La notizia della vittoria ai Giochi del Mediterraneo dell’Italia nella staffetta 4×400, un momento che dovrebbe essere condiviso da tutta la Nazione e dagli amanti dello sport, ha invece scatenato le ovvie polemiche e le più ridicole reazioni. Le atlete che rappresentavano il nostro Paese, infatti, erano tutte di origine africana.

Ora, per evitare equivoci di sorta, teniamo a precisare che la vittoria delle atlete è certamente più che mai meritata e, se hanno primeggiato su tutte le altre, è perché ovviamente avranno avuto una marcia in più e va reso loro pieno merito per la grandiosa prestazione sportiva.

La domanda che ci facciamo, però, è se sia possibile davvero, da italiani, sentirsi rappresentati da queste atlete, seppur vincenti, e se, in generale (anche in virtù di quanto stiamo vedendo nei campionati mondiali di calcio), abbia ancora senso parlare di nazionali sportive

Facendo l’esempio del calcio, ma ciò è estendibile a tutti gli altri sport, esiste una sostanziale differenza tra il tifo e la rappresentanza sportiva della Nazione. Il tifoso, infatti, fatto salvo l’attaccamento alle realtà locali, solitamente sceglie il club da sostenere e da seguire; le soddisfazioni e le delusioni sono quindi frutto di questa scelta, sovente maturata da piccoli e sviluppata crescendo.

Il sostegno alle nazionali sportive non è il frutto di una scelta, ma un qualcosa di dato. Gli atleti che gareggiano confrontandosi coi loro omologhi di altre nazioni portano con loro l’intero Paese di appartenenza. La pacifica competizione tra le nazioni si traduce nelle sfide sportive: non sono solo gli atleti a gareggiare tra loro, ma interi popoli. E gli atleti consentono al popolo di identificarsi con essi e di gioire o piangere per le vittorie e le sconfitte.

Affinché ciò avvenga, però, è opportuno che tra gli atleti ed i sostenitori, facenti parte della stessa comunità nazionale, sussistano elementi di identificazione, basati sulla cultura, le tradizioni e, nel caso dei popoli europei, asiatici e africani, anche l’etnia.

Anche se i vari esponenti del pensiero unico “antirazzista” si ostinano a vedere, ingannando in primis sé stessi, un’italianità in chiunque sostenga di essere Italiano, è però innegabile che è molto difficile se non impossibile sforzare la mente per identificarci con atleti che di italiano hanno solo i documenti. Certo, possiamo esserne tifosi, possiamo gioire comunque, ma questo allora rientra nel caso del tifo scelto e non rappresentativo. Sostenere atleti non appartenenti alla propria nazione, se vincitori, diventa un imbroglio, un’ammissione di scarsa competitività degli atleti che hanno le nostre caratteristiche, una scorciatoia per vincere utilizzando altri. E questi altri tolgono possibili medaglie e trofei ai loro Paesi d’origine.

E veniamo al punto cruciale del discorso, ossia la strumentalizzazione di questo successo. Numerosi sono stati gli atleti italiani che ci hanno regalato emozioni e premi, ma sono tutti passati in sordina perché, stando ai discorsi dei radical chic nostrani, la vera vittoria è stata contro il razzismo, rappresentato, a detta loro, dal consueto raduno della Lega a Pontida e dai sentimenti nazionalisti che via via stanno emergendo in Europa. Gli stessi che sostengono che le razze (così come le etnie o le nazioni) non esistono, ora gioiscono per la vittoria di quattro atlete per via del colore della loro pelle.

Come sempre, la subcultura figlia dell’antifascismo mostra tutta la sua incoerenza e la sua ipocrisia, ed è necessario denunciare, prima di tutto, la vergognosa strumentalizzazione che, di questa vittoria, ha fatto chi vuole imporre lo stravolgimento della nostra identità nazionale, attraverso l’immigrazione di massa e lo ius soli.

Il fatto di ritenere che, per sostenere degli atleti, bisogni condividerne le caratteristiche culturali e somatiche (quest’ultimo caso se non in poche e rare eccezioni) non ci trasforma in perfidi xenofobi; al contrario, ci mette sullo stesso piano di tutti gli altri popoli, ci consente di sfidarci tra noi senza spargimenti di sangue, attraverso quell’invenzione meravigliosa che è lo sport.