Tra i modelli della tradizione cattolica europea e mediterranea che meglio rappresentano il tipo umano superiore dell’uomo tradizionale emerge la forma ideale del cavaliere cristiano, il cui stile manifesta le proprie prerogative  grazie al carattere specifico di quella luminosa Hispanidad che i santi, gli eroi, i grandi letterati e artisti spagnoli – molti tra loro i poeti soldati e i chierici che furono guerrieri – diffusero quasi in ogni continente, specie nel periodo luminoso per la civiltà europea che prende il nome di Siglo de Oro.

È uno stile che riguarda certamente anche molti “Spagnoli”, che non vissero all’interno del territorio della sola penisola iberica ed in particolare molti italiani del nord e del sud, dal Ducato di Milano alla Sicilia, senza dimenticare il Regno di Napoli o la Sardegna.

E così questo stile, seppur storicamente determinatosi nel corso di alcuni secoli, possiede ancora un valore archetipico e formativo importante, oltre che per gli “Spagnoli” di ogni latitudine, anche per alcuni italiani di oggi, fra quei pochi, almeno, che vivono come un peso la condizione anomala dell’uomo contemporaneo.

In quest’ultimo senso, quindi, la grande civiltà ispanica – vittima di leggende nere e demonizzazioni più o meno colte – assume certamente una portata universale, non meramente storico-culturale né, tanto meno, legata ad elementi naturali quali sangue, razza, lingua o un particolare territorio. La stessa tanto vituperata limpieza de sangre, d’altra parte, non aveva nessuna connotazione razzistica ma, al contrario, rispondeva alla necessità di individuare la sincerità della conversione.

Il grande, e semisconosciuto, convertito spagnolo, Manuel García Morente ha illustrato molto efficacemente i tratti ideali del cavaliere cristiano e le pagine appassionate del suo “Idea de la Hispanidad” (1938) sono state di recente tradotte nella nostra lingua da Gianandrea de Antonellis per i tipi dell’editore Solfanelli di Chieti.

García Morente fu un filosofo e cattedratico di formazione liberale, un traduttore molto stimato – prima della sua conversione religiosa, dopo la quale venne invece ignorato dalle agenzie culturali del pensiero unico dominante – che visse negli anni terribili della guerra civile e della barbarie del Fronte Popolare, anni in cui anch’egli subì persecuzione ed esilio, e che morì, divenuto infine sacerdote, nei primi anni dell’ultimo conflitto mondiale. Un grande esponente del tradizionalismo cattolico che, proprio grazie alla sua fulminante conversione, attraverso la sua stessa vita traccia molto bene quella linea di confine logicamente invalicabile – anche se in maniera acrobatica violata abbondantemente dai teologi e dai pontefici modernisti – che separa la visione cattolica della vita e della morte da quella antropocentrica liberale momentaneamente vincente.

El caballero cristiano
“Cosa prova, cosa pensa, cosa vuole il cavaliere cristiano? Come concepisce la vita e la morte? Come crede in Dio e nell’immortalità? Qual è la base della sua religiosità? Qual è, insomma, il suo sistema di preferenze?” (1): con la preziosa guida di García Morente, cercheremo di rispondere a questa e ad altre domande.

Sulla scia dell’excursus proposto dall’autore, è preventivamente necessario un accenno alla storia spagnola e alla sua specificità. L’essenza della Hispanidad, e quindi quella del cavaliere cristiano, si forgia, infatti, nella lotta contro il nemico del proprio universo di valori, che, come è noto, occupa per secoli il territorio della penisola iberica: l’Islam.
Dopo i conflitti senza vinti né vincitori contro i Romani, che portarono in conclusione ad una sintesi utile e feconda per entrambe le culture, la missione della Reconquista costringe ad affrontare l’esperienza unica di avere il nemico islamico in casa propria. È un nemico animato da una metafisica estranea, esotica e impossibile da accettare: “Per otto secoli non c’era differenza tra il non essere arabo e l’essere cristiano: la negazione implicava l’affermazione, l’affermazione portava in sé la negazione” (2).

Visione cattolica e spirito guerriero si costituiscono così come una cosa sola e, completata la faticosa liberazione, permettono all’ idea di Hispanidad di assumere “la direzione del corso della storia”, di dare per secoli “il La all’orchestra della storia universale” (3).

Dal 1492 agli anni di Filippo IV (1621-1665), è la Spagna che “anticipando tutti gli altri popoli, indica il programma che le altre nazioni cercheranno di realizzare dopo di essa e contro di essa”(4). È una missione civilizzatrice universale quella che viene compiuta e, per di più, ad essa seguirà l’onere pesantissimo di dimostrare al mondo, nel sacrificio altissimo degli anni della guerra civile, “che nessuna teoria, per quanto sia fornita di risorse, può distruggere la personalità, base indispensabile di ogni vita collettiva dell’uomo”(5).

È ora più semplice, con García Morente, rispondere alle domande da lui stesso proposte sulla natura del cavaliere cristiano: il Cavaliere è, dunque, avvezzo alla lotta e per questa ragione Paladino, poiché è abituato per il bene a sottomettere se stesso e gli altri nel “disprezzo della realtà intrinseca”(6), che non è solo negativa, ma facile da dominare per chi ha Fede e, in ogni modo, trasformabile per il bene in un’unica, esclusiva direzione: “La materia, il corpo, i corpi devono essere ordinati dallo spirito; se negano di obbedirgli bisogna obbligarli a farlo con la violenza, se necessario, o con la penitenza ed il castigo, su se stessi e sugli altri” (7).

Il cavaliere cristiano è il difensore di una causa inscritta identicamente in Dio e nella propria coscienza, non può che disprezzare con piena ragione una realtà estranea e contraria al proprio ideale e alle uniche leggi a cui risponde: le proprie. Egli agisce, dunque, secondo precise priorità tutte guerriere, ma spiritualmente ispirate e motivate: magnanimità contro meschinità, audacia contro timidezza, fierezza contro servilismo, più palpito che calcolo, personalità. Le analizziamo brevemente una per una nell’ordine dallo scrittore individuato.

Magnanimità contro meschinità (Grandeza contra mezquindad)
È, in definitiva, il campione dell’essere contro l’avere, quel genere di grandeza che si realizza anche attraverso il disprezzo delle proprie stesse cose. Qui l’autore cita il Don Chisciotte (II, 31): “In qualunque posto io mi sieda, quello sarà il capotavola”.

Audacia contro timidezza (Arrojo contra timidez)
Si tratta del medesimo spirito, dello stesso disprezzo della morte che ai livelli più alti contraddistingue i martiri, non è legato a basi naturali, quali sesso, età, salute fisica: è “il coraggio di coloro che vanno a combattere e a morire sostenuti da un ideale […] ben coscienti del loro sacrificio, si sacrificano lo stesso” (8). Né fatalismo né astratti ideali, ma Fede in Dio, che forgia una diversa antropologia; la dottrina appartiene al cavaliere, è sua e sostenuta dalla Provvidenza.
Il lettore perdonerà la citazione un po’ più lunga delle altre, ma ne vale la pena, perché definisce molto bene il valore universale di questo stile preciso e inequivocabile a confronto con la sua moderna, e diffusissima, assenza: “L’uomo moderno va per la vita come un naufrago, cercando appoggio di legno in legno, di teoria in teoria.
Ma poiché non crede veramente in alcuna di queste teorie, è sempre vittima dell’ultima illusione, con la quale tradisce la penultima.
Il cavaliere, invece, crede in ciò che pensa e pensa ciò che crede. La sua vita corre su una rotta fissa, lineare e chiara, sostenuta da una tranquilla certezza e sicurezza, con un animo impavido e sereno che neppure l’evidente ed imminente sconfitta può abbattere”
(9).

Fierezza contro servilismo (Altivez contra servilismo)
Il cavaliere cristiano è intransigente e ostinato perché si sente chiamato a compiere una missione. Pur fondando azione e condotta su un’alta idea di se stesso, riesce con naturalezza a “servire con dignità”, rimanendo al proprio posto senza provare alcuna umiliazione né vergogna e, allo stesso tempo, adempie “con disinvoltura e attenzione i mestieri più umili”. Egli, infatti “di solito non aspira ad essere altro che se stesso” (10).

Più palpito che calcolo. Personalità (Más pálpito que cálculo. Personalidad)
Egli agisce seguendo i dettami palpitanti del proprio cuore, sa solamente imporre alla realtà l’impronta della propria volontà sovrana, altrimenti si astiene. All’azione audace si alterna un’astensione orgogliosa; l’animo ispanico sa, infatti, soffrire e resistere o combattere e dominare. La sconfitta è quindi possibile, forse a lungo prevalente, ma la straordinaria vittoria sarebbe impossibile altrimenti, l’autore fa un opportuno riferimento alle imprese dei Conquistadores: nulla avrebbero potuto basandosi sul calcolo.
Tutto si racchiude nell’idea forte di Personalità che impregna di sé l’animo ispanico. Riguardo alla virtù dell’obbedienza, ad esempio, al cavaliere non basta il legalismo, il formalismo legato ai ruoli, se non accompagnato da meriti reali, oggettivi.
Se non riconosce il valore di chi comanda, il fatto che sia, ad esempio, eletto da una votazione, non ha alcun peso per lui, quindi non si sottomette. Al contrario lo fa volentieri e con entusiasmo di fronte ad un alter ego in cui riconosce le sue stesse priorità, il suo medesimo stile: “La legge dev’essere accompagnata da altre forze reali, affinché il suo dominio sia effettivo: il prestigio personale, la tradizione secolare, la superiorità psicologica, la gerarchia religiosa. Ma la semplice astrazione legale non ha spazio nell’animo degli Ispanici, sempre propensi a confrontare ogni cosa o idea con l’intima realtà della loro personalità individuale”(11).

Naturalmente le virtù del cavaliere cristiano nulla sarebbero se non fossero fondate su una precisa concezione della morte e della vita. La vida es sueño, si potrebbe dire con Calderón: la vera vita comincia dopo la morte, quella che viviamo la stiamo solo sognando (12).

Questa certezza spirituale paradigmatica produce anche quello che gli interessati denigratori della Hispanidad hanno liquidato come vuoto formalismo. Ma è questo un tratto che non appartiene al cavaliere cristiano, così come non gli appartengono lo snobismo, il risentimento e l’invidia, anche se esteriormente tali atteggiamenti dello spirito potrebbero essere confusi con l’alta considerazione di se stesso che gli è connaturata. Perché la norma ispanica è la migliore possibile, l’ideale non è umanamente superabile, quindi è giusto mostrare all’esterno solo la propria personalità esemplare, destinata a vivere in eterno “nascondendo con pudore e con vergogna […] l’individualità reale, macchiata dal peccato, che sarebbe disonorevole mostrare” (13).

Dall’insieme di queste considerazioni deriva la necessità dello scarto tra vita privata e vita pubblica. Altro che vuoto formalismo spagnolo… Le moderne dottrine egualitarie e illuminate, con il tanto celebrato contrattualismo sociale, hanno prodotto quella moderna anomalia che García Morente definisce pubblificazione della vita, operazione che elimina la vita privata di ognuno, quella fondata su reali rapporti e interazioni personali autentiche, per sostituirla con la sola vita pubblica, eminentemente formale e dai tratti, diremmo oggi, pirandelliani.

Gli storici della rivoluzione francese si esaltano a questo proposito parlando di abolizione dei privilegi, ma ciò comportò l’abolizione della legge privata (quest’ultimo è il significato reale della parola Privilegio, dal latino Privilegium, composto da privus ‘che sta da sé, singolo’ e lex-legis ‘legge’) convertendola in legge pubblica: “La competenza, la capacità e il valore personale sono sostituiti da una designazione figlia della corruzione materiale o spirituale, per una nomina che viene affidata – pazzia suprema! – alla massa irresponsabile, capricciosa e irrazionale” (14). Il Feudalesimo medievale e la rete di rapporti personali su cui si fondava la Hispanidad vennero così, prima in Francia e poi in gran parte del mondo, cancellati.

L’isolamento spagnolo dei secoli XVI e XVII si spiega così, come allo stesso modo si spiega il riapparire della Hispanidad eterna nell’ultima Crociata degli anni Trenta del ‘900 e la possibilità storica che, sotto nuove forme, questo predominio della vita privata torni a manifestarsi concretamente.

Del resto, la prima caratteristica del cavaliere consiste nella sua religiosità: essa è ciò che fa dell’uomo l’uomo, si fonda sulla fiducia illimitata in Dio e nella Provvidenza e sul ruolo centrale della Fede. Una Fede che non conosce moderne angosce e tormenti, che non teme la ragione né ne sente il bisogno perché la precede, una Fede “così sicura e intatta da potersi dire […] che l’intero edificio della religiosità ispanica comincia nella Fede e per la Fede, non prima della Fede; e si sviluppa a partire dalla Fede, non come sostegno per assicurare la Fede” (15).

Il nostro autore giunge così a definire il “doppio movimento del misticismo ispanico”, caratterizzato da quella che chiama Impazienza dell’eternità e che compone uno stato dell’anima che non è solo ricompensa eterna da meritare, ma ” ‘stato’ […] al quale fin da subito […] perlomeno aspirare”(16).
Al celebre “muoio perché non muoio” (“Muero porquè no muero”) di Santa Teresa d’Avila, García Morente aggiunge il “non mi spinge Signore ad amarti” (“No me mueve, mi Dios, para quererte/el cielo que me tienes prometido; ni me mueve el infierno tan temido/…”) di un anonimo sonetto spagnolo del secolo XVI/XVII.
E si comprendono meglio l’ispanità degli Esercizi Spirituali del grande Sant’Ignazio e lo spirito di quell’ultimo hidalgo che fu José Antonio Primo De Rivera che tanto li praticava. Si comprende, inoltre, quell’irrompere e poi sparire della Spagna autentica dalla Storia e, forse un poco, anche la migliore origine di quel che ancora oggi unisce – pur nell’imperfezione dovuta a quella dose più o meno grande di inevitabile modernizzazione subita dai caratteri – alcuni palermitani ad alcuni milanesi.

E si comprende, soprattutto, l’eterno valore di un messaggio che è vivo; un messaggio che parla di una moderna, forzata europeizzazione resa possibile solo da una violenta scristianizzazione dell’Europa, un’europeizzazione anti-europea, fondata sull’inganno democratico.
È un messaggio che indica un programma, perché la Storia può essere immaginata “come una spirale, i cui ampi giri passano più volte, benché su piani completamente diversi, per certi assi ideali: le categorie permanenti della vita umana” (17).
Se fedeli a certi assi ideali, anche i moderni cavalieri potranno cavalcare il passaggio di un prossimo, forse non lontano, giro provvidenziale della spirale della Storia.  

Note  

(1) Manuel García Morente: “Idea dell’Ispanità”, Solfanelli, Chieti 2018, p. 53

(2) Ibidem, p. 27

(3) Id.

(4) Op. cit. p. 28

(5) Ibidem, pp. 29-30

(6) Ibidem, p. 54

(7) Id.

(8) Op. cit. p. 57

(9) Ibidem, p. 58

(10) Ibidem, p. 60

(11) Ibidem, p. 64

(12) “Sogna il re d’essere re, e vivendo in  quest’inganno regna, dispone e governa; e quest’applauso, che riceve in prestito, nel vento lo scrive e la morte in cenere lo converte: Immensa sventura! E chi vorrà più regnare sapendo che si dovrà svegliare nel sonno della morte?! Sogna il ricco la sua ricchezza, che più affanni gli procura; sogna il povero di patire la miseria e la povertà; sogna chi comincia a prosperare; sogna chi si affanna e pretende; sogna chi insulta e offende; e nel mondo, in conclusione, tutti sognano quel che sono, ma nessuno lo comprende”.
(Pedro Calderón de la Barca, “La vita è sogno”, secondo monologo del principe Sigismondo)

(13) Manuel García Morente, op. cit. p. 70

(14) Ibidem, p. 74

(15) Ibidem, p. 80

(16) Ibidem, p. 81







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