Negli ultimi tempi, abbiamo preso in prestito dalla Francia quella numerazione che i nostri cugini utilizzano ogni volta che dalle loro parti si produce una modifica costituzionale di rilievo.

La Seconda repubblica di casa nostra non fu però così battezzata a seguito di un rilevante cambiamento istituzionale, bensì in conseguenza d’uno scossone giudiziario che mutò gli assetti politici del paese. “Mani Pulite” fu più devastante di un terremoto, spazzando via in poco tempo Democrazia Cristiana e Partito Socialista Italiano, come la glaciazione fece coi dinosauri; a cavallo di quegli anni, il Partito Comunista prima e, dopo, il Movimento Sociale Italiano cambiavano ragione sociale e ragion d’essere, mentre nuovi soggetti politici affioravano: Lega Nord e Forza Italia. A questi mutamenti profondi, effetti di quegli sconvolgimenti internazionali che furono il crollo del sistema sovietico e i nuovi equilibri europei e mondiali che si vennero così a formare, si affiancò la riforma elettorale, anch’essa – sicuramente – foriera di nuove combinazioni politiche e partitiche all’interno del paese.

Fatto sta che la Seconda repubblica esordì all’insegna di un dato ineludibile: vinsero le prime elezioni, nel 1994, partiti estranei al vecchio CLN. Il MSI, in procinto di diventare AN, la compagine di Berlusconi – un partito liberalconservatore di massa – e il movimento autonomista/secessionista di Bossi. Tutti pensarono – tutti noi lo pensammo –  che il dopoguerra fosse finalmente finito. Fu davvero così?

Il seguito è storia recente, anche se parrebbe più corretto definirla “cronaca”. Cronaca del nulla o del quasi nulla. La montagna della speranza aveva partorito un sorcio malaticcio e rachitico. L’unica cosa che ci rimane di quegli anni, a parte la vittoria del mondiale, è la figura ormai patetica di Silvio Berlusconi.

Anche la (pretesa) “Terza repubblica” ha un dato in comune con la Seconda,  una caratteristica a contrariis: rimangono escluse dal governo le forze egemoni, alternativamente egemoni, degli ultimi venticinque anni, cioè Forza Italia e il Partito Democratico, già Partito Democratico della Sinistra. È pur vero che la Lega ha governato sempre con Berlusconi, ma in una situazione fortemente minoritaria: nel 2001 con un 4% contro il 12% di AN e il 29% di Forza Italia; nel 2008 con l’8% contro il 37% del PdL (FI + AN).

Da qualche anno l’ex partito di Bossi ha investito saggiamente su idee ed atmosfere che stavano lentamente montando: l’insofferenza per un’immigrazione di cui non si vedeva la fine e che ha portato insicurezza e degrado e la consapevolezza che la moneta unica e i trattati che ci vincolano ad essa costituiscono un freno al nostro benessere e al nostro sviluppo economico. La recessione ha finito per impoverire il mercato italiano, un tempo florido, e molti imprenditori hanno dovuto rivolgersi al mercato estero, peraltro svantaggiati da una moneta forte, per sopravvivere. Quando ci sono riusciti.

Da queste due situazioni concorrenti si è condensato un impellente bisogno identitario, ben gestito da Salvini, oggi coniugatosi con quell’altrettanto forte bisogno di cambiamento, alimentato da un diffuso scontento sociale che attraversa schieramenti, classi e generazioni e che la Sinistra tradizionale non è riuscita a incanalare verso di sé.

Il collante più evidente fra queste due tendenze è l’euroscetticismo e la volontà di rilanciare l’impresa, il lavoro e le sue garanzie e di riformare la politica fiscale.

Non è poco, ma è solo questo? Esiste anche una qualche logica sotterranea che abbia determinato queste due forze a stringere un accordo? La necessità pratica che a formarlo fossero quelle due forze non convince del tutto, visto che anche un accordo fra Movimento Cinque Stelle e PD era nelle possibilità; chi di noi non ci avrebbe scommesso? Io stesso lo ritenevo, sbagliando, inevitabile…

Non è possibile conoscere con certezza  le dinamiche interne che si agitano nei due partiti di maggioranza e dunque ogni analisi che parta da lì appare, ab initio, fallace. Non resta che prendere allora atto di evidenze esterne: la prima, il fatto che questo accordo superi le vecchie logiche “destra/sinistra” (il che non significa che siano scomparse o che mai scompariranno) che hanno caratterizzato gli ultimi venticinque anni di bipolarismo.

Un’altra evidenza da mettere in rilievo è l’estrema malleabilità del Movimento Cinque Stelle, che lo consacra ad un ruolo che, paradossalmente, apparteneva alla vecchia Democrazia Cristiana. Mi assumo le responsabilità di questa affermazione e provo a spiegarla, mettendo da parte ogni giudizio di valore e superando schemi e pregiudizi ideologicamente orientati.

La vecchia “balena bianca” si caratterizzava per alcune funzioni che univano una grandissima fetta degli italiani sotto quell’ombrello protettivo: era il punto di riferimento del popolo cattolico, costituiva la più forte barriera anticomunista, aveva una posizione moderata in politica e attraversava tutti i ceti sociali; ma era anche un partito per tutte le stagioni, garanzia di governabilità: governò con l’appoggio esterno del MSI, con i partiti laici, nel centrosinistra con quello socialista e, di fatto, col PCI negli anni della “solidarietà nazionale”.

Oggi il M5S, nei suoi contenuti, è l’esatto opposto di quella Democrazia Cristiana che rappresentava  – parafrasando il titolo di una raccolta di scritti dello storico Gioacchino Volpe – “l’Italia che fu”: piccolo-borghese, perbenista ma anche perbene, ancorata a certezze antiche come la famiglia, la stima pubblica, il culto del lavoro e la fede religiosa. Nel suo ruolo storico, invece, il M5S è oggi la DC del pensiero debole, della mancanza di forme; è una DC liquida, anarcoide, ribellistica, disillusa, perché liquido, anarcoide, ribellistico e disilluso, con il crollo delle ideologie e delle certezze sociali e politiche, è divenuto il modo di pensare di una larghissima fetta della popolazione italiana. Anche tra gli onesti lavoratori, tra i bravi padri di famiglia, tra le persone di buoni sentimenti, la perdita delle certezze si tramuta magicamente in una “certezza” e in un nuovo punto di riferimento. Il M5S è la DC dell’“Italia che è. Un’ anti-parrocchia, anzi una parrocchia virtuale che si affida alle intuizioni fluttuanti di un guru e non alle prediche di un sacerdote. Ma di cui non si può fare a meno per governare perché, di questi tempi in cui la forma scompare, è il riflesso del paese.

Viene infine da pensare – a mo’ di battuta – che questa DC anarchica abbia difficoltà, proprio perché “anarchica”, ad allearsi con gli eredi di un nemico storico del vecchio anarchismo; non ci riuscì con Bersani, con Renzi e, oggi, con Martina… cambiano le sigle, però le vecchie mentalità ristagnano.

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Ma sarà davvero Terza repubblica? Riusciranno cioè a portare a termine quel percorso di affrancamento dai lacci e lacciuoli europei che strozzano il nostro mercato e la nostra economia? Ciò traducendosi, per esempio, nell’introduzione di una doppia circolazione monetaria e/o nella ridiscussione dei trattati fino al c.d. “piano B”, ossia il disimpegno dall’Euro e dall’Unione? La più importante scommessa del governo si gioca qui, non altrove.

Vi sono però altre scommesse, più di carattere interno, che si giocano su partite in cui emergono evidenti differenze d’impostazione fra le due formazioni: c’è la partita sui temi etici, dove si fronteggiano un Ministro della Famiglia, il leghista Lorenzo Fontana, e un Ministro della Giustizia, il grillino Alfonso Bonafede, posizionati su trincee opposte sul tema dell’aborto e delle questioni LGBT; e c’è quella sull’immigrazione, dove sicuramente il partito di maggioranza relativa ha al suo interno, proprio per la sua variegata composizione, liquida e spontaneistica, vedute più aperte e non certamente sovrapponibili a quelle del partito di Salvini.

Su questi due ultimi aspetti, sicuramente cari all’area identitaria, vale la pena soffermarsi.

Quello dell’immigrazione è un tema su cui la sinistra si è giocata una buona parte del consenso. Che lo si voglia o no, un’ampia maggioranza degli Italiani considera l’immigrazione negativamente e questa opinione è politicamente trasversale. L’atteggiamento prudente – e pragmatico – dei Cinque Stelle nella passata legislatura sullo ius soli, ci convince che difficilmente vedremo aperture in questo senso. Assisteremo allora a chiusure blindate di frontiere, terrestri e marittime e a massicci rimpatri di clandestini e finti profughi?

L’argomento “immigrazione” è molto più popolare ed elettoralmente rilevante di altri: unioni civili e aborto interessano, obiettivamente, “superminoranze” consapevoli, mentre il silenzio costante del Vaticano e la scristianizzazione progressiva della società contribuiscono a rendere quei temi di relativa appetibilità sotto il profilo del consenso. Questo non significa che la presenza di un ministro molto ben orientato come Lorenzo Fontana non potrà avere la sua giusta incidenza. Possiamo stare certi che non assisteremo ad ulteriori scivolate sul piano dei “diritti” alle coppie omosessuali o dell’ideologia “gender” o ad altre simili derive, ed è facile prevedere che la maggioranza introdurrà benefici, economici e fiscali a favore delle famiglie. L’idea che al di là delle unioni civili non si andrà – pensiamo alle pressioni sempre maggiori sul tema delle adozioni alle coppie omosessuali –già rappresenterebbe una mezza vittoria.

Credo sia infatti illusorio puntare su clamorose retromarce sul tema delle unioni civili o dell’aborto. Del resto, vale la pena chiedersi: esiste una maggioranza antiabortista in parlamento? La risposta è no. E, ove si riuscisse miracolosamente ad ottenerla, pensiamo forse che un referendum – che i filo-abortisti immediatamente richiederebbero, ed otterrebbero, per l’abrogazione della “controriforma” – darebbe il risultato sperato, dopo anni e anni di martellamento delle coscienze, ormai appiattite sulle corrotte concezioni di “libertà” che ben conosciamo? In un sistema come il nostro, la partita non la si può vincere a colpi di legge, bensì con investimenti a medio-lungo termine, partendo da un’educazione alla verità che deve iniziare dalle scuole elementari e proseguire il suo percorso per anni. Contiamo che questo si cominci presto a fare, sarebbe già un primo importante passo in avanti.

Ritornando alla domanda lasciata volutamente in sospeso, potremmo aspettarci una sorta di via libera alla Lega sul tema migratorio, in particolare a Salvini, Ministro dell’Interno che si giocherà sul tema dell’immigrazione una buona fetta della sua reputazione politica, in cambio di un atteggiamento morbido verso l’attuale status quo dei temi etici. È un compromesso che, a mio avviso, se il governo terrà, finirà  per consolidarsi.

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Quando si profilò il “problema Savona” davanti al capo dello Stato, il dato apparente di rottura fu l’euroscetticismo del professore di economia, più volte dallo stesso manifestato. Lasciando da parte l’evidente stravaganza istituzionale del veto presidenziale, è lecito domandarsi se quella fu, effettivamente, la ragione vera, l’alibi sostanziale di quel rifiuto. L’Unione europea non è solo un “affare” europeo.

Non c’è bisogno di spiegare lo stretto legame esistente fra Unione Europea e NATO e la subordinazione strategica ed operazionale della prima rispetto alla seconda. Attualmente, il Trattato sull’Unione Europea stabilisce nel campo della politica estera e della sicurezza comune la competenza dei soli organi dell’UE e non più la competenza concorrente di questi e degli Stati membri, col conseguente intervento del Consiglio dell’Unione per l’adozione delle misure ritenute necessarie per attuare la strategia comune, tra cui le cosiddette “azioni comuni” e “posizioni comuni”. Tra queste ricordiamo le sanzioni commerciali, tuttora vigenti, contro la Russia.

L’appartenenza all’Unione Europea lega uno stato membro alla NATO e alle strategie atlantiche in maniera molto più stretta di quanto lo sia la semplice adesione a questa alleanza militare. Vogliamo o no ricordare la politica estera italiana fino alla prima metà degli anni Ottanta, e in particolare quella mediterranea, nonostante la sua proclamata fedeltà atlantica? Da questa prospettiva, è facile immaginare l’interesse della superpotenza americana alla conservazione dell’assetto europeo con la sua briglia supplementare.

Sarebbe però ingenuo pensare che oggi possa essere messa seriamente in discussione la permanenza del nostro paese nella NATO. Non vi è dubbio che un deciso affrancamento dell’Italia dai vincoli economici europei – che obiettivamente la danneggiano – creerebbe una serie di contraccolpi a cascade che neppure c’è bisogno qui d’indicare, tanto sono evidenti. L’importanza del nostro paese in una strategia militare globale rimane altissima. Altrettanto elevato il suo livello in campo industriale: siamo la seconda potenza manifatturiera d’Europa e la quarta nel mondo; la nostra uscita significherebbe la fine dell’attuale Unione Europea, con un’Italia in grado di competere, liberata dai suoi lacciuoli, in tutti i mercati del mondo. E il suo avvicinamento alla Russia sarebbe scontato, anche se questo non comporterebbe necessariamente l’uscita dalla NATO. Ma, domanda provocatoria, alla Russia non farebbe forse più comodo una nazione amica all’interno di quella struttura, piuttosto che fuori?

Resta da vedere la capacità del duo Di Maio – Salvini di giocarsi le carte in un quadro, come questo, su cui c’è ben poco da scherzare. Tutte le volte in cui abbiamo alzato la testa l’abbiamo pagata carissima. Esiste una conventio ad excludendum nei nostri confronti, tacitamente siglata dalle potenze europee, dal quadro politico internazionale. A noi sono riservati solo posti di seconda fila. Sanno benissimo che, se sedessimo al loro fianco, con le nostre innate qualità, fatte di genio, cultura bimillenaria, laboriosità e capacità imprenditoriale, li faremmo sfigurare.

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Quali spazi politici potrà riservare l’azione di questo governo alle forze strutturalmente identitarie e con un programma radicalmente volto al cambiamento di rotta della nostra nazione?

Moltissimi o pochissimi. Dipende da noi. Abbiamo ben chiaro quali siano, attualmente, le percezioni dell’Italiano-medio, in tema di immigrazione, finanza, istituzioni, lavoro, fisco, privilegi, famiglia? Abbiamo ben chiaro quali siano le sue esigenze più impellenti? Se, come spero, la risposta è sì, allora bisogna dosare i nostri sforzi nella ricerca di tesi e soluzioni nostre, praticabili e credibili: che rendano noi praticabili e credibili.

Se il governo – come è sicuro – mancherà o sarà carente su alcune risposte, allora interverremo indicando la nostra strada; praticabile e credibile; politica e non ideologica.

Se il governo – come è possibile – farà alcune cose buone, lo sottolineeremo, con onestà, dimostrando intelligenza.

La contrapposizione barricadera, o di opposizione a prescindere, soprattutto in questa situazione, è inutile e anzi nello specifico è controproducente. Non ci piace Tizio perché proviene da ambienti “finanziaristi” o perché ha fatto il consulente per le banche? O contestiamo la nomina di Caio perché ha frequentato istituti definibili come “mondialisti”? O quella di Sempronio perché è filo-atlantista?

Questo tipo di analisi è sterile, ideologica, si avvita su se stessa. Il mondo è un po’ più complesso delle nostre ubbie e le cose, negli anni a venire, è assai probabile che comincino a girare di nuovo, disegnando nuovi quadri di cui dobbiamo cercare, fin d’ora, di prospettarci i contorni; cerchiamo di non venire sorpresi dai cambiamenti, subendoli e facendoci superare dai fatti – che, come c’insegna la storia, spesso scompaginano le certezze – mentre siamo ancora lì a sfogliare la margherita: “È massone o non è massone? È antifascista o non è antifascista? Proviene dal mondo della finanza o non proviene dal mondo della finanza? È sionista o antisionista ?”