Tra i miei appunti sgualciti, salta fuori il discorso che il Santo Padre, Giovanni Paolo II, ha tenuto nel 1980 all’UNESCO e in cui ha fatto l’apologia di quelle nazioni che «lottano per conservare la propria identità e i propri valori contro le influenze e le pressioni dei modelli proposti dall’esterno».

Tra quegli appunti leggo: «Vigilate con tutti i mezzi su questa sovranità fondamentale che possiede ogni nazione in virtù della sua propria cultura. Proteggetela! Non permettete che questa sovranità fondamentale diventi la preda di qualche interesse politico o economico. Non permettete che diventi vittima dei totalitarismi, degli imperialismi o delle egemonie, per cui l’uomo non conta che come oggetto di dominazione».

Preveggente, anzi profetico, come si conviene ad un Pontefice già sulla strada della santità, che vede chiaro il futuro e fuor dai denti ammonisce i potenti ed educa i fedeli.

Allora la Santa Chiesa Cattolica era ben lungi dal rischiare, come sta rischiando oggi, di ridursi ad una enorme ONG che abbraccia l’etica, tanto alla moda, della «dittatura dell’accoglienza», ma trascura quella, non alla moda, di costruire quotidianamente il ponte tra noi e Dio Padre per mezzo di Suo Figlio, Gesù Cristo.

Uno dei pilastri essenziali indicati dal Santo Padre Giovanni Paolo II è «la sovranità della propria nazione in virtù della sua cultura». Mi domando: è mai possibile che i preti non abbiano contezza del vuoto che si è creato nella nostra spiritualità? Del ripudio della nostra cultura e del costante auto-j’accuse per “colpe” che spesso colpe non sono? È mai possibile che i tutori della nostra anima non si rendano conto del vuoto spirituale creatosi nei nostri cuori e nelle nostre menti, e che quel vuoto stia per essere colmato da altre spiritualità che non appartengono alla nostra antica e profonda identità?

È mai possibile che non vedano e non contrastino l’ignavia crescente e non propongano in maniera radicale «sia il tuo SI un SI e il tuo NO un NO», proclamando che l’unica religione vera è quella professata dalla Santa Chiesa Cattolica Apostolica e Romana? È mai possibile che il relativismo sia riuscito a contagiare anche i Sacri Palazzi e tenga il bordone al ragionamento manicheo per cui si condanna tra i cattivi come se fosse il peggiore dei peccatori chi non aderisce all’accoglienza a tutti i costi?

Sì, è possibile dal momento in cui si abdica alle cose celesti per abbracciare quelle terrene e modaiole; è possibile quando un prete si mette a cantare «Bella ciao» durante la messa (Don (?) Gallo docet) e lo si lascia fare senza prenderlo a calci nel sedere; è possibile quando si invita il popolo di Dio ad abbracciare lo sterile dubbio («chi sono io per giudicare?») che svuota le anime in attesa che altre certezze le riempiano.

Perché la suprema magistratura cristiana, il Pontefice, si dice non competente per giudicare due pederasti o due lesbiche che vogliono sposarsi e addirittura far figliare una mamma per adottarne poi il pargolo appena partorito?

Perché non li scomunica? Semplice: perché è fuori moda scomunicare. E al diavolo l’evangelico «il tuo sì sia un sì e il tuo no sia un no».

In questo contesto di ipocrisia non può non venire in mente, per la cristiana materialità della vita, il discorso sulla Patria, una patria fatta di terra, sangue, spirito, sacrificio e identità, di Charette de la Contrie (1) (francese come Macron, ma di ben altra fattura morale), il quale, prima di ogni scontro, era solito spiegare ai suoi uomini per cosa essi stessero combattendo, dicendo loro:

«La nostra Patria sono i nostri villaggi, i nostri altari, le nostre tombe, tutto ciò che i nostri padri hanno amato prima di noi, la nostra Patria è la nostra fede, la nostra terra».

E concludeva spesso con la seguente chiosa:

«È vecchio come il diavolo il loro mondo che dicono nuovo e vogliono fondare sull’assenza di Dio. Si dice che siamo i fautori delle vecchie superstizioni… fanno ridere! Ma di fronte a questi demoni che rinascono di secolo in secolo, noi siamo la gioventù, signori, siamo la gioventù di Dio. La gioventù della fedeltà!»

Note

(1) François Athanase Charette De La Contrie, generale francese della contro-rivoluzione vandeana, nato il 21 aprile 1763 e fucilato il 29 marzo del 1796. Di antica famiglia bretone, arruolatosi nella marina regia, era luogotenente di vascello quando scoppiò la rivoluzione. Ritiratosi dal servizio, seguì dapprima gli emigrati a Coblenza, ma poi preferì rientrare in Francia e rischiare la vita per la causa borbonica. Difese le Tuileries dagli assalti della folla il 10 agosto 1792, e riuscì con difficoltà a sottrarsi alla cattura. Rifugiatosi in una sua proprietà di Machecoul, si mise alla testa dei partigiani della Vandea. Machecoul, centro delle operazioni, fu più volte presa e perduta durante i primi mesi del 1793. De La Contrie, rinunciando a operazioni combinate, agì, secondo il personale impulso, disgiunto dal grosso degli insorti, i quali nel frattempo furono battuti a Cholet. Rimasto solo, condusse durante la prima metà del 1794 una campagna mirabile per la celerità delle mosse, l’impiego saggio del terreno, gli assalti di sorpresa, le abili ritirate. Dopo la morte di La Rochejaquelein, avvenuta nell’estate di quell’anno, La Contrie assunse di fatto, se non di nome, la direzione dell’insurrezione monarchica. Dopo il 9 termidoro concluse un armistizio (febbraio 1795), rotto dopo quattro mesi. Subì una grave disfatta a Quiberon (giugno 1795), né poté più riprendersi. Perduta la speranza nel promesso soccorso degli Inglesi, rifiutò di trattare col Hoche, e preferì contrastare palmo a palmo il terreno ai repubblicani; finché, rimasto con poche diecine di gregarî, cadde ferito e fu fatto prigioniero. Condotto a Nantes e processato come ribelle, fu fucilato dopo sei giorni dalla cattura (29 marzo 1796).

Bibl.: Le Bouviers, Vie du général Charette, Nantes 1823.