Prestatore di sperma, genitore sociale, madre 1 che concepisce con sperma donato (parliamo chiaro: venduto!) e madre 2 che riconosce il nascituro come se fosse il padre, nel nobile intento di tutelare il benessere del bambino. Immagino che mal di testa avrà quel povero bimbo quando, più grandicello, cominceranno a infarcirgli la testa di cazzate spiegandogli com’è bello aver due mamme invece di una mamma e un papà.

Un simile ragionamento – sostenuto a Porta a Porta dalla Cirinnà con enfasi trionfalistica, quasi si trattasse del raggiungimento di una vetta morale impensabile perché «ci mette alla pari degli altri paesi europei» – merita solo una considerazione espressa nei termini di più bassa lega: a Cirinnà, ma che stai a dì?

  • Il prestatore del seme ovviamente non lo presta (e chi caspita glielo ridà poi a lavoro ultimato?), ma lo vende! Biechi ipocriti che cercate di camuffare il mercato dello sperma con delle definizioni politicamente corrette!  
  • Il termine “genitore sociale”, nel caso specifico essendo quel genitore una donna, è una contraddizione in termini perché la sua funzione, esclusivamente sociale, la estromette dall’atto naturale del genitore: il rapporto tra un uomo e una donna da cui, in via naturale, nasce una vita (mentre due ovuli di donna non generano un bel nulla!)
  • Questo provvedimento è un’idiozia assunta da un sindaco che con un decreto ha omologato nella persona di due donne due figure non omologabili per antonomasia: la donna portatrice del proprio ovulo e l’uomo portatore del proprio spermatozoo, sarà anche in armonia con la legislazione di altri paesi europei, ma non con la nostra legislazione.

Più che mai oggi, con il giovane papà di Alfie che si è dichiarato italiano,  vado fiero della ritrosia italiana nei confronti delle aberrazioni che ci stanno proponendo questi dementi infarciti di ideologia mortifera.

Ho usato a bella posta un linguaggio colorito, anzi, parliamo chiaro, volgare, perché la bassezza delle ragioni della Cirinnà non merita un approccio più elevato.

Passato lo sfogo d’impeto, mi rivolgo più educatamente alla mentovata Signora Cirinnà (e ai due sindaci che hanno registrato i tre figli di due coppie omosessuali).

Sig.ra Cirinnà, da che mondo è mondo, sempre sono esistite coppie sterili, coppie omosessuali, ragazzi con tendenze omosessuali, etc. e il mondo se ne è sempre occupato come si deve: ossia evitando la sguaiata grancassa e trattando la problematica per quel che è, un’eccezione rispetto ad una regola ben più ampia, e confidando sul civismo del buon cristiano.

Non è una bestemmia laica dire che un gay è un essere umano – con la sua dignità ontologica che risiede nella natura umana in cui la persona è radicata (dignità che, però, può essere oscurata da comportamenti immorali) –  disordinato sessualmente, proprio come suggeriscono gustosissimi film che parlano del «vizzietto». Ma perché Tognazzi può fare un film che prende elegantemente in giro una coppia gay, mentre io non posso chiosare che quella coppia, nella sua umanità, è una coppia vittima di un disordine sessuale?

Nel mondo reale, non in quello costruito a tavolino sulla base di idee campate per aria ma tanto alla moda, le coppie sterili e i gay fortunatamente costituiscono l’«eccezione», perché pur tenendo conto dell’auditum di una madre sterile o di un/a gay, oppure delle fregole sessuali che qualche pubere percepisce in maniera omo, siamo fortunatamente nell’ambito di un’abbondante minoranza numerica, e come lei dovrebbe sapere non è sull’eccezione che si può impostare la regola.

L’idea di omologare il tutto facendo sì:

  • che una madre sterile possa sfondarsi di terapie mirate a renderla fertile;
  • che un omosessuale sia riconosciuto nella sua caricaturale imitazione del sesso opposto fino a concedergli di diventare madre (se ha gli attributi dell’uomo) o padre (se ha gli attributi della donna);
  • che un pubere venga stimolato a cambiare sesso o addirittura educato a rimanere nel limbo della asessualità (maschio o femmina, cosa importa!?), quando manifesta le prime, per lui incomprensibili, foie sessuali;

sono solo forzature contro-natura dettate da una percezione del mondo fuori dalla realtà, la stessa percezione di chi ha spinto l’idealismo fino alle sue estreme, invertite e disastrose conseguenze: «Se  la realtà non corrisponde alle nostre idee, tanto peggio per la realtà». 

Non ricordo con esattezza chi ha detto una simile  imbecillità, ma ricordo essere stata detta nell’ambito di quel vasto e articolato, nonché demenziale, movimento che va dall’illuminismo di quel galantuomo di Robespierre fino a quella mostruosa manifestazione dell’idealismo (il comunismo) di quell’altro bellimbusto di Lenin e compagnia mortifera. 

Ebbene, cerchiamo di chiarire la questione sulla base della realtà naturale.

La donna sterile che si sfonda di terapie pur di diventare fertile è una donna alla quale va tutta la mia solidarietà di cristiano per la dolorosa frustrazione che prova, ma sarebbe bene che qualcuno – il marito, gli amici, i genitori, il medico stesso – anziché incoraggiarla ad ottemperare  alla famigerata frase «avrò pur il diritto di diventare madre», la convincessero con tenerezza che non deve cader preda della depressione, perché non c’è nulla di «guasto» nella sua vita, è solo una donna alla quale la natura ha negato la fertilità e l’ha chiamata ad una missione d’amore ben più ampia: magari l’adozione.

Oggi, grazie alla scienza medica, le coppie eterosessuali sterili possono curare la loro sterilità oppure ovviarvi ricorrendo a donazioni/impianti/etc… e fin qui la questione rimane più o meno nell’ambito del naturale sviluppo della medicina, malgrado una evidente forzatura da laboratorio che noi purtroppo siamo orientati ad accettare in forza dello straripetuto mantra  del «progresso della scienza». In realtà mi sembra che si tratti di un arido virtuosismo medico con evidenti e pericolose ricadute sul piano morale.

Gli antichi dicevano «ab esse ad posse non valet illatio», ossia, non tutto quel che è fattibile è giusto farlo.

Invece quel giusto limite tra progresso scientifico e accettabilità etica viene evidentemente infranto quando in un utero altro, di una donna che lo ha messo in vendita, si operano fantasie scientifiche impiantando ovuli, magari nemmeno di quella donna che aspira a diventare madre, fecondati da spermatozoi di chissà quale padre, per poi, a parto avvenuto, togliere alla puerpera il frutto di nove mesi di gestazione cassando quel periodo in cui si creano misteriosi futuri legami di vita, e si va a casa con il tanto agognato figlioletto… di chi ???

Un figlio non è un diritto ma è il frutto di un atto d’amore, un amplesso carnale, che genera una nuova persona la quale costituisce un dono d’amore che la coppia fa a se stessa, alla comunità e a Dio, in un momento di sublimazione che non ha nulla a che vedere con il capriccio di un marito o una moglie frustrati nel loro mal interpretato ruolo genitoriale.

Questo dovrebbe insegnare l’educazione sessuale ai nostri ragazzi, altro che preservativo, pillola e varie versioni del «famolo strano».

La completa inversione degli equilibri naturali e morali la si ottiene sia grazie alla scienza selvaggia che permette alle coppie omosessuali, per antonomasia sterili, di ricorrere all’uso dell’utero in affitto, sia a giudici fantasiosi che permettono l’adozione di un bambino accontentando così le fregole genitorialiste di due uomini o due donne che mettono il loro capriccio davanti a tutto e tutti (specialmente davanti a quel mistero che è la vita nascente) e pensano sia giusto ricorrere ad artifici, virtuosismi, equilibrismi medico-morali, oppure alla compiaciuta complicità di uomini di legge che s’inventano una regola contro natura concedendo l’adozione a due «papà» o a due «mamme» di un bambino il quale tutto è tranne che un orsachiotto da coccolare e, soprattutto, natura vuole che già da quando apre gli occhi veda, ben distinguibili, le facce di un papà (maschio) e una mamma (femmina).

Quel che colpisce è che la maggior parte delle coppie omosessuali che ricorre a una pesante forzatura medica pur di diventare padri (?) e madri (?), o meglio scimiottare la figura genitoriale, sono naturalisti convinti.

Può capitare (fortunatamente molto ma molto meno spesso di quanto viene starnazzato dalla lobby gay) che il pubere, mosso dalla tempesta ormonale che innesca le prime foie, entri in confusione; una confusione che nella maggior parte dei casi si dissolve, grazie anche a quella che viene definita interazione sessuale tra amici (tanto vituperata dalla moderna vulgata sessuologica), con la quale i ragazzini si scambiano informazioni “riservate” sulle prime foie che, prive di sentimento e totalmente carnali, di solito escludono la ragazza del cuore, alla quale vengono dedicati pensieri meno viscerali.

E’ l’intervento del genitore che aderisce all’ideologia gay friendly che nella maggior parte dei casi orienta contro-natura il pubere confuso verso una realtà invertita. Ma per quale ragione, ai primi confusi turbamenti sessuali del bimbo, ci deve essere un cretino che si fa carico di ficcargli in testa che essere maschietto o femminuccia non fa differenza!? La ragione che vado cercando si chiama moda; la moda «moderna»; la moda che non si occupa più soltanto dell’abito (o del look, come modernità vuole che si indichi il modo di vestire) ma che prima ha subdolamente iniziato a suggerire come comportarsi e ora, che è diventata l’altoparlante dei più debosciati degli uomini e delle donne (i pederasti e le lesbiche che pretendono che tutti lo siano), impone anche la moralità, ovviamente invertita.

E la moda ha un suo peso non trascurabile in questo processo di inversione sessuale.