“Abitiamo un’epoca di cosette facili”, diceva il Tolkien. Orbene, poche cose risultano facili quanto l’erotismo di questi tempi: anzi, probabilmente nessuna. Viviamo in funzione di esso, perché ogni piacere a questo pare debba a forza ad esso collegarsi.

Guardiamo alla pornografia, per esempio. Te la vendono al ribasso, anzi: te la lanciano dietro. Non mi stupirei uno di questi giorni di trovarne un po’ anche al supermercato, tra la farina ed il reparto surgelati. Pornografia all’ingrosso.

Sui portali di interazione virtuale che si usa chiamare “social”, ogni qual volta ci imbattiamo in fotografie di pietanze e preparati gastronomici, vediamo a queste associate il lemma “food porn”: letteralmente “porno del cibo”.
Porno ovunque e comunque.

Vi è qualcuno che ha ancora l’ardire di chiamarlo tabù, come se veramente sopravvivesse una qualche forma di biasimo sociale per la fruizione di questi contenuti. Sarà pur vero che non è ancora comune vedere tavolate al ristorante che ne discorrono rumorosamente. Ma questo negli stessi termini in cui non abbiamo particolare interesse a parlare pubblicamente delle funzioni biologiche.  

In effetti, la fruizione (soprattutto in età giovanile) di pornografia è ritenuta un’intima “normalità”, un elemento della propria esistenza tanto ferino quanto irrinunciabile, tanto che si reclama il diritto a gran voce di non vergognarsene. sopratutto tra le donne. Non a caso, nei circoli pickwick dell’intellettualismo impegnato spopola la cosiddetta pornografia femminista, che si propone lo scopo di abbattere gli stigmi e vincere una fantomatica “eteronormatività”.

In molti nel mondo del porno si professano femministi ed in Svezia la “regista” di pellicole hard Erika Hallqvist, più nota con  lo pseudonimo di Erika Lust, ha persino proposto di utilizzare la pornografia come educazione sessuale nelle scuole.

Dottrine d’Oltralpe, si dirà, se non fosse che accendendo la televisione generalista del Belpaese puntualmente troviamo Rocco Siffredi, trattato dai conduttori alla stregua di un grande artista (o di un attore vero) affermare il medesimo concetto.  

Presto o tardi, risponderemo di questo consapevole sdoganamento della pornografia, un contenuto multimediale che porta con sé dipendenza, depressione, spossamento, continua necessità di stimoli erotici più intensi e “proibiti”. Presto o tardi, ci renderemo conto di star giustificando con il nostro sorriso morbosamente compiaciuto un’industria milionaria che si è più volte servita di prostituzione, droga e persino steroidi per non lasciare insoddisfatto il pubblico.
Un’industria la cui crescita capillare sulla rete ha certamente iniziato migliaia (per non spingerci a superiori e ben più realistici numeri) di pedofili, bramosi di vedere realizzate su uno schermo tutte le loro fantasie.

Ma il problema non si limita solo a chi fruisce del contenuto. Oltre ai continui suicidi di persone coinvolte in questo commercio negli Stati Uniti (sia nel caso dei performanti che dei produttori), emergono sempre più di frequente casi di vero e proprio stupro coperti da cambiali e contratti evasivi.

Chi sa se vedremo finalmente una nuova “Commissione Nixon sull’oscenità”, il provvedimento presidenziale che nei primi anni ‘70 costrinse i cinema tradizionali a non proiettare filmati pornografici, tagliando così la nascente Hollywood del porno dai circuiti filmici tradizionali e rendendone molto più ardua la fruizione.

Certa rimane una cosa soltanto: viviamo in un regime di pornocrazia ed attendiamo un Braghettone che, con controriformistico ardore, ci liberi da questa zozzura una volta per tutte!