La guerra in Siria, una delle più grandi tragedie del nostro tempo, dura da ormai otto anni. Per analizzare questa vicenda occorrono competenza e preparazione – doti che non sempre contraddistinguono i media occidentali.

Non servono grandi studiosi, grandi pennivendoli ma persone che vogliono conoscere la verità andando anche sul posto se necessario, persone a cui davvero interessa la situazione siriana. Siamo ormai abituati ad una disinformazione continua. I nostri Tg nazionali, palesemente schierati contro il governo di Assad, mostrano spesso immagini costruite ad arte e passano fake news presentandole come informazioni scontate. I media italiani (e non solo) negano e nascondono ciò che veramente sta accadendo in questo paese. Ci hanno abituati ad immaginare una terra arretrata culturalmente, retta con metodo dittatoriale da un tiranno che non ammette opposizione, che affama e terrorizza la propria gente. Un nemico che va sconfitto a tutti i costi – ci ricordiamo il mantra “Assad must go!”, ripetuto incessantemente da troppi politici internazionali, molti dei quali… se ne sono “andati” mentre Assad è ancora al suo posto – al fine di “liberare” i siriani dall’oppressione portando loro la democrazia. E con questa, magari, una banca centrale legata alla finanza mondialista e un governo sottomesso ai poteri forti internazionali. Ma quanti di noi si sono chiesti com’era realmente la vita in Siria prima della guerra? Quanti di noi si sono posti il dubbio che il conflitto sia scaturito invece per altre ragioni?

Parliamo per esempio di diritti civili e di libertà religiosa. Quanti di noi sanno che in Siria le donne hanno il diritto di voto dal 1948 e che la normativa è tutt’ora vigente?  

Quanti di noi sanno che le donne, in Siria, hanno da sempre ricoperto ruoli di primissimo piano nella vita politica e diplomatica del paese? La Siria ha avuto un Primo ministro donna, un Presidente del parlamento donna, un consigliere e una portavoce del Presidente donne, una ambasciatrice all’Onu donna. E se pensiamo che una buona parte dei finanziamenti e delle pressioni politiche che hanno prima scatenato e poi alimentato questa guerra arrivano da paesi in cui le donne non hanno nemmeno il diritto di guidare un’auto (Arabia Saudita, Qatar) appare più che lecito dubitare della buona fede di chi gestisce e diffonde l’informazione ufficiale in Occidente.

E ancora: quanti di noi sanno che la Siria è l’unico paese mediorientale che non impone la voce “religione” sulla carta d’identità dei propri cittadini? Quanti sanno che i cristiani in Siria sono molto numerosi e godono della più assoluta libertà di culto, arrivando a ricoprire ruoli chiave nella vita civile e politica del paese? Quanti ricordano che i cristiani combattono dall’inizio della guerra dalla parte del governo? Quanti di noi hanno visto Assad, musulmano alawita, festeggiare il Natale con la propria famiglia assieme ai cristiani? A quanti di noi sono state mostrate le immagini dei soldati di Assad che ricostruiscono le statue della Madonna precedentemente distrutte dai ribelli islamisti?

C’era dunque davvero bisogno di una guerra sanguinosissima che ha causato, ad oggi, qualcosa come 500.000 morti, per “liberare” i siriani dal proprio legittimo Presidente che avevano regolarmente eletto? Oppure le ragioni che hanno spinto la Siria nel baratro sono da ricercarsi altrove? Certi fatti ci instillano ancora qualche sano dubbio.

Già nel 2011, dopo la caduta di Gheddafi e la guerra pianificata dai soliti noti in Libia, si cominciava a parlare di Siria. C’era grande fermento in Siria – si diceva – gruppi organizzati di cittadini contrari al governo di Assad cominciavano a muoversi per contrastare con le armi l’ordine costituito. Allora li chiamavano “ribelli”, e non è certo un segreto che questi gruppi abbiano ricevuto finanziamenti ed armamenti da paesi vicini, sunniti e fondamentalisti – Arabia Saudita e Qatar – ma anche da parte dell’Occidente democratico e sionista.

Non è neppure mancato l’appoggio politico da parte della classe dirigente di casa nostra. Basti pensare alla manifestazione organizzata dal PD in piazza del Pantheon a Roma il 27 marzo 2012, con un Bersani che, sorridente, sventolava sul palco la bandiera dei ribelli.

Allora non si parlava ancora di ISIS, ma i “ribelli” non ci misero molto a rivelare la propria vera natura: quella di terroristi internazionali assoldati e finanziati per destabilizzare una regione chiave per gli equilibri geopolitici mondiali. Mentre l’Occidente dormiva, o faceva finta di dormire, per poi fingersi sorpreso dalla nascita da un giorno all’altro e dalla successiva espansione dello “Stato Islamico” terrorista e fondamentalista.

In questa storia, le parole chiave sono davvero libertà e democrazia, o le ragioni del conflitto vanno ricercate piuttosto nel mondo della finanza e della strategia militare?

È solo un caso che la Siria sia un paese che si rifiuta da sempre di darsi una banca centrale infeudata alla finanza mondiale cosmopolita e che la guerra sia stata scatenata dopo che la Siria si era opposta al passaggio sul proprio territorio di un gasdotto qatariota diretto in Europa, preferendo invece il gas russo?

La Siria non ha forse qualche analogia e rapporto geopolitico con la Crimea, unico vero sbocco strategico sul Mar Nero, e quindi sul Mediterraneo, per la Russia? Ed è forse un caso che la Russia mantenga una base strategica nel Mediterraneo, ormai, solo in Siria?

Oggi in Siria, si combatte una guerra per la vera libertà. Da una parte abbiamo un popolo creatore di civiltà, dalla cultura plurimillenaria, che ha la volontà di vivere libero sulla propria terra secondo le proprie tradizioni e le proprie usanze, e di restare fedele al proprio Stato. Dall’altra, ci sono i tentacoli armati di una serie di Potentati economici transnazionali che vorrebbero distruggere tutto questo, a partire dai simboli che lo rappresentano (pensiamo all’aramaica Maaloula o alla più celebre Palmira) e ridurre la Siria a un caos di faide tra clan e fazioni come in Libia. Sta a noi capire, approfondire e soprattutto scegliere da che parte stare: da quella dell’Ordine siriano o del Caos fondamentalista.

Cristina Haddad (Associazione Evita Peron For Syria)

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