L’ispirazione divina delle Sacre Scritture e della Tradizione, così definita dal Concilio Tridentino:

«Dio, infatti, è autore dell’uno e dell’altro [Antico e Nuovo Testamento n.d.a.] ed anche le tradizioni stesse, che riguardano la fede e i costumi, poiché le ritiene dettate dallo stesso Cristo oralmente o dallo Spirito santo, e conservate con successione continua nella chiesa cattolica» (Decreto De canonicis Scripturis, Conc. Trident., sess. IV, 8 aprile 1546), conferisce l’autorità necessaria ai testi stessi da cui trarre le verità di fede, dirette ed indirette, contenute nella Rivelazione, e agli Apostoli e ai loro successori l’autorità per tramadare le medesime verità. La sacra dottrina, basando i propri principi sulla «scienza di Dio e dei beati» (cit.), oggetto della Rivelazione (cf. S. Th. I, q. I a. 2), ammette l’argomentazione razionale, non per dimostrare le verità di fede, ma per chiarire meglio ed approfondire alcuni aspetti del loro insegnamento (cf. S. Th. I, q. I a. 8 ad. 2) o «muovendo dagli articoli di fede, la dottrina sacra può provare altre cose» (S. Th. I, q. I a. 8 ad. 1). Questo modo di procedere è valido anche per le questioni riguardanti la morale e i costumi.

Il concetto di guerra giusta, che nella Masorah è indicata con מִלְחָמ milchâmâh e קְרָב qerab, mentre nella LXX con πολέμος, rientra nella seconda categoria di verità che si dimostrano a partire dagli articoli della fede e dai comandamenti di Dio.

In Esodo XV,1-18, dopo che le acque sommersero l’esercito egiziano, gli israeliti prorompono in un canto di lode, un monumento di poesia della letteratura antica, un grandioso panegirico, in cui si definisce Dio guerriero, combattente, prode (ebraico: אִ֣ישׁ מִלְחָמָ֑ה ˒ı̂ysh milchâmâh, latino: vir pugnator); descrive le azioni bellicose da Lui compiute, con il conseguente effetto deterrente o iracondo che susciterà presso i popoli vicini la narrazione dell’evento liberatorio (cfr. Es XV,14-15); canto seguito da quello della profetessa Maria, la sorella di Aronne, che insieme alle altre donne, al suono dei timpani e con cori di voci, riconosce la gloria di Dio nell’avvenimento più importante per la storia d’Israele, espresso dal seguente ritornello: «Diamo laude al Signore; perocché egli si è gloriosamente esaltato: ha gettato nel mare cavallo e cavaliere» (Es XV,21), l’esaltazione della misericordia di Dio che protegge il suo popolo, con atti prodigiosi, popolo che partecipa della santità divina, a motivo della sua elezione. La causa efficiente, per usare la categoria aristotelica, dell’intervento giusto dell’Onnipotente risiede proprio nella Santità del suo Nome, terribile e che incute timore; tale intervento si inserisce nel contesto della giustizia, assumendo la connotazione riparatoria nei confronti di chi lede tale santità: «Chi de’ forti è simile a te, o Signore? Chi è simile a te, glorioso nella santità, terribile e laudabile, operator di prodigi?» (Es XV,11) Sempre nel libro dell’Esodo, dopo la vittoria di Israele contro gli Amaleciti, Mosè consacrò un altare, facendo seguire tale rito da un canto di lode rivolto a Dio: «La mano del Signore dal soglio di lui sarà stesa, e farà guerra contro Amalec per tutte le generazioni» (Es XVII,16), un giuramento perpetuo di guerra con la tipica formalità gestuale di stendere la mano.

Come si nota, il Signore è l’autore principale, Colui che santifica e benedice l’azione bellica; Lui combatte per e con il suo popolo, fornendo la forza necessaria per la vittoria.

La presenza e l’azione di Dio sono attestati in modo esplicito in 1 Mac III,18-19: «Ma Giuda disse: Ell’è facil cosa, che molti restino preda di pochi, e rispetto al Dio del ciel egli è lo stesso il salvare per mano di molti, o per mano di pochi: perocchè non dal numero delle schiere dipende il vincere in guerra, ma dal cielo viene il valore», la forza che Dio concede è indifferente alle capacità numeriche e belliche, facendo dipendere l’esito della battaglia. Questo passo è un estratto del discorso che Giuda tiene ai pochi israeliti ancora fedeli al Signore e radunati per difendere la fede dall’ellennizzazione della Palestina imposta dal re seleucida Antioco IV Epifane, il quale scagliò un esercito numeroso, composto da “schiere di empi” (1 Mac III,15), per lo più Ebrei apostati.

In Deuteronomio il Signore stesso, per bocca di Mosè, fornisce istruzioni di tipo procedurale e tattico:

«Se andrai a far guerra a’ tuoi nemici, e vedrai la loro cavalleria, e i cocchi, e la moltitudine delle schiere loro più grande di quella che hai tu, non ne avrai paura, perché teco è il Signore Dio tuo, che ti trasse dalla terra d’Egitto. E quando sarà imminente la battaglia, il sacerdote starà alla testa dell’esercito, e cosi dirà al popolo: Ascolta, Israele: Voi oggi venite alle mani contro i vostri nemici; non si turbi il vostro cuore, non temete, non date indietro, non ne abbiate paura: Perocché il Signore Dio vostro è in mezzo a voi, ed ei combatterà per voi contro i vostri nemici per trarvi da ogni pericolo.

Oltre a ciò i capitani schiera per ischiera udendoli tutte le milizie grideranno: V’ha egli alcuno, che abbia fabbricata una casa, e non l’abbia rinnovata? Se ne vada, e torni a casa sua, perché non si muoia egli nella zuffa, e un altro la rinnovi. V’ha egli chi abbia piantato una vigna, e non abbia ancora potuto accomunarla, sicché di essa possa mangiar chicchessia? Vada, e torni a casa sua, affinché egli per disgrazia non si muoia nella battaglia, e un altro debba fare quel che a lui si apparteneva.

V’ha egli chi abbia fatti gli sponsali con una donna, e non l’abbia ancora menata a casa? Vada, e torni a casa sua affinché per disgrazia non si muoia egli nella battaglia, e un altro la sposi. Dette queste cose continueranno, e diranno al popolo: V’ha egli alcuno pauroso, e di poco cuore? Vada, e torni a casa sua, affinché non comunichi la sua paura ai cuori de’ suoi fratelli, come egli è smarrito per la paura. Quando poi i capitani dell’esercito avran fatto silenzio, ciascheduno ordinerà le sue schiere per la battaglia. Allorché ti appresserai ad espugnare una città, le offerirai prima la pace. Se l’accetterà, e ti aprirà le porte, tutto il popolo, che sarà dentro, sarà salvo, e sarà soggetto a te, e tuo tributario. Ma se non vorrà venire a patti, e comincerà ad agire ostilmente, tu vi porrai l’assedio: e quando il Signore Dio tuo l’avrà data a te nelle mani, metterai a fil di spada tutti i maschi, che vi son dentro, lasciando le donne, e i fanciulli, e le bestie, e tutte le altre cose, che sono in quella città. Tutta la preda la distribuirai ai soldati, e mangerai delle spoglie dei tuoi nemici donate a te dal Signore Dio tuo. Così farai verso tutte quelle città, le quali sono molto rimote da te, e non sono del numero di quelle, le quali tu sei per avere in tuo dominio. Ma di queste città, le quali ti saranno date, tu non permetterai che veruno rimanga vivo, ma li metterai a fil di spada, vale a dire gli Hetei, e gli Amorrhaei, e i Cananei, e i Pherezei, e gli Hevei, e gli Jebusei, come il Signore Dio tuo ti ha comandato: affinché non v’insegnino a fare tutte le abbominazioni, che eglino hanno praticate verso de’ loro dei, onde voi offendiate il Signore Dio vostro. Quando tu starai lungamente all’assedio di qualche città, e l’avrai circondata di macchine per espugnarla, non troncherai le piante, che danno frutto da mangiare, né devasterai all’intorno il paese a colpi di scure, perché non gli alberi, ma gli uomini possono accrescere il numero di coloro che a te fanno guerra. Ma se vi sorto piante non fruttifere, ma salvatiche, e atte agli altri bisogni della vita, tagliale, e fanne delle macchine, fino a tanto che t’impadronisca della città nemica» (Dt XX).

Il capitolo tratta la questione della guerra sotto un duplice aspetto. Il primo (vv. 1-9) esplica la procedura di reclutamento degli uomini da impegnare nell’esercito, stabilendone i due criteri fondamentali, la totale dedizione e il coraggio. La chiamata alle armi procede secondo un ordine ben definito, tenendo conto dei ruoli ben precisi ricoperti dalle due autorità: il “sacerdote”, prima, e i “capitani” del popolo, poi. Secondo questa dinamica, la volontà di Dio si manifesta per bocca del sacerdote con una precisa formula di benedizione, indicando la santità e la giustizia della guerra stessa (vv. 3-4).

Come spiegato dalla nota al versetto 2 della traduzione italiana della Sacra Bibbia di Mons. Martini e di p. Sales OP, uno dei sacerdoti era designato nell’ufficio di impartire la benedizione, nella forma riportata dal libro sacro, ripetendola ad alta voce, e suonare la tromba, per dare avvio alla battaglia, insomma un vero e proprio rituale di benedizione bellica.

Dopo aver nominato i comandanti delle varie schiere, la seconda parte del capitolo (vv. 10-20) elenca quelle che nel gergo militare sono chiamate “regole di ingaggio”, ossia l’insieme delle direttive emanate dall’autorità militare – in questo contesto è Dio stesso che fornisce le disposizioni generali, senza entrare nello specifico della strategia – che delinea le circostanze e i limiti in cui le forze operative iniziano ed effettuano scontri con le forze nemiche. Nei versetti 10-15, Dio dichiara la generalità della norma circa l’espugnazione di tutte quelle città che non sono comprese entro i confini dei territori abitati dai popoli Cananei: soppressione di ogni uomo maschio e la predazione della popolazione restante, con il suo bestiame e gli oggetti, come bottino. Da notare come tali regole generali siano differenti per i popoli che abitano la terra di Canaan – gli Hittiti, gli Amorrei, i Cananei, i Perizziti, gli Evei e i Gebusei – le quali dispongono lo sterminio di ogni essere vivente (nella versione ebraica l’azione di sterminio è indicata col verbo חָרַם charam, reso in greco dall’espressione molto dura ἀναθέματι ἀναθεματιεῖτε, “legate con una grande maledizione”) fatta eccezione per gli alberi i quali serviranno da rifornimento di cibo e per la costruzione di strumenti d’assedio (vv. 16-20). Quest’ultima disposizione, eccezione dura e incondizionata, trova la sua ragion d’essere nella giustizia di Dio atta a preservare la propria santità e gli Israeliti dal pericolo che potevano correre nell’infrangere l’Alleanza, quella mosaica, per mezzo della quale Dio stava plasmando l’identità del popolo appena liberato dall’Egitto, e così abbracciare gli idoli pagani dei popoli prossimi ai loro confini, scelta che inevitabilmente conduce alla depravazione morale, violando la santità di Dio e quindi del popolo stesso.

Secondo l’ipotesi documentale o “teoria delle quattro fonti” – ipotesi formulata nella seconda metà dell’Ottocento in ambito protestante da Julius Wellhausen (1844-1918) secondo la quale la formazione del Pentateuco è avvenuta grazie all’apporto di varie fonti provenienti da diverse tradizioni – il Deuteronomio, che sarebbe stato composto al tempo del re Giosìa (648 a.C. – 609 a.C.):

«pensando agli eventi accaduti sotto Giosìa, si è portati a collegare lo spirito bellico del Dt con la riorganizzazione dell’esercito mediante chiamata alle armi di liberi contadini […] Le antiche tradizioni sulle guerre sante, condotte nel periodo che precedette la costituzione dello stato, si risvegliarono […]. In un tempo in cui Israele era tentato di perdere la propria identità per assimilarsi alla religione di popoli più forti, il Dt esige la «rottura» radicale con questi popoli. Il “bando” nei confronti dei popoli cananei, di cui spesso si parla in Dt (7,1-6; 18,9-14; 20,16-18), non fa parte di una politica aggressiva di imperialismo (questi popoli non esistevano più all’epoca del Dt, e l’esercito di Israele non poteva certo misurarsi con quello assiro): è piuttosto l’affermazione del coraggio di un piccolo popolo di essere «diverso» dagli altri per la fedeltà al proprio Dio» (G. Barbiero in La Bibbia per la famiglia a cura di G. Ravasi). Van der Lingen, sostenendo l’inesistenza del termine “guerra santa” nel testo biblico, preferisce quello di “guerre di Yahvé” (espressione usata in Es XVII,16 e tito-lo di un’antica raccolta di canti epici andata perduta, citata in Nm XXI,14), adducendo al fine parenetico (di esortazione e ammonimento). Secondo questo autore, tale concetto fa riferimento a quello di “sterminio”, presente nelle tradizioni che risalirebbero al massimo agli ambienti profetici del Regno d’Israele nel IX secolo a.C. Di conseguenza, senza mai configurarsi come fenomeno storico, l’“espressione teologico-letterario” della “guerra di Jahvé” è stata costruita al momento dell’Esilio, nel VI secolo a.C., con l’intento di radicare nel popolo l’idea di un Dio capace di salvarlo anche nelle circostanze più disperate, di un Dio direttamente impegnato nella battaglia:

«I profeti hanno spesso tratteggiato in termini bellici, nella loro formulazione teologica, questi rapporti tra Jahvé e il suo popolo che l’abbandonava. I teologi hanno a loro volta riadattato e integrato queste nozioni nelle scritture più antiche, non senza qualche riserva» (Van der Lingen A., Les guerres de Yahvé).  Nel 1972 F. Stolz, nella sua opera Jahwes und Israels Kriege, conclude che la nozione di guerra santa sia una costruzione teorica fittizia del “deuteronomista” che affonderebbe le sue radici nei circoli profetici del regno del Nord nel IX sec. a. C.; un sistema teologico compiuto di un gran numero di tradizioni, per il fatto che alcune tribù attribuiscono a Jahvé la vittoria nelle loro campagne militari al tempo dei Giudici, tradizioni inserite e rielaborate posteriormente in senso parenetico e teologico in un contesto di ricerca identitaria nazionale e religiosa del popolo stesso, perdute con l’esilio babilonese.

Di contro A. De Pury sostiene che la guerra santa non sia un’elaborazione teologica “inventata” dalla storiografia deuteronomista per fini parenetici e identitari, ma sia invece un’istituzione ben radicata nel periodo pre-monarchico della storia d’Israele e nelle tradizioni dell’antico Vicino Oriente. (cfr. De Pury A., La Guerre Sainte Israélite: Realité Historique ou Fiction Litéraire).

Questa esegesi trova la sua ragion d’essere nella forte critica alla “possibilità” della tradizione israelitica, di fatto negandola, come ammesso dallo stesso Wellhausen e, più o meno, dai suoi seguaci: «La tradizione israelitica su questo punto vale più di ogni altra obiezione. Sol che essa sia possibile, sarebbe una pazzia preferirle un’altra possibilità» (Wellhausen J., Prolegomena zur Geschichte Israels, 1882). Come affermato da Ricciotti, alla base di tale negazione è presente un presupposto filosofico di tipo hegeliano, opposto a quello tomista, pur avendo a disposizione tutti i sussidi scientifici, applicando gli stessi metodi di analisi e adducendo argomenti affini. Inoltre il dubbio manifestato riguardo all’ipotesi documentale si riscontra dai dati di fatto contrapposti, specialmente quelli venuti alla luce dai ritrovamenti archelogici effettuati durante o dopo la ricostruzione a tavolino, aprioristica, della teoria wellhausiana (cfr. Ricciotti G., Storia d’Israele, v. I).

Interessante la tesi sostenuta dal teologo luterano Gerhard von Rad, il quale pur non rinunciando in buona parte all’ipotesi documentale, apportando delle modifiche in alcuni punti, nella sua opera del 1951, Der heilige Krieg im alten Israel, trattando dell’istituto della “guerra santa” come di una finzione letteraria oltre che di un concetto ideologico tardivo. Secondo questo autore, a partire dalla lettura delle guerre israelitiche riportate nei libri di Giosuè, Giudici e Primo Libro di Samuele, si può configurare una struttura rituale stereotipata nella modalità in cui veniva condotta una guerra del Signore: l’esercito del Signore è convocato al suono dello shofar, corno di ariete o montone, il quale si sottopone alle regole di ascesi e purità; i soldati devono praticare l’astinenza sessuale, l’accampamento deve essere ritualmente puro e le armi consacrate. L’esercito e i suoi capi pronunciano i voti e offrono sacrifici, prima di consultare l’oracolo divino. Quest’ultimo comunica al capo dell’esercito o al profeta che il nemico sarà consegnato nelle mani del popolo israelita. Nella marcia Dio è davanti a lui o con lui. L’inizio della battaglia è annunciato dal grido di guerra o teruah. Dopo la vittoria il bottino e i prigionieri sono consacrati al Signore: l’herem o cherem, il voto di sterminio in cui uomini e animali sono messi a morte, mentre gli oggetti di metallo prezioso è immesso nel tesoro del Signore. Infine segue il congedo dell’esercito.

Il libro dei Numeri, al capitolo I, fa un chiaro riferimento alla guerra a proposito del censimento ordinato dal Signore a Mosè ed Aronne:

«Fate il novero di tutti quanti i maschi di tutta la moltitudine de’ figliuoli d’Israele secondo le stirpi, e le case, e i nomi di ciascheduno. Tu e Aronne farete la rassegna di tutti gli uomini forti d’Israele da’ venti anni in su, divisi nelle loro schiere. E saranno con voi i principi delle tribù, e delle famiglie secondo la loro agnazione» (Nm I,2-4).

Un censimento rivolto solo ai maschi dai vent’anni in sù, quindi abili e idonei all’azione bellica. Nella nota della versione di Martini, si spiega la duplice ragione di tale comando:

«Questo fu il secondo censo del popolo fatto pochi mesi dopo il primo che è notato, Es XXXVIII. Il fine per cui fu fatto un nuovo censo, si fu per dare un miglior ordine agli alloggiamenti, dovendo gli Ebrei partir ben presto dal Sinai, e per avere uno stato esatto della gente che era in ciascheduna tribù affin di distribuirle tutte attorno al tabernacolo. La somma di tutto il popolo è qui la stessa che nel primo censo, benchè fossero stati uccisi ventitremila uomini per aver adorato il vitello: perocchè questo numero dovette essere supplito da quegli, i quali nel tempo di mezzo arrivarono a compiere l’anno vigesimo […] In questo novero non entrano nè i proseliti, nè i molti Egiziani che eran cogli Ebrei, nè le donne, nè i ragazzi, ma i soli Israeliti dall’età di vent’anni in poi, esclusi anche quelli che passavano i sessant’anni, per sentimento comune degl’interpreti. Sopra di che Origene hom. I. dice che: “fino a tanto che alcun di noi ha puerili, o lubrici sentimenti, o è dominato da femminile mollezza, o ritiene costumi da Egiziani, o barbari, non merita d’essere registrato dinanzi a Dio nel numero de’ Santi, e a lui consacrati: perocchè innumerabili secondo Salomone son que’ che periscono; ma sono contati tutti quelli che si salvano”» (cit.).

La divisione in schiere dei censiti rivela come il popolo eletto era al tempo stesso un’armata, un esercito del Signore, perché Egli rivelasse la Sua potenza contro i pagani e assumesse così una connotazione militare a scopo difensivo e punitivo, e spirituale per la potenza di Dio operante contro i pagani e le abominazioni commesse da questi ultimi. Ogni tribù poteva essere divisa in corpi da mille, da cento, da cinquanta uomini con i loro capi. Nel capitolo X, il Signore fornisce indicazioni più dettagliate circa i segnali, associati ad una precisa azione, i mezzi necessari per darli, due trombe d’argento, e gli incaricati di suonare, i sacerdoti figli di Aronne (cfr. Nm X,8): il suono che indicava l’inizio della guerra era dato da entrambe le trombe ed era definito di “acclamazione”, ossia più lungo e interrotto, come gli ululati di un animale selvatico interrotti. Tale suono ricorda gli israeliti che il Signore non li dimentica, liberandoli dai suoi nemici. (cfr. Nm X,9) Come in Dt XX, i sacerdoti sono coloro che convocano il popolo per adunarlo, per muovere l’accampamento, per richiamare alla battaglia e dare il suo inizio: tutto è regolato nell’esercito, secondo gli ordini del Signore, trasmessi ed intimati dai sacerdoti, suoi ministri. Ancora una volta si noti la superiorità spirituale sulla temporalità, grazie alla mediazione perpetua e diretta con Dio, dal quale viene ogni perfezione sempiterna: «Questa sarà legge perpetua per tutta la vostra posterità» (Nm X,8).