Le indagini svolte dalla polizia marocchina sull’uccisione delle due escursioniste scandinave nella regione dell’Atlante marocchino stanno sancendo che l’efferato duplice delitto sarebbe attribuibile alle fregole jihadiste di tre o quattro cittadini del posto, convintamente salafiti (che le avrebbero sacrificate ad Allah), assecondati da altri balordi dediti allo spaccio e al consumo di stupefacenti, che sono stati tutti immancabilmente intercettati ed arrestati dalle Forze dell’Ordine.

Più recentemente, la polizia marocchina ha anche arrestato un cittadino elvetico-spagnolo, già convertitosi all’Islam in Europa e installatosi a Marrakech,  il quale avrebbe aiutato quel gruppetto di aspiranti jihadisti a realizzare un filmato da immettere sul web.

Quel gruppetto eterogeneo di balordi salafiti e balordi tout-court, tutti dediti allo sniffo e manipolati da quel mentore ispano-elvetico (le indagini starebbero dimostrando la sua contiguità con l’internazionale jihadista), nel loro delirio speravano di «qualificarsi» come jihadisti degni dell’interesse di qualche elemento contiguo all’ISIS eventualmente incistato in Marocco (ove sicuramente qualcuno in stato di «dormienza» c’è) che li avrebbe messi in contatto con i gruppi jihadisti AQMI, ISIS, GSPC che circolano tra il nord del Mali e il sud dell’Algeria. Questione di fare un salto di qualità e da criminali diventare jihadisti (sempre criminali della peggiore specie).

Un’idea strampalata, perché il Servizio marocchino ha contezza della pericolosità del fenomeno, sa che il Paese è considerato «apostata» dagli «allegri sgozzatori di Allah» e costituisce l’obiettivo del jihad, per cui tiene gli occhi ben aperti e ha orecchie dappertutto e solo un’azione criminale improvvisata di bassa macelleria poteva sfuggirgli.

Il Ministro dell’Interno marocchino ha qualificato l’episodio come frutto di un  «terrorismo di bassa lega, nato da un pensiero radicale incistato in individui isolati e vulnerabili». Di primo acchito potrebbe sembrare una frase di carattere diplomatico, per dire tutto e il contrario di tutto, in realtà descrive una situazione di pericolo generalizzato ascrivibile a uno degli effetti generati dalla militanza islamista, la quale, attraverso la «da’wa» (appello/propaganda), oltre a coacervare i musulmani che interpretano integralmente il messaggio dell’Islam, induce i giovani più predisposti a farsi jihadisti.

Non ci sono dubbi, scampato all’ondata delle primavere arabe, con le quali il più ipocrita e camuffato islamismo militante, quello della Fratellanza Musulmana, ha avuto accesso al potere in Egitto, Tunisia e Libia (e quasi riuscendovi in Siria), il Marocco, come gli Stati europei, vive ora in una situazione di pericolo generalizzato ascrivibile agli effetti generati dalla militanza islamista che, attraverso la «da’wa» (appello/propaganda), spinge i giovani musulmani a darsi al jihad.

La sera/notte del 16 dicembre scorso, gli effetti di questo processo degenerativo della religione islamica hanno colpito due escursioniste scandinave in quel di Imlil, in Marocco, ma non dimentichiamo che hanno già colpito in maniera molto più frequente ed efficace in quei paesi (Francia, Belgio, Germania) dove le comunità islamiche sono numerose e la guardia è mantenuta bassa perché si sottovaluta la pericolosità del fenomeno, dando per scontato che la permanenza in mezzo a una società laica di quelle famiglie musulmane, spesso allargate, le indurrà ad abdicare alle loro tradizioni e alla loro spiritualità. Niente di più sbagliato: un musulmano non si integrerà mai completamente in una situazione non musulmana. Egli, con gradazioni più o meno marcate, manterrà sempre la cifra della “musulmanità”, consistente nella certezza di essere moralmente superiore, di veicolare un credo destinato alla salvezza del mondo e di essere da sempre stato trattato ingiustamente.

Certo, non tutti i musulmani in Europa seguono questa genesi che deteriora l’Islam in islamismo militante e poi in jihadismo, la maggior parte di essi ne è esente, però si può dare per certo che il musulmano, essendo più musulmano di quanto un cristiano europeo sia cristiano, mai rinuncerà alla sua musulmanità, quindi mai sarà integrato completamente. E le probabilità che da quelle famiglie, magari più di altre caratterizzate da un approccio granitico alla propria religione (che, ricordiamolo, investe non solo la spiritualità, ma anche l’etica e la politica) esca un figlio jihadista sono elevate.

In un’intervista dei primi anni ’90, Hassan II, allora Re del Marocco, in un colloquio con un giornalista francese che gli chiedeva un parere sulla comunità marocchina in Francia, con la sua solita sincerità dettata da una visione pragmatica della vita, disse che (non sono in grado di riportare mnemonicamente le parole esatte, ma la risposta del Re fu inequivocabile) l’immigrato marocchino in Francia non sarà mai un buon cittadino francese perché non rinuncerà mai alla sua marocchinità. Profetico!

Ebbene, sul piano della spiritualità (una spiritualità sentita visceralmente, com’è sentito l’Islam dai musulmani) avviene lo stesso processo: così come il marocchino in Francia non mancherà di manifestare con orgoglio la propria marocchinità ma senza scadere nella tracotanza (1), il maghrebino infarcito di integralismo islamico e revanscismo sarà invece una minaccia, perché non si limiterà ad essere fiero delle proprie origini e tradizioni, ma cercherà di farle prevalere anche con la violenza.

Infatti, la mancata integrazione dei giovani arabo-islamici non passa dal disagio sociale, ma principalmente dall’assenza di volontà.

Viene evidenziato che i giovani jihadisti che hanno perpetrato diversi attentati in Francia, Belgio e Germania erano giovani dediti alla musica rap, all’alcool, allo sniffo, con in testa il cappellino con la visiera dietro. Questo non è indice di una integrazione inficiata da una pessima situazione sociale, ma più semplicemente è la «takiya», la dissimulazione, quella che permette alle famiglie islamiste di vivere in Europa sfruttando i benefit dello stato laico e democratico, mantenendo inalterata la propria cifra fondamentalista in seno alla loro famiglia, a sua volta integrata in seno ad una più ampia comunità islamista, ove vengono perpetuate consuetudini in netta antitesi con la legge in vigore: macellazione halal entro le mura domestiche, poligamia, omertà a favore di reati perpetrati da qualsiasi musulmano, predicazione della violenza contro apostati e infedeli, financo alla creazione di aree urbane islamizzate ove viene applicata, in termini consuetudinari, la Shari’a.

Non dimentichiamo che la consuetudine è fonte di diritto e che quelle comunità islamiste incistate in Europa, tutte contigue alla Fratellanza Musulmana, puntano proprio sulla trasformazione delle loro consuetudini in diritto. Questione di una generazione, non di più, e avranno anche il loro posto in parlamento. Una contraddizione in termini appena camuffata dalla «takiya», perché la Shari’a interpretata dagli islamisti non riconosce le stesse nostre categorie di diritti e non ammette adattamenti, con buona pace del dibattito parlamentare. 

Nel frattempo,  mentre le comunità islamiche si trasformano in comunità islamiste, ove viene applicata la Shari’a, i giovani di quelle comunità diventano jihadisti, realizzando così la strategia dei Fratelli Musulmani, che prevede il connubio tra la «da’wa» e il «jihad», strumentale a creare la confusione che vige oggi in Europa, ove a fronte di comunità islamiche apparentemente integrate avvengono attentati di matrice jihadista, dai quali quelle comunità prendono le distanze solo a parole e con molti distinguo e nella maggior parte dei casi, nell’intimità delle moschee e protetti da una lingua, l’arabo, poco conosciuta, tali azioni vengono ampiamente giustificate.

Note

[Va specifcato che l’Islam marocchino essendo di scuola giuridica Malakita e spiritualità sufi esprime ampia tolleranza verso le altre religioni

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