“Se sono dispersi i pastori come non potranno esserlo le pecore?”, così dice la piana semplicità di papa San Gregorio Magno.

A un mese circa dalle pubblicazioni dell’arcivescovo ex-nunzio della Santa Sede negli USA a riguardo della vasta rete di altissimi prelati dalle tendenze omoerotiche, e del relativo sistema di coperture e omertà, tutto, o quasi, tace.

Eppure il documento di Viganò resta eccezionale per la sua novità: a fronte di quindici e più anni di scandali, di prosternazioni pubbliche, di richieste di perdono, di appelli alla trasparenza, è il primo documento che metta nero su bianco nomi e cognomi, il primo documento che chiami delle singole persone a farsi carico delle proprie responsabilità.

È una bella nomenclatura quella snocciolata dal nunzio: il cardinale Wuerl, successore all’arcidiocesi di Washington del cardinale McCarrick, sodomita notorio e “predatore sessuale” di seminaristi, beniamino della stampa liberal d’oltreoceano, in ottimi rapporti con l’amministrazione Obama e centro dello scandalo in essere; il cardinale Maradiaga, notoriamente grande elettore latino-americano di Bergoglio; il cardinale Levada, neoprefetto della Congregazione della Dottrina della Fede; tre generazioni di cardinali Segretari di Stato, Sodano, Bertone, Parolin, il prefetto per la Congregazione de Vescovi Ouellet e via discorrendo, fino ad arrivare allo stesso papa Francesco, a cui si rimprovera di aver agito contro McCarrick solo a scandalo ormai deflagrato e dopo anni e anni di inattività.

Inutile dire che la portata enorme delle rivelazioni di Viganò, che toccano quasi in toto l’alto clero progressista e neomodernista della Chiesa cattolica, sia stato accolto dai media con infami dosi di silenzio e di scetticismo.

Non stupisce d’altra parte il modus operandi.

Il New York Times, sempre solertissimo a denunciare come obbrobriose le vicende di letto del presidente Trump, si è scoperto essere in possesso di un reportage redatto da un proprio collaboratore sugli usi sessuali del cardinale McCarrick. Eppure il reportage finì nel cassetto della redazione. La ragione è che non parve buona cosa infangare la reputazione di un cardinale tanto illuminato e progressista e, per di più, alimentando la confusione (ci mancherebbe altro!) circa il legame tra omosessualità e pedofilia.

Il cardinale – si giustificano dalla redazione del giornale faro e modello di tutti i fogli liberal del mondo – organizzava sì orge sodomitiche con i propri seminaristi, magari appena maggiorenni (o chissà, forse anche minorenni), presso residenze di proprietà della diocesi, però, tutto sommato, erano rapporti consenzienti, perciò nulla quaestio e nessun reportage.

Tralasciamo, visto che non è l’oggetto dell’articolo, che secondo tale modus operandi non sarebbe esistito nessun caso Weinstein, nessun caso Me too, nessun caso Trump, nessun caso Berlusconi etc…

Resta che, a fronte di anni in cui si è gettato fango sulla Chiesa e si è portata la Chiesa in toto sul banco degli imputati, una volta che un uomo di Chiesa ha fatto nomi e cognomi dei responsabili, la grande stampa, l’opinione del mondo, si è subito disinteressata della cosa.

Così gli intransigenti censori di ieri sono mutati nei critici avvocati di oggi: “E’ un complotto conservatore”, “Viganò si è voluto vendicare della perdita della sua nunziatura”, “Le rivelazioni non sono comprovate da documentazioni attendibili”, “Si fa un uso strumentale degli scandali per giustificare una lotta di potere”, “È indebito tracciare una correlazione tra omosessualità e pedofilia come fa Viganò” e – incredibile dictu“Viganò si fa portatore di una mentalità clericale che è la stessa che favorisce gli abusi”.

In ultimo, con straordinario ma prevedibilissimo ribaltamento delle parti, è il denunciante a finire sul banco degli imputati.

Lasciamo a ognuno intendere se la stessa stampa avrebbe avuto il coraggio di gridare al complotto progressista se, per ventura, un simile dossier fosse comparso ai tempi del pontificato di Benedetto XVI, facendo i nomi di prelati conservatori (che poi chi siano questi presunti prelati conservatori, a parte qualche singola sparuta personalità, noi l’ignoriamo). 

Si capisce con chiarezza e facilità che perciò il senso profondo di tutte le esternazione d’orrore e di costernazione che si scaricava sulla Chiesa quando lo scandalo era senza volto, senza possibilità di essere identificato con persone in carne e ossa, non era tanto indirizzato verso il male che si compiva, né veniva dalla sacrosanta pietà verso le vittime, né tanto meno dalla santa ira che può essere suscitata dalla giustizia.

Si può indovinare, si può scovare che lo spiritus agitans molem, la ragione profonda del moto del mondo contro la Chiesa, non risieda tanto nella sacrosanta richiesta, cui aderiscono doverosamente i fedeli della Chiesa, di avere dei pastori buoni, santi, virtuosi, saldamente attaccati alla dottrina e alla disciplina di sempre, quanto, all’opposto, si rivela la volontà, il gusto, di voler delegittimare la Chiesa per sé stessa, di intaccarne la stessa struttura, tralasciando, se possibile, le responsabilità degli uomini.

Questa persuasione diviene cocentemente pressante se ci si rivolge all’atteggiamento del Papa in merito all’intera vicenda. La prima risposta di Bergoglio allo scandalo, interrogato al riguardo di ritorno dall’Irlanda, proprio dove chiedeva “penitenza” da parte della Chiesa, è stata uno scarno appellarsi al silenzio e ad un miserevole “giudicate voi”.

La risposta, più astuta di quello che possa sembrare, si indirizzava a un “voi” preciso, determinato, ovvero il compiacente ceto giornalistico, che così ha avuto l’imbeccata migliore e più gradita su come trattare il caso, ovvero di affogarlo, ancor prima e più che nel discredito, nel silenzio e nell’oblio.

Passate così alcune settimane, calmatesi le acque, il Papa è quindi potuto tornare con maggior comodo sulla questione, con il suo solito sotterraneo fare gesuitico, fatto di accuse celate e di messaggi ondivaghi. Commentando il Vangelo del giorno, il papa ha alluso – verrebbe da dire secondo gli stilemi tipici della Chiesa “della misericordia”, “del dialogo”, “che non tira pietre”, “che non ha il cuore duro” – a Viganò e a chi chiedeva chiarimenti sulle dichiarazioni del nunzio come “ad una muta di cani selvaggi” che agisce perché “il diavolo aveva seminato la menzogna nel cuore”…

Tuttavia, ad essere ancora più significativa è la risposta diffusa dall’autorevole rivista Civiltà Cattolica il 13 settembre, che ha reso pubblica la trascrizione dell’incontro avuto dal Papa il 25 agosto con la comunità dei gesuiti irlandesi.

Leggendo il testo si trova, come passaggio principe, il seguente verbo papale: “Io ho capito una cosa con grande chiarezza: questo dramma degli abusi, specialmente quando è di proporzioni ampie e dà grande scandalo – pensiamo al caso del Cile e qui in Irlanda o negli Stati Uniti –, ha alle spalle situazioni di Chiesa segnate da elitismo e clericalismo, una incapacità di vicinanza al popolo di Dio. L’elitismo, il clericalismo favoriscono ogni forma di abuso. E l’abuso sessuale non è il primo. Il primo è l’abuso di potere e di coscienza”

Le cléricalisme, voilà l’ennemi !

Più che un papa sembra di risentire le celeberrime e infauste parole del deputato Léon Gambetta, notorio massone, scagliate contro la Chiesa dai banchi dell’Assemblea Nazionale.

Il papa stesso che piccona il clericalismo, espressione dietro la quale, tuttavia, non c’è null’altro che lo stato clericale, ovvero il sacerdozio cattolico, l’essenza propria della Chiesa.

La colpa degli scandali non è il peccato, il quale, secondo il cristallino monito di Pio XII “è l’unico vero male al mondo, non è nel danno morale arrecato dai responsabili degli abusi, non è nella perdita della fede nella Chiesa, nella perdita di fede nell’efficacia della grazia del sacramento dell’ordine sacro, nella perdita di fede nell’obbligatorietà (e quindi, va da sé, nella possibilità di adempiere al comando) del precetto divino della castità, nella perdita di fede in tutto quel sistema cattolico che, prendendo tutta la legge naturale come opera di Dio e “quasi seconda rivelazione”, ha sempre condannato la sodomia e ogni annesso e connesso. No, la colpa secondo il papa, è della Chiesa: “dell’elitismo e del clericalismo”.

La risposta del papa è sconvolgentemente annodata a quanto è nelle aspettative mondane, che, poco inclini a vedere allontanati veramente i pastori indegni, brama non la santità della Chiesa e quella dei suoi membri quanto, sic et simpliciter, la sua scomparsa.

Le parole proferite da Bergoglio sono d’altra parte enormi. Che vorrebbe dire “E l’abuso sessuale non è il primo. Il primo è l’abuso di potere e di coscienza”?

“L’abuso di coscienza”?!?

Per secoli i papi hanno condannato la libertà di coscienza, intesa come erronea pretesa della coscienza umana di poter essere legge a sé stessa, a prescindere dal precetto divino contenuto nel depositum fidei e consegnato da Cristo alla Chiesa stessa, e a lei soltanto, per poterlo tramandare di generazione in generazione.

Sta forse dicendo il papa che i suoi predecessori hanno fatto male?

Sta forse dicendo, con singolare mancanza oltre che di fede, di mera e umana forza logica, che i papi e la Chiesa, predicando la castità come virtù necessaria alla salvezza e proscrivendo la sodomia, hanno favorito gli abusi?

“L’elitisimo e il clericalismo”?

Sta forse insinuato il papa che ad essere responsabili degli abusi non siano dei singoli sacerdoti cattolici ma il sacerdozio cattolico?

Eppure i sacerdoti sono e devono essere, per quanto il termine resti certamente inappropriato, “élite” rispetto ai fedeli laici, tanto da restare tali anche qualora non lo volessero o non ne fossero neanche personalmente e moralmente degni.

Il sacerdozio cattolico è funzionale a ripetere il sacerdozio di Cristo, il sacerdozio cattolico vive per essere strumento dell’Eucarestia, del sacrificio di Cristo che si ripete nella Santa Messa. Il sacerdozio è istituito da Cristo stesso e come tale sussiste nel sacerdote quale che possa essere la sua debolezza o il suo stato di mancanza.

Questo è il punto dolens, questa sembra essere la singolare convergenza tra lo spirito del mondo e lo spirito delle parole del papa. Il voler assolvere i singoli uomini di Chiesa, o comunque voler traslare da essi le loro colpe specifiche, per rendere colpevole la Chiesa stessa. Così il papa sembra accordarsi con il parere del mondo, per il quale si mette sotto processo la “struttura” stessa della Chiesa, quasi che sia la sua stessa essenza a implicare l’esistenza di tali misfatti.

Si pretende, come certuni fanno intendere, che la risposta agli abusi e alla corruzione non possa essere nel pretendere una riforma morale dei costumi (giudicata, va da sé, impossibile) e un ritorno all’antica dottrina e all’antica disciplina, quanto nell’operare riforme di “ingegneria ecclesiale”.

Quali riforme è presto detto.

Concedere il sacerdozio uxorato, tralasciando che quasi tutti i casi di abusi sono di tipo omosessuale e che quindi concedere “uno sfogo” – soluzione animalesca e irreligiosa – non sarebbe comunque una soluzione valida. Riformare, in senso contrario al magistero di sempre, il giudizio della Chiesa sulla sodomia, magistero che sarebbe foriero di “sentimenti repressivi e quindi distorsivi della sessualità”.

Introdurre sistemi di controllo “democratici” sulle funzioni degli uomini di Chiesa, quali l’elezione dei parroci e dei vescovi, che farebbero così cadere “l’elitismo e il clericalismo”.

Il fine, espresso solo di traverso dalle parole del Papa, è di voler ritenere che la Chiesa sia in sé mal costituita? Che abbia forse bisogno di una riforma simile a quella operata nel 1791 in Francia tramite la Costituzione Civile del Clero, che appunto imponeva l’elezione dei parroci, la nomina dei vescovi da parte dell’Assemblea espressione della volontà popolare, la cancellazione degli ordini religiosi (ordini, va da sé, elitari per costituzione)?  

Inutile dire che la Chiesa in sé stessa è irreformabile, in quanto formata dal comando divino. È sì sfigurabile, dal peccato individuale o da un’azione dottrinale o pastorale tanto devastante quanto quella che osserviamo in questi tempi, ma non radicalmente mutabile.

Come osserva in Iota Unum Romano Amerio, circa il tentativo di introdurre la democrazia nella Chiesa: “V’è differenza, anzi contrarietà tra la Chiesa di Cristo e le comunità civili: queste prime hanno l’essere e poi si formano il proprio governo […] La Chiesa al contrario non si formò da sé stessa né formo il suo governo ma fu fatta in toto dal Cristo che statuì le leggi prima di chiamare i fedeli e concepì il disegno prima che i fedeli fossero: essi infatti sono propriamente nuova creatura. La Chiesa è dunque una società senza eguale in cui il capo è anteriore alle membra e l’autorità vien prima della comunità. Una dottrina che metta la base nel popolo di Dio democraticamente concepito, e nel sentimento e nell’opinione del popolo di Dio, è antitetica a quella della Chiesa dove l’autorità non è chiamata ma chiama, e dove tutti i membri sono servi del Cristo, obbligati al precetto divino. Ove invece il popolo dei fedeli è sovrano e gli si attribuisce una partecipazione, lì la struttura essenziale della Chiesa è invertita.”

In quest’opera d’inversione sembra doversi scorgere il senso delle gravi parole del cardinal Eijk, arcivescovo di Utrecht, secondo il quale guardando alla crisi della Chiesa sotto il pontificato di Francesco si arriva a pensare alla “prova finale che dovrà attraversare la Chiesa – prima della venuta di Cristo –  e che scuoterà la fede di molti credenti. La persecuzione che accompagna il pellegrinaggio della Chiesa sulla terra svelerà il ‘mistero di iniquità’.”

Ecco quindi che dietro allo scandalo degli abusi si intravede una realtà più grande, che non è solo quella della grande rete ai vertici della Chiesa di depravati e amici di depravati denunciata da Viganò, quanto quel “fumo di Satana nel tempio di Dio” denunciato da Paolo VI che, fin dai tempi di Adamo ed Eva, suggerisce, tanto al genere umano quanto al singolo uomo, la possibilità di farsi Dio per sé stesso e quindi di rigettare la Chiesa, dal di fuori di essa o anche, come oggi vediamo, dal di dentro di essa, tutto purché si rigetti la sua invincibile alterità e superiorità rispetto a qualunque cosa meramente mondana.

Sempre in Iota Unum Romano Amerio osserva acutamente il grande tentativo messo in atto in questo senso da Lutero: “Da Lutero infatti non vien rifiutato questo o quell’articolo dell’organismo del cattolicismo (sebbene egli faccia naturalmente anche questo), ma appunto il principio di tutti gli articoli, che è l’autorità divina della Chiesa. […] Lutero invece pone la Bibbia e il senso della Bibbia nelle mani dell’individuo credente, ricusa la mediazione della Chiesa e affida tutto al lume privato, soppiantando all’autorità dell’istituzione l’immediatezza del sentimento a tutto prevalente. La coscienza si sottrae al magistero della Chiesa e l’apprensione individuale, massime se viva e irresistibile, fonda il diritto alla persuasione e il diritto alla manifestazione di quel che si pensa, soprastando a ogni regola. […] La Chiesa, che è l’individuo storico e morale del Cristo uomo-Dio, viene spropriata della sua essenza autoritativa, mentre quella vivezza dell’apprensione soggettiva viene chiamata ‘fede’ e fatta dono immediato della grazia. La supremazia della coscienza leva la base a tutti gli articoli della fede poiché essi stanno o cadono secondo che vi dissenta l’individuale coscienza”.

È il condannare tutto questo ciò che Bergoglio chiama “abuso di coscienza”?