Hanno sfilato in mille città e si sono offerti, generosi nella loro magnanimità, a mille fotografi, agghindati con le loro magliette rosse, e con la consueta ipocrisia. Si sono mostrati, nella loro presunta superiorità intellettuale, sui frontespizi di mille giornali, puntando il dito accusatore contro i nuovi fascismi, i nuovi razzismi, le nuove xenofobie, troppo spesso mescolando il tutto all’interno di un calderone semantico funzionale unicamente a screditare chi si sia macchiato della colpa di pensarla diversamente.

Le loro signorie in maglietta rossa, lungi dal ritenere un utile scopo alla causa della società occidentale un qualsivoglia contributo in termini di ricerca, letteratura, giornalismo (vero), arte (vera), politica (nel senso più alto del termine), hanno preferito compiere il rivoluzionario gesto di indossare una maglietta rossa, ammiccando con superiorità alla plebe in fronte a loro. L’appassionato gesto di rottura di chi ha l’accusa facile, evidentemente, salvo poi ritornare, tra un panegirico e l’altro e dopo essersi accuratamente stracciati le farisaiche vesti, alle solite agiatezze quotidiane, in una vita che di problemi, reali, ne ha sovente sperimentati pochi.

Che sia il rosso bolscevico o il rosso garibaldino, l’unica cosa chiara sempre essere l’abissale differenza che corre tra ogni esperienza del passato in maglietta rossa e il contemporaneo pressapochismo delle proteste di oggi, ossia tra l’esecuzione del pensiero, nel bene o nel male, e la sterilità faziosa e capricciosa di quanti riducono la morale al moralismo, e la politica alla polemica.

La protesta populista contro il populismo, del resto, non dimostra le proprie ragioni, ma si limita a presumerle. In un’ottica di “magnifiche sorti e progressive” di leopardiana memoria, e di una concezione della Storia che si muove fatalisticamente e pelagianamente verso il bene, il nuovo progressismo ha avuto la beffarda intuizione di individuare se stesso con il bene, e quindi di credersi punti di arrivo ultimo dell’intera storia umana. Da qui il florilegio di espressioni che colorano la dialettica (profondissima nella sua banalità) delle magliette rosse: “Si sta tornando indietro…”, “Si torna al fascismo…”, “Si torna al Medioevo…”, “Non si va più avanti…”.

Appare evidente, da questo punto di vista, come il progressismo in maglietta rossa non concepisca il vero senso della competizione politica, essendo sostanzialmente fatalista, ed avendo la pretesa, di conseguenza, di ritenere non tanto di indirizzare la Storia, ma che la Storia sia indirizzata, secondo una laicissima provvidenza, nella loro direzione, e in funzione loro.

A fronte delle moltissime e cocentissime disfatte elettorali recentemente subite, non stupisce che l’unica e prima reazione delle signorie loro non sia né un sentimento di autocritica né uno di dispiacere, ma sia piuttosto lo stupore. Stupore di fronte alle stolte e isteriche masse popolari che, nell’assurda pretesa di essere padroni del proprio destino, si oppongono al profondo senso della Storia, riassunto e compendiato, guarda caso, nella loro augusta persona.

L’infantile pretesa dello scolaro che, incapace di risolvere il problema matematico, accusa il libro di aver commesso un errore, o del bambino che, perdente, si rifiuta di proseguire il gioco, si proietta freudianamente ingigantita sull’odierno progressismo in maglietta rossa che, nell’incapacità di elaborare razionalmente il proprio fallimento, accusa alternativamente la Storia che non obbedisce, il popolo plebeo non all’altezza delle loro finezze, o l’eterno Hitler redivivo, in una mitologia ancestrale che ripropone, come un supplizio di Tantalo, il perenne svolgersi di un eterno 1933 (o 1922 in alcuni casi) che non sembra mai concludersi.

Che sia la volta buona per uscire dall’infanzia?