In un precedente articolo, “Minibot e scorporo del debito pubblico: le proposte economiche, buone ma non rivoluzionarie, di Claudio Borghi”abbiamo trattato le proposte centrali, che tanto scandalo hanno destato, del responsabile economico della Lega, Claudio Borghi Aquilini, riguardo all’emissione di minibot e allo scorporo del debito pubblico rispetto ai parametri imposti da Maastricht.

Affrontando tale tematica non si può però non menzionare, come caso principe, il miracolo economico tedesco degli anni Trenta operato dal geniale governatore della Reichsbank e ministro Hjamlar Schacht.

Il piano Schacht, partendo dalla constatazione che la crisi dell’economia tedesca era dovuta non a debolezze interne quanto a vincoli internazionali, come gli iniqui pagamenti dovuti secondo i trattati di Versailles e il ritiro dei capitali americani avvenuto a seguito della crisi del ’29, e che, quindi, in Germania esisteva un’enorme massa di attività produttiva inespressa, concluse che l’economia tedesca potesse essere rimessa in moto, più forte che mai, tramite un’operazione di politica monetaria.

Si trattava, cioè, di finanziarie spesa produttiva, spesa per investimenti capace di produrre commesse per la potente ma inoperosa industria tedesca e i milioni di disoccupati volenterosi di rimettersi al lavoro. Tale spesa, in un sistema convenzionale, si sarebbe dovuta considerare spesa pubblica, in quanto le commesse, in ultimo, arrivavano da parte dello Stato, che quindi avrebbe dovuto emettere titoli di debito, cercare acquirenti privati dei propri titoli, ovvero venderli a banche estere – cedendo perciò parte della ricchezza nazionale all’estero – o presso banche private nazionali – che avrebbero comprato i titoli indebitandosi a loro volta presso la banca centrale – o direttamente presso la banca centrale, che avrebbe emesso nuova moneta con cui acquistare i titoli.

Così facendo, però, sarebbe esploso il debito pubblico tedesco, dato che per soddisfare i pagamenti verso la Reichsbank avrebbe dovuto aumentare tasse e prelievi in modo da annullare gli effetti benefici della spesa appena contratta.

Schacht, tuttavia, consapevole che in un regime di fiat monetario, ovvero in cui le Banche Centrali emettono il denaro semplicemente stampandolo, senza ancorarne il valore e la capacità di emissione ad un parametro reale come l’oro (cosa che renderebbe la capacità di emissione da infinita a finita, a seconda delle riserve auree detenute dalla banca stessa), il valore della moneta non risiede in altro luogo se non nel valore delle attività produttive dell’economia di riferimento che la moneta è chiamata a rappresentare.

Per questo un’operazione simile a quella messa in piedi dalla Repubblica di Weimar, che, nel momento di incapacità di pagare i vincitori delle riparazioni di guerra e a seguito della conseguente occupazione francese del bacino produttivo della Ruhr, aveva ritenuto opportuno pagare la propria spesa corrente con la stampa di moneta, avrebbe portato immediatamente all’iperinflazione a alla riduzione del denaro emesso a carta straccia.

La moneta da sola non genera né valore né ricchezza, non essendo altro che un simbolo di un altro valore che deve essere esistente nell’economia.

La moneta emessa da Weimar nel ’23 non rappresentava alcun valore perché era volta a “sostituire” la ricchezza che veniva alla Germania dalle attività della Ruhr con il valore nominale scritto sulle banconote. Valore, tuttavia, non (più) sorretto da alcuna realtà sottostante.

Diversamente, nel caso in cui nell’economia esistano effettivamente capacità produttive inespresse, come nella Germania del ’33, la moneta può essere emessa ad libitum, poiché il suo valore rispecchierà i valori delle attività produttive implicite nel sistema che necessitano solo di essere riattivate.

Emessa moneta ad libitum e senza debito per lo stato, le commesse necessarie per riattivare la produzione possono, in questo caso, essere svolte dallo Stato, senza emissione di debito, perché, come detto, finanziabili direttamente tramite accrediti (e non addebiti) della Banca Centrale via emissione di nuova moneta.

La genialità del piano Schacht risiedeva, inoltre, nel non rendere palese tale operazione, in modo da non scuotere eccessivamente i mercati internazionali. L’emissione diretta da parte della Reichsbank di moneta sarebbe potuta essere fraintesa come un ritorno dell’iperinflazione e della stampa di moneta per il finanziamento corrente della spesa pubblica. Perciò si dotò di un intermediario, la Metallurgische Forschungsgesellschaft (o, abbreviata, MEFO), una società di capitali privati, per quanto priva di reale operatività economica, che accreditava alla imprese titoli (o “effetti MEFO”), di fatto delle cambiali di pagamento, convertibili in denaro e garantiti dalla Reichsbank.

Il fatto che i MEFO fossero concessi solo a imprese private in pagamento di merci e servizi garantiva che l’emissione di tali strumenti fosse destinata a finanziare non la spesa corrente dello Stato ma appunto una spesa per investimenti, ovvero quella spesa capace di smuovere la capacità produttiva inespressa. Che fossero veri e propri titoli di credito, o degli accrediti diretti (pur tramite la società di comodo MEFO) svolti dalla Reichsbank a favore dei detentori era rafforzato dal fatto che addirittura garantissero un tasso d’interesse positivo del 4%. In tal modo i possessori erano invogliati ad accettarli e a non portarli immediatamente allo sconto in cambio di marchi presso la Reichsbank. Nei fatti, tuttavia, assumevano il ruolo di un titolo di “credito pubblico” anziché di un titolo di debito pubblico.

Formalmente, come detto, l’emittente non era lo Stato, ma la società MEFO, eppure logicamente, vista la natura puramente fittizia della società, il ruolo della MEFO potrebbe essere svolto tranquillamente dal Ministero del Tesoro di uno Stato che decida, quindi, di emettere titoli di credito a favore dei propri imprenditori, garantiti e convertibili in moneta presso la propria Banca Centrale, la cui contropartita in valore sarebbe racchiusa solamente nell’aumentato valore delle attività produttive generate dall’emissione del titolo stesso e non in un’altra posta contabile.

In sintesi, per riprendere le parole dello stesso Schacht:

“Ma le condizioni alle quali l’applicazione del sistema può essere effettuata senza danno non sussistono sempre. Sussistevano in Germania nel periodo della depressione economica degli anni Trenta, quando mancavano del tutto le scorte di materie prime, le fabbriche e i depositi erano vuoti, le macchine erano ferme e sei milioni e mezzo di lavoratori erano disoccupati. Non si aveva a disposizione neppure capitale liquido risparmiato da poter investire. Con una produzione tanto limitata anche la produzione di nuovo capitale era evidentemente impossibile. Soltanto quando le inoperose ma ingenti forze produttive furono rimesse all’opera, fu possibile una rapida formazione di capitale. Questo capitale “sperato” fu, nell’operazione MEFO, anticipato dal credito. Mancando la produzione che con questo credito era stata avviata, l’esperimento MEFO sarebbe fallito. Il sistema MEFO non poteva essere un “perpetuum mobile”. Raggiunta la piena occupazione ogni altra concessione di credito avrebbe portato a eccedenze di circolante e all’inflazione.”