senatore Papirio, senza scomporsi, per tutta risposta, gli ruppe la testa con il suo scettro da Princeps. I galli massacrarono tutti i senatori.

Quel martirio dei patres genererà lo spirito della migliore romanità. Infatti, qualche giorno dopo il massacro, mentre i politici discutevano sulla opportunità di trasferire a Caere (l’odierna Cerveteri) quel che restava di Roma, un anonimo centurione, giunto con la sua centuria ai piedi del Campidoglio devastato, pronunciò la famosa frase che assunse il valore di un vaticinio: Signifer! Statue signum! Hic manebimus optime! (Vessillifero! Ferma l’insegna! Qui staremo benissimo). Da allora, per secoli, sul Campidoglio verdeggiò il sacro alloro.

Molti decenni dopo il sacco dei galli, l’ambasciatore di Pirro (Re dell’Epiro) – inviato presso il Senato Romano per negoziare la pace, ma ritornato con le pive nel sacco perché i Senatori Romani gli avevano risposto picche, dicendogli che nessun negoziato era possibile fino a quando le truppe epirote fossero rimaste sul territorio della Penisola – riferì al suo presuntuoso sovrano che il Senato Romano, più che un’assemblea di senatori gli era sembrata un’assemblea di Re.