“Ho 16 anni e sono fascista” di Christian Raimo, dovrebbe essere una “indagine sui ragazzi e l’estrema destra”, che se per i commentatori di parte antifascista come Corrado Augias appare allarmante, per noi diventa a tratti persino divertente.

Non stupisce più di tanto che l’autore descriva movimenti come Forza Nuova come se fossero una setta: quando ci si affida a fonti attendibili, come certe informative dei Carabinieri casualmente divenute pubbliche, gli articoli sensazionalisti di Repubblica (peraltro ripetutamente smentiti e controbattuti) e più in generale le interpretazioni fornite dai soliti osservatori di sinistra, come sorprendersi se tutto viene analizzato e visto come una “una strana luce nera” che minaccia la società e insieme la sopravvivenza stessa del potere democratico attuale, visto implicitamente come il bene quasi per definizione? Sotto questo aspetto, il libro si inserisce nel solito filone antifascista che deve per forza condannare tutto un mondo umano e ideale, e condannarlo a prescindere, senza timore di cadere nel ridicolo. E dando ovviamente per scontata anche la condanna di tutto quello che i ragazzi scelgono al di fuori degli schemi del Sistema, nonostante il Sistema, contro il Sistema.

Leggendo il libro si nota ben presto una prima contraddizione. Da una parte, infatti, si insiste sul fatto che, tra i giovani e giovanissimi, essere fascisti sarebbe una moda – vale a dire una scelta superficiale, inaffidabile, priva di analisi e approfondimenti di sorta – ma dall’altro si denuncia il pericolo dell’indottrinamento politico di questi giovani, il loro affinamento ideologico, il loro formarsi sul piano culturale e caratteriale, il loro radicamento ideale. In breve: se i ragazzi fanno una scelta alternativa al pensiero preconfezionato dal Sistema sbagliano comunque, non importa il come e il perché. In realtà, Raimo sembra ignorare o dimenticare come ogni grande scelta nella vita venga presa tanto su basi razionali, cioè logiche, meditate e ponderate, che irrazionali e quindi emotive, intuitive, estetiche, mitiche. Le scelte le prendiamo sia col cuore che con il cervello. Certo talvolta più con il primo che con il secondo o viceversa, ma è quasi impossibile che uno dei due venga escluso sempre e totalmente!

Se vale per gli adulti, perché mai non dovrebbe valere per i ragazzi? E a dirla tutta: forse nel 1968 non era lo stesso a sinistra? Vorreste farci credere che i contestatori erano comunisti solo perché avevano analizzato attentamente Il Manifesto o Il Capitale senza influenze legate al clima emotivo dell’epoca? Evidentemente, quello che non si vuole ammettere, neppure a se stessi, è che a un secolo di distanza la rivoluzione fascista conserva una carica mitica e quindi coinvolgente per chi voglia emergere dalla massa passiva – carica che la rivoluzione comunista ha da tempo esaurito, al punto che il marxismo politico svolge ormai un ruolo oggettivamente conservatore.

Ma alla prima si aggiunge così un’altra contraddizione che diviene quasi una confessione: si condanna il fascismo perché va a riempire spazi da tempo lasciati vuoti dalla cultura marxista o democratica ormai vecchia e ansimante, ma al tempo stesso si critica tutta una sinistra che ha lasciato questi vuoti e non riesce più a elaborare idee trascinanti e innovative. Si critica chi, pur essendo antifascista e antirazzista, ammette che l’invasione in corso sia un problema e che dovrebbe essere contrastata. Già il fatto di vedere il pericolo, di porsi il problema della sicurezza, di non esultare al pensiero che il nostro popolo venga sommerso da ondate di extraeuropei, di voler identificare chi entra, sarebbe uno sdoganamento del fascismo! Evidentemente, la sinistra antifascista deve necessariamente accoppiarsi all’invasione extraeuropea e ridiventare attivistica, di strada. Altrimenti si rischia il nuovo fascismo che, prendendo spunto dall’esperienza di Terza Posizione, potrebbe dilagare senza essere contrastato (se non a parole) da un antifascismo “musealizzato”. Anzi: “paradossalmente l’antifascismo dichiarato ma non militante può fare il gioco dei neofascisti”!

Dovremmo dedurne che, per fermare i neofascisti, gli antifascisti dovranno fare di più e parlare di meno, tornare alla militanza? Raimo non ha il coraggio di ammetterlo ma forse il problema della sinistra e dell’antifascismo è proprio il ’68 e quello che ne è derivato: è esattamente il trionfo della mentalità sessantottina che ha svuotato di significato la nostra società e i nostri giovani, a cominciare proprio dal mondo della sinistra, un mondo irrimediabilmente imborghesito. Coloro che hanno deliberatamente svirilizzato gli italiani con droga libera, pacifismo, omosessualità e diritti umani pretenderebbero, quando si tratta di fermare il fascismo, di avere a disposizione dei nuovi guerrieri da opporre alla militanza nazionalrivoluzionaria?

Sogno patetico e contraddittorio, a meno che… i nuovi guerrieri vengano importati in massa, accolti a spese del popolo italiano ma inquadrati e ideologizzati dall’antifascismo militante. Sarebbe un rilancio della lotta di classe su base etnica e religiosa. Nella misura in cui gli italiani reagiranno all’invasione e alla sostituzione etnica saranno da condannare come fascisti, e quindi nemici. Nella misura in cui si fonderanno con le masse in arrivo da Africa e Asia saranno democratici e antifascisti, che dovranno contrastare i primi a tutti i costi. Che se ne rendano conto o no, gli antirazzisti e i laicisti per eccellenza stanno lavorando per fomentare una nuova guerra civile, che minaccia di essere un conflitto a base razziale e religiosa.

Questo è il risultato paradossale della sinistra in Italia: darsi tanto da fare per riportarci alle guerre puniche e alle crociate, con gli antifascisti schierati con i cartaginesi e i turchi. E i fascisti a fare i legionari e i crociati!