Come noto ha fatto scalpore, così tanto da rischiare una crisi istituzionale e costargli la carica di Ministro dell’Economia, la proposta del professor Paolo Savona di dotare l’Italia di un piano B per prevedere l’uscita dell’Italia dall’euro e gestire un ritorno ordinato alla lira.

Può sembrare paradossale, ma quasi nessuno sembra essersi chiesto quale fosse, allora, il piano A del professore sardo.

Ebbene, ricostruendo il pensiero di Savona dalle numerose interviste ed interventi rilasciati al riguardo nel corso degli anni, si deduce una schietta lucidità di Savona circa l’attuale impalcatura istituzionale dell’Unione Europea ed i relativi disfunzionamenti.

Savona, con quell’onestà intellettuale che latita da anni presso la classe dirigente italiana – affetta da una cieca “religione dell’europeismo”, secondo un’espressione impiegata da Savona in persona – ha semplicemente ribadito quelle macroscopiche realtà che impediscono all’Eurozona di essere un’area monetaria efficiente.

In breve, per ricapitolare, queste riguardano la privazione degli stati nazionali della sovranità monetaria, cosa che ha reso d’un colpo i debiti pubblici emessi da ogni paese dell’UE, di fatto, non più garantiti da un prestatore di ultima istanza, come accade invece per ogni altra nazione sovrana, e legando tutte le economie dell’Eurozona in un sistema di cambi fissi, sistema che ha fatto esplodere l’export tedesco danneggiando invece le bilance commerciali dei paesi con valute più deboli.

Ora, molto lucidamente, Savona, anziché coprirsi gli occhi davanti a questa realtà o dire che l’Italia dovesse essere disposta a fare sacrifici di ogni tipo sull’altare dell’Europa – ovvero comprimere i salari per compensare la perdita di produttività data da un cambio sfavorevole e autoinfliggersi un’austerità di bilancio naturalmente depressiva per compensare la perdita di un prestatore di ultima istanza – ha semplicemente denunciato, da anni, l’insostenibilità di tale situazione.

L’Europa, denuncia Savona, si trova in una situazione ancora di transito – “in mezzo al guado”, potremmo dire – in cui non è seguita un’unificazione politica alla già compiuta unificazione monetaria e di mercato.

L’unificazione politica segnerebbe in effetti la risoluzione di gran parte dei problemi economici dell’Eurozona, dal momento che, se al posto di avere tanti bilanci pubblici, con relative politiche fiscali autonome, e tante emissioni di debito pubblico quante sono le economie della UE si avesse un solo bilancio comunitario, gestito da un solo ministro delle finanze, che rispondesse direttamente al Parlamento Europeo “per garantire un controllo democratico” sulle decisioni assunte, la BCE potrebbe fungere da banca centrale di garanzia per tutto il debito della zona euro e inserire nel proprio mandato, oltre che i già presenti vincoli di stabilità, anche parametri volti a garantire la crescita e la libertà d’azione sul mercato dei cambi.

Per intendersi: se si facesse in effetti un’unione federale delle nazioni attualmente facenti parti della UE, gran parte delle asimmetrie economiche che da tempo denunciamo sarebbero in effetti risolvibili. Qualora, rispetto al governo centrale di Bruxelles, Italia, Germania, Grecia e Spagna non avessero rapporti molti molto diversi rispetto a quelli che hanno Texas, California, Florida e Arizona verso il governo federale di Washington, scomparirebbero molte delle difficoltà che abbiamo conosciuto in questi anni legate all’emissione di un debito pagato in una valuta, di fatto, straniera.

All’interno di un solo organismo politico, per quanto possano esistere grandi divergenze locali in termini di sviluppo economico, i problemi innescatesi in questi anni nell’Eurozona – ovvero crisi dei debiti sovrani, con relativa paura dello “spread”, angoscia ignota per ogni nazione sovrana regime di cambi flessibili – sarebbe ignota.

Il piano A di Savona auspica, purtroppo, di realizzare proprio questo, ovvero un progresso nell’unificazione politica che possa compensare le attuali insostenibili asimmetrie.

Per questo lo spostamento di Savona dal ministero dell’economia, dove invece sarebbe potuto essere l’uomo giusto per attuare il piano B: la rottura dell’attuale equilibrio (o meglio, disequilibrio) istituzionale dell’UE, non nel senso di un suo compimento pieno, ma di un suo disfacimento, in un’ottica di riacquisizione della sovranità monetaria nazionale. Spostare Savona da un ministero eminentemente tecnico, come quello dell’Economia, ad uno più politico, come quello degli Affari Europei, significa privilegiare la strada della messa in campo del piano A.

Non è certo una scelta indolore.

Il piano A di Savona – quindi, il piano di compimento dell’unificazione politica della UE – non differisce, in fondo di molto da quanto annunciato dal presidente della Commissione UE Juncker, lo scorso settembre, nel suo programma sul futuro dell’Unione, né da quanto va ripetendo da mesi l’europeista Macron, ovvero la necessità di dotare il Parlamento Europeo di poteri comparabili a quelli dei parlamenti nazionali e di costituire liste transnazionali per le prossime elezioni europee, di procedere, infine, verso meccanismi di condivisione del debito e di dotarsi di una figura di Ministro delle Finanze unico in modo da completare l’unione fiscale.

Forse da qui si capiscono le parole di apprezzamento che Macron, unico in Europa, ha rivolto al nascente governo Conte.

Pietra di inciampo sulla via dell’unificazione, a questo punto, resterebbe solo la Germania, il cui interesse è tutto nel difendere l’attuale status quo, senza procedere né a smantellamenti di segno sovranista né alla federazione, dal momento che perderebbe gli attuali privilegi di cui gode e sarebbe inevitabilmente chiamata a ridistribuire parte dei propri immensi surplus commerciali verso gli altri paesi più deboli dell’UE e a farsi carico anche delle emissioni di debito degli altri paesi.

Prospettive che difficilmente potranno essere comprese e apprezzate dall’opinione pubblica tedesca, già abituata a vedere come “scrocconi” tutti gli altri europei.

Tuttavia, qualora si creasse veramente una strana ma non impossibile asse tra Roma e Parigi, supportata anche dal quarto grande dell’Europa, la Spagna di un (ipotetico) nuovo governo PSOE-Podemos, e quindi da un’altra formazione di governo impegnata verso la propria base a rimettere in discussione i trattati europei, allora sarebbe veramente difficile per la signora Merkel riuscire a difendere da sola gli esorbitanti ed iniqui vantaggi da cui ha tratto fino ad adesso beneficio.

La recente notizia che la Commissione Europea stia discutendo della messa in campo di un fondo di 30 miliardi di euro volto a finanziare investimenti nelle economie più deboli dell’UE va già, seppur molto timidamente, in questa direzione: compensare per via centralizzata e con trasferimenti di risorse gli squilibri apportati dall’euro.

Lungi dal dirci nemici dell’Europa o pentiti dell’antico grido “Europa Nazione”, constatiamo che una federazione europea, compiuta oggi, secondo queste modalità e secondo, soprattutto, le finalità dei suoi non certo nobili “padri fondatori”, non sarebbe altro che la morte della vera Europa e del suo unico, grande spirito.