Ordine Futuro intervista Roberto Fiore, Segretario nazionale di Forza Nuova e Presidente del partito europeo Alliance for Peace and Freedom, a pochi giorni dal suo rientro dopo un’importante visita in Medio Oriente dove, con i deputati europei di APF, ha incontrato tra gli altri il Presidente della Repubblica libanese Michel Aoun, il Ministro della Difesa dello stesso paese dei cedri e i Ministri siriani del Turismo e dei Trasporti.

Vorremmo cominciare dalla sua visita ad Aleppo, che immagine le è rimasta?

Aleppo ha visto l’80% delle proprie case sbriciolarsi sotto i colpi dell’artiglieria, dei bombardamenti e dei missili, anche l’altra sera alcuni missili hanno colpito la parte nord della città. Antichissimo e florido centro industriale e commerciale, paragonabile a Milano, prima della guerra, conta oggi interi quartieri totalmente distrutti, con profondissime ferite che interessano tutte le famiglie a causa di decine di migliaia di morti. Città che ha sempre continuato a vivere anche sotto le bombe – in una sola occasione un missile dei ribelli ha ucciso centinaia di studenti colpevoli di voler frequentare comunque l’Università – Aleppo oggi è semivuota, a tratti spettrale. Le sue industrie sono state smantellate e in alcuni casi sottratte piratescamente alla Siria dalla Turchia.

Come tutta la Siria, anche Aleppo è vittima di un diktat: le Nazioni Unite e le lobby delle sanzioni, infatti, sottopongono il ritorno alla normalità, e quindi la luce verde per l’inizio dei lavori di ricostruzione, al cambio di regime; la rimozione di Assad è sempre in testa all’agenda di questi poteri forti. Sono i medesimi poteri che ieri hanno, di fatto, scatenato il fondamentalismo del califfato e pianificato la distruzione della Siria, e che oggi vorrebbero impedirne la ricostruzione.

Mi ha molto colpito poi la visita all’Università, il fatto che le lezioni non si siano mai fermate, segno che i siriani guardano al futuro, perché dall’Ateneo di Aleppo proviene parte della migliore classe dirigente siriana. Qui ho proposto, all’interno di un progetto di scambi culturali con i giovani italiani ed europei, la creazione di un master di storia contemporanea, perché le lobby che in Siria hanno usato bande ribelli e califfato per la destabilizzazione hanno applicato un modello, un format che i siriani hanno respinto e sconfitto grazie a contromosse vincenti, certamente preziose e da far conoscere, fino al punto di renderle materia di studio e approfondimento. C’è un modello siriano che vorrei diventasse patrimonio dei popoli, autentico patrimonio dell’umanità.
Vorrei menzionare, inoltre, l’antico castello di Aleppo, che è stato difeso per mesi dall’ Esercito Siriano nel corso di un assedio drammatico: un vero simbolo di eroismo.

Qual è la situazione del conflitto oggi, dove si sono concentrati i terroristi? 

Dopo la resa della Ghouta orientale, area della periferia di Damasco, accompagnata dalle solite fake news sulle armi chimiche, ora la capitale è totalmente liberata. Era l’enclave sui cui criminali attacchi terroristici contro i quartieri cristiani di Damasco Gian Micalessin ha realizzato di recente un reportage memorabile: missili lanciati contro la popolazione martoriavano indiscriminatamente, notte e giorno, bambini, anziani e famiglie. Le ultime resistenze ISIS sono ora concentrate attorno a Idlib, dove vige la Sharia e i cristiani sono costretti all’umiliante pagamento della jizya. Siriani e russi hanno costretto le bande dei terroristi anti-Assad a concentrarsi lì per evitare ulteriori bagni di sangue, ma si teme che, per la città e l’intera provincia, questi saranno purtroppo inevitabili. La speranza è che siano quanto meno contenuti nei numeri.

Siete stati ricevuti da Ministri siriani e dal Presidente libanese Michel Aoun. Molto risalto è stato dato alla vostra visita dai media locali.

Sì, in Siria abbiamo incontrato i Ministri principalmente coinvolti nella ricostruzione e nella gestione dei profughi: il Ministro dei Trasporti, quello del Turismo e l’Assistente del Ministro degli Esteri e degli Espatriati, oltre al Presidente del Parlamento. Argomento centrale dei colloqui è stato il problema delle sanzioni, mai votate da nessun Parlamento nazionale, contro la popolazione civile; un vero e proprio flagello che interessa tutti i settori – penso alla Sanità, all’Ospedale di Damasco mancano i medicinali anti-tumorali – e più in generale a tutte quelle aree del territorio siriano e a quei settori della società civile non direttamente coinvolti nel conflitto, vessati dalla crudele volontà di lobby che agiscono con metodologie terroristiche e che perseverano nel colpire i civili con sanzioni anche machiavellicamente inutili, visto il solido appoggio che, nonostante tutto, i siriani continuano a dare ad Assad.

Le sanzioni devono finire, e un ruolo importante dovrebbe svolgere in questa direzione l’Italia, che manca purtroppo di una politica estera autonoma. Alliance for Peace and Freedom e io stesso (quest’ultimo è stato il mio quarto viaggio in Siria) abbiamo ormai acquisito una certa conoscenza sul campo.
Oggi è essenziale – già lo hanno fatto Romania e Repubblica Ceca – riaprire l’Ambasciata italiana a Damasco: sarebbe un segnale di ritorno a quell’autorevolezza che l’Italia un tempo poteva vantare nei rapporti col mondo arabo – scriverò al neo-Ministro degli Esteri Moavero Milanesi in questo senso – e di vera realpolitik, sulla scia di quel prestigio che in Libano si è guadagnato il nostro Esercito. Fondamentale è poi la questione dei profughi siriani, un milione di persone che devono tornare dal Libano, bloccate dall’ostinazione occidentale fuori tempo massimo, che vincola il loro ritorno in patria alla destituzione di Assad.

Perché tutto questo odio contro la Siria?

Perché la Siria è tornata al Ba’th. La attaccano, sionisti in testa, per un modello popolare e social-nazionale che si fonda sulla sovranità monetaria, su sanità ed educazione gratuiti, sul benessere e la cultura della classe media, su un particolare modello interconfessionale che i sauditi hanno tentato di far esplodere iniziando ad aprire moschee wahhabite. Ma è appunto il Ba’th che sta salvando la Siria, con il suo consapevole anti-sionismo.

Avete incontrato anche le autorità delle varie comunità religiose? 

Il Grand Muftì di Siria, Ahmad Badreddin, in particolare, ha rilanciato il monito che rivolse già due anni fa all’Europa: vigilare sul pericolo dell’islamismo wahhabita e chiudere tutte le moschee sorte nel nostro continente grazie ai finanziamenti di Arabia Saudita e Qatar. “Bombe ad orologeria”, le ha definite. Si è poi soffermato sulla strategia criminale che mira all’eliminazione della tradizionale presenza cristiana in Medio Oriente, una presenza importantissima contro il fondamentalismo salafita perché storicamente i cristiani sono stati consapevolmente vicini a tutto il popolo.

Siamo poi stati ricevuti dalle autorità cattoliche melchite e caldee, tradizionalmente presenti in Siria con riti e tradizioni antichissime, e dalle suore francescane del Cuore Immacolato di Maria. Comunità sempre a fianco del popolo siriano, consapevoli della missione storica importante che svolgono per il mantenimento della pace, il migliore antidoto contro il veleno del fondamentalismo.

Ci parli della visita in Libano.

È stata una visita breve, ma di grande significato. Siamo stati ricevuti in udienza ufficiale dal Presidente della Repubblica Michel Aoun e dal Ministro della Difesa, l’incontro ha sancito la legittimità di Alliance for Peace and Freedom quale primo interlocutore europeo della Repubblica libanese. Abbiamo parlato con il Generale della questione, a cui facevo riferimento anche prima, dei profughi siriani, costretti da un diktat ONU a non poter far ritorno nel loro Paese fino ad un cambiamento di regime.

Anche in Libano, come in Siria, emerge la totale assenza di una politica estera europea e italiana. Manca un’analisi anche storica della reale situazione; fin dai tempi di Golda Meir, infatti, la strategia dei vicini israeliani è stata quella di portare la guerra nelle nazioni confinanti attraverso un’opera di destabilizzazione, rivolta a far esplodere le differenze di natura confessionale: mettere contro cristiani e musulmani era quindi fondamentale per Israele.

La violenta guerra civile in Libano, però, grazie ad Aoun, è stata superata ricostruendo faticosamente una concordia fondata su un modello politico nazionalpopolare e sociale che punta ad amalgamare tutto il popolo libanese attorno ad un concetto di nazione che va al di là delle differenze confessionali. Il nemico numero uno oggi per la classe politica libanese è il sionismo, e questa consapevolezza serve da collante forte contro i rischi di future destabilizzazioni.

Quale insegnamento possiamo ricavare dalle lezioni che vengono dalla Siria e dal Libano?

Come sta avvenendo in Europa per Polonia, Ungheria e Austria, anche in Siria e Libano si affermano visioni radicali, sociali e patriottiche che non prevedono fughe all’indietro; Forza Nuova e APF, i loro dirigenti e militanti, hanno in questi esempi l’indicazione di una rotta, modelli vincenti proprio perché intransigenti e fedeli ad una visione del mondo e della società che è la migliore possibile.