«Non si possono incoronare le cause ed impiccare le conseguenze». La frase – che abbiamo già riportato in un precedente articolo – è dell’ideologo tradizionalista Juan Vázquez de Mella (1861-1928). Nell’originale sostiene che non è possibile «levantar tronos a las causas y cadalsos a las consecuencias». È una perla di saggezza che, come tante altre riflessioni provenienti dal pensiero carlista, cioè dal più autentico cattolicesimo tradizionalista, è pienamente valida ai nostri giorni e in ambiti diversi da quelli per cui fu coniata.

Viaggiando per mare, basta deviare di un solo grado dalla rotta prefissata per trovarsi in tutt’altro luogo da quello che era la meta del viaggio. Così, in ambito politico, abbandonare anche di poco la strada corretta può portare ad allontanarsi dall’obiettivo prefissato così tanto da non poterlo più raggiungere.

Una delle deviazioni dalla rotta politica tradizionale è quella dell’inserimento della “tolleranza” nella vita quotidiana. Atteggiamento ai nostri giorni apparentemente positivo,  in passato (mi riferisco all’epoca medioevale o moderna), non era molto praticato dai regimi politici. La parola stessa aveva sfumature ambigue e confinava con quello di lassismo (pensiamo – ai nostri tempi – al concetto di casa di tolleranza). È dalla Lettera o Epistola sulla tolleranza (A Letter Concerning Toleration, 1685) di John Locke e dal Trattato sulla tolleranza (Traité sur la tolérance, 1763) di Voltaire – ambedue incentrate sul problema della religione – che il termine inizia ad assumere un connotato totalmente positivo fino a far coincidere il concetto di tolleranza con quello di civiltà.

Tra parentesi, non è privo di significato che lo scritto di Voltaire, destinato a una nazione cattolica, imponga la tolleranza verso tutti, mentre il precedente di Locke, destinato a nazioni protestanti, prevedeva che la tolleranza venisse concessa a tutti, ma negata ad atei e cattolici.

Successivamente, in un’epoca in cui le religioni diverse da quella dello Stato venivano osteggiate, lo status di religione tollerata fu un primo passo per allontanare la persecuzione. Apparentemente sembrerebbe davvero una scelta di civiltà.

Ma, seguendo un percorso logico, si può passare dall’essere perseguiti al divenire persecutori? O, ribaltando le posizioni, si può iniziare a tollerare e finire per essere perseguitati? La società della massima tolleranza può divenire la società della massima persecuzione? Sembra un paradosso (e lo è, in senso etimologico), ma conviene vedere in quali modalità si può avverare.

I cinque gradi della dissoluzione

Schematicamente, sono cinque i passaggi tra il tollerare e l’essere perseguiti ovvero – in altre parole – i cinque gradini per scendere verso la dissoluzione socio-morale:

  1. Tolleranza
  2. Accettazione
  3. Equiparazione
  4. Subordinazione
  5. Persecuzione

Il primo passaggio è giuridico: la tolleranza consiste nel depenalizzare qualcosa che in precedenza era rifiutato (una religione diversa da quella ufficiale, un orientamento sessuale giudicato contro-natura, un atteggiamento antisociale…). Ad esempio, io so che nel ghetto si celebrano riti ebraici ma, a differenza di quanto avveniva prima, non faccio più irruzioni per cogliere gli adepti in flagranza di reato e trascinarli in tribunale; non spio nei luoghi di ristorazione per cogliere in castagna chi non mangia maiale – è il tema alla base del ridicolo (almeno da questo punto di vista) film L’ultimo inquisitore (Goya’s Ghosts) del regista ceco Miloš Forman (2006) –, non vado più a spiare dal buco della serratura per controllare le pratiche sessuali del mio vicino. Tali atti non sono più perseguibili, ma continuano ad essere giudicati socialmente inaccettabili. Vige la cultura – non priva di ipocrisia – del “purché non si sappia in giro”.

Il secondo passaggio è sociale: dalla semplice tolleranza si giunge all’accettazione e ciò che poteva essere compiuto, che non costituiva più fattispecie di reato, bensì quello di pratica tollerata, ma non accettata socialmente, quindi da espletarsi di nascosto, diviene esprimibile coram populo, si tratti di esporre i simboli di un’altra religione (abiti chassidici, velo, “burqini”) o di una sottocultura (creste punk, orecchini per uomini, tatuaggi per tutti) o sia quella di effettuare pratiche precedentemente considerate contro-natura (due omosessuali che camminano dandosi la mano o che si baciano in pubblico).

Il terzo passaggio è nuovamente di natura giuridica: si giunge all’equiparazione quando nell’ordinamento legislativo si ufficializza un determinato comportamento sancendo che esso è identico, paritario a quello usualmente considerato “normale”. È ciò che è successo con le religioni diverse dalla cattolica nella Costituzione della repubblica italiana (1948), che all’articolo 8 sostiene: «Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge», mentre lo Statuto Albertino (1848) addirittura si apriva affermando: «La Religione Cattolica, Apostolica e Romana è la sola Religione dello Stato. Gli altri culti ora esistenti sono tollerati conformemente alle leggi» (art. 1). Ed è anche ciò che è accaduto, più recentemente, con l’accettazione dell’inversione sessuale: dai “gay pride”, manifestazioni pubbliche ma prive di effetti giuridici, si è giunti ad equiparare l’unione di due omosessuali al matrimonio generalmente considerato vero (cioè tra due persone di sesso diverso). Del resto, come ha detto un noto religioso… chi sono io per giudicare?

Quarto passaggio: subordinazione. In questo caso si ritorna all’ambito socio-culturale. Una volta raggiunta l’equiparazione, si potrebbe pensare che il processo sia terminato. Troppo bello! La via della dissoluzione continua (per i latinisti: facilis descensus Averno, motus in fine velocior…) e chi ha raggiunto la parità non si ferma, ma vuole prevalere. È naturale in una corsa di cavalli, è naturale anche nella corsa ai “diritti” e chi ha avuto un dito, adesso pretende tutto il braccio. Del resto, notoriamente viviamo in una società post-comunista in cui tutti sono uguali, ma c’è sempre qualcuno che è più uguale degli altri… Rimanendo all’ambito delle unioni tra omosessuali, questi ultimi, non contenti di non essere penalmente perseguiti (sì, è vero, ci sono ancora i pedofili che hanno qualche problemino con il codice penale, ma non preoccupatevi: sarà ancora per poco…), non contenti di mostrarsi in pubblico, pretendono di essere migliori dei “normali”.

È il profluvio di omosessuali in televisione, al cinema, al teatro, in letteratura, su giornali e riviste… e perfino nelle chiese, con presepi con due Madonne o due S. Giuseppe: si va dalla minimizzazione («che fastidio ti danno? Che male ti hanno fatto?») all’esaltazione (inventando un inesistente rapporto diretto tra inversione sessuale e sensibilità artistica, affermando che tutti i grandi geni dell’arte sono stati tali in quanto invertiti – con un salto logico per cui la genialità artistica avrebbe alla base l’inversione sessuale – ed omettendo le ben più lunghe liste di artisti normali dal punto di vista delle scelte sessuali). Il tutto è finalizzato a mettere in imbarazzo chi ritiene – ancora! – che l’inversione sessuale sia una perversione, che cambiare sesso sia qualcosa di folle, che auspicare per la propria figlia un “principe azzurro” o per i propri maschietti «una mogliettina | giovane e carina» (come sognava nel 1939 – in cupi tempi fascisti! – il Gilberto Mazzi di Mille lire al mese), impedendo così di “scegliere” il proprio sesso (tra i molteplici disponibili, che sono molti più di due!)… Essere eterosessuali equivale ad essere retrogradi, repressi, fanatici: forse – oltreché razzisti e fascisti, naturalmente! – addirittura pervertiti…

Diventa quindi naturale l’ultima fase, il quinto passaggio: la persecuzione. Il lettore medio avrà difficoltà a crederlo, quello di origini armene o palestinesi ci riuscirà più facilmente. È la trasposizione giuridica della subordinazione culturale: una società che ritiene normale l’anormale e viceversa, non tarderà a reprimere chi non si adegua. Come? Con l’estensione della famigerata legge Mancino ai reati d’opinione di natura sessuale, inserimento di aggravanti in caso di discriminazione sessuale (al femminicidio si aggiungerà l’inverticidio?) e via enumerando. Se anche il solo fatto di predicare in chiesa la superiorità della famiglia naturale è considerato reato (è accaduto in Scandinavia), siamo alla perfetta inversione della situazione iniziale: la dissoluzione è compiuta e i perseguitati sono diventati persecutori. Nemmeno nella propria chiesa si può affermare ciò in cui si crede, se questo dà fastidio alla lobby Lesbo-Bisex-Gay-Trans-Queer-etc.

Del resto, estrapolando una frase scritta nel 1905 da Chesterton in chiusura del suo saggio Eretici (1905) ed applicandola ai casi del nostro tempo, possiamo constatare che: «La grande marcia della distruzione mentale proseguirà. Tutto verrà negato. […]. Accenderemo fuochi per testimoniare che due più due fa quattro. Sguaineremo spade per dimostrare che le foglie sono verdi in estate». Infatti, in una scuola elementare, affermare che esistono un “padre” e una “madre” e non un asettico “genitore 1” e “genitore 2” sta diventando una vera e propria battaglia.

Una precisazione terminologica

Per evitare di essere immediatamente bollato come “omofobo” e giustificare l’interruzione della lettura dell’articolo da parte delle anime più “sensibili”, ho frequentemente utilizzato il termine omosessuale.

In realtà, per indicare tale perversione, sarebbe più corretto il termine invertito – che racchiude in sé tutte le varie sfaccettature della perversione sessuale – escludendo altri sinonimi: sia l’ambiguo anglicismo gay (che addirittura esalta la “gioia” di una tale scelta contro-natura), sia quelli, più coloriti, di provenienza vernacolare.

Va però sottolineato come il termine omosessuale sia colpevolmente “neutro”, poiché pone sullo stesso piano paritario le varie inclinazioni o scelte (perché nella maggior parte dei casi – sia chiaro – è di scelte che si tratta) sessuali: si può essere omosessuale, bisessuale, eterosessuale, transessuale. Il discorso vale anche per il più delicato termine filìa, usato per numerose perversioni (omofilia, pedofilia, necrofilia, zoofilia, efebofilia e via enumerando). È vero che non esiste in italiano il termine eterofilo, ma sono presenti altre filìe del tutto lecite: personalmente coltivo sia bibliofilia che cinefilia (solo talvolta la cinofilia), sentendomi del tutto normale. Attenzione, quindi, alle scelte lessicali, perché le parole sono pietre e le pietre possono essere armi.

Inoltre – e direi soprattutto – ritengo che si debba combattere contro la “rottura machiavellica” tra etica e politica e che quindi, anche nella conversazione tra amici, nelle conferenze o in un semplice articolo come il presente, si debbano scegliere di preferenza vocaboli non ambigui, bensì fortemente indicativi di un indirizzo etico.