A 26 anni dalla strage di Capaci, dopo otto anni di ricerche e lavoro d’inchiesta, Edoardo Montolli – giovane segugio che può già vantare un buon curriculum nel campo di un’attività investigativa, quella del giornalismo d’inchiesta, che oggi pare ridotta al rango di un antico mestiere – pubblica per Chiarelettere “I diari di Falcone”, con riferimento alle due agende elettroniche, da Mottoli in parte recuperate, su cui Falcone registrava impegni e appunti di lavoro.

E si tratta indubbiamente di un’incoraggiante boccata d’aria fresca, utile ad infrangere la noia e l’ipocrisia un tanto al chilo delle commemorazioni istituzionali, da sempre omologate sulla rassicurante, quanto improbabile, lettura che, imperterrita, vuole le stragi siciliane del ’92, Capaci e via D’Amelio, come semplici vendette di Cosa nostra contro due giudici particolarmente rompicoglioni, anche per la mafia dell’antimafia che post mortem si è, senza vergogna, impossessata delle loro icone.

Dalle anticipazioni sul contenuto delle 256 pagine de “I diari di Falcone” emerge una parola chiave, destabilizzazione, che ha sempre costituito il fulcro delle analisi di chiunque, e noi fra questi, ha saputo cogliere la reale portata di quanto accadde negli anni delle stragi, e tra queste anche quelle avvenute in “continente” l’anno successivo, attribuite esclusivamente alla mafia corleonese.

La procura di Caltanissetta aveva affidato le agende di Falcone all’abile ingegnere informatico Luciano Petrini (1) (trovato a Roma col cranio fracassato il 9 marzo 1996 in un appartamento in cui, oltre agli uomini del Commissariato San Paolo, si precipitarono anche agenti dei servizi segreti) e a quel Gioacchino Genchi, funzionario di polizia esperto di traffico telefonico, solo recentemente riabilitato e fin da subito ostacolato nel suo lavoro, nonché debitamente isolato.

La memoria di una delle due agende cancellata, con relativa memory card aggiuntiva sparita, e manipolazioni di ogni tipo, già riscontrate dai periti anche sui computer di Falcone, conducono Montolli ad approfondire la sua ricerca dopo aver lavorato a questo e ad altro materiale che lo stesso Genchi gli aveva consegnato per un precedente lavoro del giornalista (“Il caso Genchi”):

“Ho cominciato così a riprendere in mano i contenuti dei due databank […]. Raccontavano molto degli ultimi mesi del giudice, delle sue frequentazioni e delle sue amicizie: dettagli che, come le sue convinzioni su Cosa nostra, i suoi appunti e i suoi stessi verbali, erano stati interpretati in più modi, e mai presi alla lettera. Ma, riguardandoli bene, studiandoli a fondo, i databank rivelavano anche altro. Confrontandoli con l’agenda grigia di Paolo Borsellino – l’unica rinvenuta – con gli eventi di quegli anni e con una lunga serie di atti processuali, ma anche con gli scritti e i verbali di Falcone, emergevano diversi nuovi misteri, a partire dalla genesi stessa della strage di Capaci e dal racconto che ne avevano fatto gli esecutori” (2).

Emergono, quindi, dubbi e piste investigative prima ignorate, una fra tutte quella relativa all’informazione sull’arrivo di Falcone a Palermo proprio quel sabato 23 maggio – le deposizioni dei pentiti a questo proposito contraddicono quali fossero le reali abitudini del magistrato, come si evince dal databank Sharp del giudice palermitano – ed è a questo punto che Montolli aggiunge particolari utili a proiettare su uno scenario internazionale il contesto degli avvenimenti: “… alle 15.17, quaranta minuti prima che Falcone salga sull’auto che lo porterà a Ciampino, un cellulare 0337, certamente in mano agli stragisti, entra in comunicazione con il Minnesota, Stati Uniti, per quaranta secondi. Appartiene al cugino di Santino Di Matteo, un membro del commando. Il primo fatto strano è che è stato rubato il 15 aprile e il 21 è stato dichiarato cessato. Non potrebbe funzionare. Invece va. Il secondo fatto strano è che tutti i killer negano di averlo utilizzato e di aver telefonato negli Usa.” (3)

E, visto che dal cellulare misterioso vengono fatte altre due telefonate verso gli Stati Uniti, Montolli avanza l’ipotesi che chiama del “doppio cantiere”; è l’ipotesi che, con nuovi indizi, fornisce elementi utili a confermare letture della strage non convenzionali: “Qualcuno avrebbe potuto clonare i telefoni clonati dei mafiosi a loro stessa insaputa. E commettere l’ attentato che loro credevano di compiere […] se questa ipotesi è plausibile, allora possiamo anche immaginarci il motivo per il quale l’ autostrada a Capaci esplose nonostante la triplice indecisione di Brusca nel premere il bottone. Perché dietro il commando di mafiosi, quasi tutti di secondo piano e che lavoravano insieme per la prima volta, poteva esserci qualcuno decisamente più preparato sia tecnologicamente che militarmente. Qualcuno che sapeva come e quando far esplodere gli ordigni.” (4)

“Qualcuno decisamente più preparato sia tecnologicamente che militarmente”, qualcuno in grado di imporsi e di comandare anche su chi – per un dogma della magistratura inquirente, un dogma laico e, a parere di chi scrive, decisamente incapacitante – “non prende ordini da nessuno” (5), o talmente superiore rispetto ad un’accozzaglia di mafiosi di terza fila, fatta eccezione per il solo Brusca, che era più conveniente scavalcare, specie ai livelli più bassi, per telecomandare quell’esplosione senza precedenti all’insaputa degli stessi, improvvisati artificieri che si trovavano sul posto.

Ipotesi esagerata? Non per il boss alcamese Vincenzo Milazzo (Alcamo dista dal luogo dell’esplosione non più di 35/40 chilometri), ucciso cinque giorni prima della strage Borsellino perché contrario ad un piano, secondo il pentito Armando Palmeri, propostogli da uomini dei servizi segreti: “C’era gente dei servizi. Sono dei pazzi, vogliono fare cose da pazzi”, avrebbe detto, al termine di una misteriosa riunione, al Palmeri che gli faceva da autista (6).

Superfluo aggiungere altro, ai nostri venticinque lettori lo spazio per tirare alcune delle conclusioni possibili. Per chi scrive, è da tempo certo che le stragi del ’92 furono decise e manovrate da ben altri ambienti che non quelli del braccio armato, ormai alquanto arrugginito, costituito storicamente da cosa nostra. Onore a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.  

Note

(1) https://hovistocosechevoiumani.wordpress.com/tag/luciano-petrini/

(2) https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/05/23/giovanni-falcone-il-buco-nelle-agende-elettroniche-e-il-mistero-del-viaggio-negli-usa-tutti-i-rebus-26-anni-dopo-la-strage/4370996/

(3) http://www.liberoquotidiano.it/news/italia/13342249/la-verita-su-capaci-nel-computer-di-giovanni-falcone-.html

(4) Ibidem.

(5) Allo stato, le ipotesi in ordine ai cosiddetti “mandanti esterni delle stragi” non hanno trovato adeguati riscontri. Quindi, fino a prova contraria, vale ancora il dato, suffragato dalle vecchie “regole” di Cosa nostra, che l’organizzazione non prende “ordini da nessuno”.

http://www.lasicilia.it/news/cronaca/162544/bertone-capaci-la-strage-e-gli-interessi-convergenti-per-eliminare-falcone.html

(6) http://www.antimafiaduemila.com/home/mafie-news/228-cosa-nostra/66576-mafia-e-servizi-parla-palmeri.html