L’uomo dei deserti non ha mai inventato nulla, ma ha prodotto l’Islam e l’Islam è il padre della disumanità.

La repressione o la negazione di ciò che è umano, carne, sangue e sentimenti, crea disastri ed è inutile. L’esaltazione cieca di ciò che è umano è ugualmente deleteria.

Si è disumani quando si vuol essere troppo umani o quando lo si vuol essere troppo poco.

Noi occidentali, nel nostro morente Cristianesimo, ci stiamo estinguendo per un eccesso di “umanità”.

Stiamo languendo lentamente tra le braccia, divenute spire, di una religiosità imbonita e imbambolata che partorisce solo “diritti umani”.

L’aggressività, oggi additata come il maggior peccato, è la forza prorompente che ci tiene in vita: un corpo che non risponde continuamente alle minacce che si insinuano nel suo sangue, è un corpo destinato alla malattia e alla morte. È così anche per i popoli: i popoli remissivi sono destinati alla fine. 

La vita è aggressiva

Il nascituro passivo nel corpo della madre, non supera il canale del parto; il sistema immunitario che non sa aggredire, è inutile. I popoli che non crescono muoiono perché, esattamente come la natura umana, i popoli esigono spazio.

Noi stiamo rinunciando al nostro, altri lo prenderanno.

La natura umana è aggressiva

In tempo di pace non finisce la guerra: ci si ammazza negli stadi o sulle strade o si annichilisce se stessi. 

L’Islam esalta l’aggressività fino al più disumano parossismo e teme la sessualità: annichilisce quella femminile e storpia e degrada quella maschile (infibulazione, pedofilia, matrimoni pedofili, poligamia, incesti, omosessualità).

Quando la sessualità viene negata o repressa, fiorisce l’ipocrisia, ma rimangono i bordelli.

Quando la sessualità è degradata a bene di consumo, cresce la devianza, occultata dal vestito buono della normalizzazione, e il sesso diventa animalesco, povero, insignificante, quindi ossessivo perché per nulla appagante.

La sessualità soffre quando le è imposta l’anoressia, ma muore per bulimia.

La natura umana è infatti una natura ribelle che si lascia educare, ma non annientare.

Quando le si impone una gabbia troppo stretta, lei risponde come un ragazzo scapestrato e si dà all’eccesso, all’anormalità.

La paura del corpo, tutta islamica, approda molto tardi nel nostro mondo.

La solare nudità degli atleti greci non è toccata da alcuna malizia e, come scrive Le Goff, “Bisognerà arrivare al Rinascimento perché le donne e gli uomini d’Europa condannino la nudità”. 

Noi siamo esseri sessuati… ma che la sessualità sia correttamente indirizzata!

Noi, a meno di una vocazione speciale, amiamo il benessere… ma che questo sia condiviso! Noi nasciamo guerrieri… ma che la guerra sia giusta!

Così come la castità, nemmeno la povertà è una vocazione universale.

Noi non siamo chiamati ad esser tutti san Francesco… lasciate perdere le lagne pauperiste della Chiesa di oggi: in un mondo di poveri, chi potrebbe far la carità? Una chiesa povera come avrebbe potuto organizzare migliaia di missioni tra i poveri del mondo? Non siamo forse chiamati ad usare i nostri talenti? 

L’islam, che non conosce la virtù della moderazione, la tranquillità dell’equilibrio, enfatizza o reprime. Teme il corpo, la bellezza e la vita; vieta la musica, imbavaglia la fantasia, distrugge i genitali femminili, ha paura degli sguardi, degli aquiloni, della poesia, della canzone  e della voce delle donne.

In breve, l’Islam ha paura dell’umanità. È per questo che, ci vorranno cento o mille anni, ha già perso la sua battaglia.