Le recenti dichiarazioni di Giorgia Meloni, presidente di Fratelli d’Italia, relativamente all’abolizione del reato di tortura, hanno riacceso il dibattito sull’efficacia e sulla ratio stessa di tale reato. L’on. Meloni sostiene in un tweet, poi modificato, che “il reato di tortura impedisce agli agenti di fare il loro lavoro”. Una dichiarazione molto forte, specialmente dopo alcuni recenti fatti che hanno visto agenti di Polizia incriminati per aver abusato del loro ruolo, attraverso violenze che hanno portato in qualche caso anche a conseguenze tragiche.

Riportiamo qui il testo dell’articolo del codice penale che ha introdotto il reato di tortura: “Art. 613-bis (Tortura). – Chiunque, con violenze o minacce  gravi, ovvero agendo con crudeltà, cagiona acute sofferenze fisiche o un verificabile trauma psichico a una persona privata della libertà personale o  affidata alla sua custodia, potestà, vigilanza, controllo, cura o assistenza, ovvero che si trovi in condizioni di minorata difesa, è punito con la pena della reclusione da quattro  a dieci anni se il fatto è commesso mediante più condotte ovvero se comporta un trattamento inumano e degradante per la dignità della persona.

Se i fatti di cui al primo  comma sono commessi da un  pubblico ufficiale o da un incaricato di un pubblico servizio, con  abuso dei poteri o in violazione dei doveri inerenti alla funzione  o al servizio, la pena è della reclusione da cinque a dodici anni.

Il  comma  precedente  non si applica  nel caso di sofferenze risultanti unicamente dall’esecuzione di legittime misure privative o limitative di diritti.

Se dai fatti di cui al primo comma deriva una lesione personale, le pene di cui ai commi precedenti sono  aumentate; se ne deriva una lesione personale grave sono aumentate di un terzo e se ne deriva una lesione personale gravissima sono aumentate della metà.

Se  dai fatti  di cui al primo  comma deriva la morte  quale conseguenza non voluta, la pena è della reclusione di  anni trenta.

Se  il colpevole  cagiona volontariamente  la morte, la pena è dell’ergastolo.”

La ragion d’essere dell’introduzione di questo reato non può non essere collegata alle molte proteste seguite, negli ultimi anni, ai presunti abusi perpetrati dalle forze dell’ordine nei confronti degli antagonisti di estrema sinistra nel corso o alla fine di alcune loro manifestazioni caratterizzate da violenti scontri e devastazioni. Il reato di tortura è stato in tutta chiarezza pensato e ideato per manifestanti arrestati che, resistendo all’arresto, sono fatti oggetto di un utilizzo di forza bruta che, se particolarmente eclatante o anche eccessivo, potrebbe rientrare nella fattispecie del reato di tortura, come si evince dal testo sopra.

Il risultato finale è abbastanza chiaro: sarà sufficiente avere i giusti agganci politici – dubitiamo, infatti, che qualcuno si indignerà mai per l’utilizzo di violenza da parte della polizia contro manifestanti nazionalisti e identitari – e recitare la parte della vittima (anche se si è dei veri delinquenti) ed ecco che si scamperà alla condanna, mettendo nei guai chi invece sta cercando effettivamente di fare il suo dovere. Stessa cosa potrebbe peraltro accadere anche al di fuori di contesti “politici”, quando, durante gli interrogatori, si cercherà di estrapolare informazioni da un criminale arrestato in flagranza di reato.

Sotto questa luce, sembrerebbe che le dichiarazioni dell’on. Meloni siano sensate. Certamente si deve anche guardare anche l’altro lato della medaglia. Gli abusi di potere da parte di alcuni membri delle forze dell’ordine (che, teniamo a precisare, non rappresentano la totalità delle divise, né le divise in sé, ma anzi ne offendono in un certo senso il significato) in passato sono stati gravissimi e innegabili, e dal punto di vista politico hanno spesso riguardato la militanza di destra, nel totale silenzio di media che tutti i giorni ricordano, al contrario, casi indubbiamente di notevole violenza ed abuso di potere come quello della scuola Diaz. C’è dunque effettivamente il rischio che le parole della Meloni lascino spazio a una deriva poliziesca e manettara (peraltro certamente non estranea ad alcuni esponenti dell’ex-MSI-AN e oggi di FdI) che finisca per far rimanere impuniti coloro che usano la divisa per sfogare i propri istinti animaleschi.

Ci poniamo allora la domanda? Il reato di tortura impedisce gli abusi o ne crea di nuovi? Si tratta probabilmente di una fattispecie di reato inutile, priva di ragion d’essere, che provoca più danni di quelli che crea: perorarne l’abolizione è tutto fuorché uno scandalo e non può essere imputato di per sé a una giustificazione in toto di violenze protette dalla divisa. Per evitare che l’abolizione porti alla giustificazione rafforzata di certi eccessi, basterebbe probabilmente, nel contempo, potenziare le attuali leggi sull’abuso di potere ed effettuare una maggior vigilanza sul comportamento di chi deve far rispettare la legge, con valutazioni obiettive caso per caso che non lascino spazio a posizioni preconcette.