Premetto che non sono uno storico, e non ho nemmeno uno straccio di laurea (solo un grado militare e molta esperienza di vita operativa, ma anche civile, vissuta nei paesi del mondo arabo-islamico) e queste poche righe che riassumono le mie perplessità per un’Europa che sembra ostinarsi a rinnegare il suo spirito, vogliono solo essere un compendio di riflessioni scaturite dalle mie letture di storia e dalla mia questua spirituale ma anche dalle mie esperienze di vita, che mi hanno portato a confrontarmi con persone di altre culture, tradizioni e religioni, spesso in antitesi con le nostre.

Una scritta incisa sulla pietra di una fonte battesimale nel sito romano di Timgad (est algerino) che dice «tempus erit omnes in fonte lavari», e le fresche conversazioni con il Vescovo di Orano, il domenicano Monsignor Claverie, ucciso nel 1996 dai terroristi del G.I.A (embrione dei moderni gruppi jihadisti), ha fortemente influenzato il mio rapporto con la storia, alla quale ho imparato a guardare in termini di provvidenza o, come vogliono i laici, teleonomia.

L’Europa – nella sua articolazione geografica, culturale, tradizionale, spirituale e politica – perde il suo senso storico se non è improntata dall’universalità che Roma le ha lasciato in eredità.

Quando la potenza della Roma pre-cristiana volgeva al termine, in un clima di decadenza morale e fisica, l’Imperatore Costantino il Grande (colui che alla vigilia della battaglia di Ponte Milvio fece apporre sugli scudi dei legionari il «Chrismon», ovvero le lettere greche CHI e RO, iniziali del nome di Cristo) fu lo strumento attraverso il quale la Provvidenza fece di Roma il centro della Cristianità.

Il soglio pontificio, allora ancora “giovane”, rilevava così la sfida storico-provvidenziale di perpetuare, sul piano spirituale, l’universalità romana, incardinando la parola di Cristo in quelle strutture che ereditava dall’Impero per dare vita ad una nuova universalità: il cattolicesimo romano.

Nell’800 d.C. l’eredità civile e militare dell’Impero Romano verrà raccolta da colui che la Provvidenza aveva elevato al soglio imperiale rinnovato, Sacro e Romano: Carlo Magno.

L’universalismo romano, per una misteriosa ragione già connaturato nei patres, è diventato quindi cattolicesimo cristiano, il quale ha perpetuato le strutture amministrative e spirituali dell’universalismo imperiale, ha esaltato, finalizzandola eticamente, la «pietas» romana, ha contribuito a generare lo spirito della cavalleria feudale e, attraverso un cives romanus quale Severino Boezio, ha generato il nocciolo della cultura medievale, e financo umanistica e moderna.

Quell’antico detto dal sapore profetico per cui: «Quando gli ebrei veneravano il vitello d’oro, un angelo del cielo lasciava cadere un ramoscello d’alloro alle foci del Tevere», riassume in maniera completa il percorso della civiltà: mentre gli ebrei, il popolo eletto da Dio, tradivano Mosé e Dio stesso venerando un vitello d’oro, appena lasciati in balia di se stessi, la Provvidenza, madre della storia, aveva scelto come località ove realizzare la «città terrena» il luogo dove poi sorgerà l’Urbe immortale, Roma, la quale diventerà il faro d’irradiazione della civiltà e della religione vera.

Mi sembra che fin dalle origini, nella storia di Roma, ci sia una sorta di prefigurazione del cristianesimo:

  • Roma si trova nel centro del Mediterraneo, ma le sue radici sono in Asia minore, in una città greca ma di fatto non greca, Troia, che aveva sviluppato una morale diversa da quella degli achei; Priamo, Ettore, Enea, erano eticamente diversi da Agamennone, Achille, Ulisse; Enea che inizia a girare per il Mediterraneo prima di Ulisse, porta quelle tradizioni “non greche” in Italia, in quel luogo dove l’Angelo aveva lasciato cadere il ramoscello d’alloro.
  • L’etica romana, in cui la ferocia dei tempi era mitigata dalla pietas, ha un quid differente rispetto a quella greca; le donne greche e romane sono accolte in seno alla società in maniera diversa: Santippe e Aspasia sono agli antipodi rispetto alle Cornelia (la madre dei Gracchi e la moglie di Cesare) e le Agrippina (maggiore e minore). Solo in poche occasioni Roma è stata spietata con i popoli vinti, prevalentemente quando ha fortemente rischiato la propria sopravvivenza (le campagne contro Cimbri e Teutoni) o la propria supremazia (Cartagine e Giudei).
  • Il rapporto con la Grecia («grecia capta ferum victorem coepit») è stato poi ricostituito da una posizione di preminenza, dopo che Roma si era affermata in Italia e aveva consolidato la sua struttura civica, militare e spirituale e Zeus era diventato prima Zeus-Pater e poi Iuppiter.
  • Nella Roma imperiale vi era un’apertura tollerante verso spiritualità altre; il centurione romano ha rispetto per Gesù, tanto che chiede il suo intervento per la guarigione di uno schiavo malato; Pilato non vuole condannare a morte Gesù e intavola con lui un colloquio sulla verità; Tiberio, informato circa una nuova religione sorta in seno a una provincia dell’Impero, se ne interessa, ne intuisce la profondità e chiede sia inserita nel pantheon la statua di Chresto.
  • Virgilio nelle sue riflessioni (mi sembra nella 4^ Egloga) parla di un parto celestiale e virginale di un bambino che farà «scomparire le tracce delle nostre colpe». Difficile non identificare quel bimbo con Gesù, e con le parole di Dante «… sarai meco senza fine cive di quella Roma onde Cristo è romano».

Un’Europa come quella rappresentata dalla UE – ossia un’Europa che rifiuta le sue radici romane e cristiane, per riconoscersi, invece, nel laicismo illuminista affermatosi con la Rivoluzione Francese del 1789 – è un’Europa monca di 1700 anni di storia, tradizione e spiritualità; un’Europa che vuole esaltare la ragione umana svincolata dalla Verità oggettiva e dalla Fede in Dio, che di quella Verità è la Causa trascendente; un’Europa sostanzialmente votata al suicidio.