In questo inizio di 2019 la tanto agognata manovra finanziaria del “governo del cambiamento”, su cui era stata ingaggiata battaglia per tutto l’autunno del 2018, è stata approvata dalla maggioranza gialloverde.

Si può considerare tale manovra sotto tre aspetti: l’aspetto quantitativo, quello qualitativo e quello relativo al suo collocamento in relazione all’attuale impalcatura istituzionale dell’UE in cui l’Italia è inserita.

Sotto il primo profilo, ovvero l’impatto quantitativo della manovra, non bisogna nasconderselo: il risultato, sortito dallo scontro Roma – Bruxelles, è senza dubbio deludente.

La volontà, più che legittima, di scuotere e rimettere in moto l’economia italiana tramite uno strappo deciso alle politiche di austerità, volontà sbandierata dal balcone di Palazzo Chigi e incarnatasi nella difesa del famoso 2,4% di deficit, parametro più volte definito “irrinunciabile”, semplicemente si è piegata allo schietto “no” del commissario Moscovici e del presidente Juncker.

La riduzione dal pur modesto, se si considera il grande balzo di espansionismo fiscale di cui avrebbe bisogno la stagnante economia italiana, deficit del 2,4% al 2% mette questa legge di bilancio perfettamente in linea con le insufficienti manovre dei precedenti governi.

Alla fine, di diverso c’è stato solo che i roboanti proclami fatti dagli esponenti del governo Conte circa l’indisponibilità a rivedere i propri parametri, anche a costo di disattendere i desiderata della Commissione UE, si sono tradotti in nulla più che in un’asta di titoli di stato andata male, con un paio di mesi di aggravio sui costi di finanziamento del debito.

C’è poi l’aspetto qualitativo, ovvero delle modalità con cui la legge di bilancio indirizza la propria spesa.

Sotto questo aspetto bisogna concedere che il governo Conte abbia cercato di distanziarsi maggiormente dai propri predecessori con le due misure faro del “reddito di cittadinanza” e di “quota 100”.

Da notarsi in primo luogo la scomparsa della promessa “flat tax”, ridottasi ad uno sconto fiscale per le partite IVA al di sotto dei 65mila euro (ossia quasi nulla rispetto alla “rivoluzione fiscale” tante volte promessa da esponenti del centrodestra).

Ora, nel voler giudicare brevemente queste due misure, reddito di cittadinanza (che di cittadinanza non è visto che sarà concesso anche a chi la cittadinanza italiana non ce l’ha) e quota 100, bisogna riconoscere come sia inevitabile che la deteriorata situazione sociale italiana, con circa cinque milioni di poveri e un’asfissia del mercato del lavoro giovanile, si traduca in una richiesta di cambiamento, se non schiettamente di aiuto, rivolta a tutta la classe politica.

Indubbio che le forze politiche “tradizionali”, PD in primis, scontino non tanto degli astrusi complotti contro la democrazia orditi dalle “fake news”, dalla “rete”, da “Putin e gli hacker russi” etc… quanto semplicemente la propria sordità rispetto a questi fattori di crisi sociali.

Tuttavia, resta evidente, almeno per il sottoscritto, che la migliore risoluzione di tali problemi sociali non risieda nella distribuzione di un assistenzialismo statale “a pioggia”, come è implicito in una misura come quella del reddito di cittadinanza, quanto nella creazione di maggiori possibilità di sviluppo e di crescita.

In questo senso la riforma fiscale di Trump, massicciamente espansiva in termini quantitativi e, sotto l’aspetto qualitativo, decisamente pro-investimenti, era l’esempio da seguire.

Gli effetti di questo tipo di politica, d’altra parte, non si sono fatti attendere: disoccupazione USA al 3,7%, debito pubblico in salita, certamente, ma a fronte di una crescita decisa dell’economia reale e di un andamento moderato dell’inflazione; che poi la FED stia aumentando i tassi pur in assenza di una robusta inflazione, spiega e giustifica pienamente l’irritazione di Trump verso i dirigenti di politica monetaria.

L’Italia, insomma, che in questi anni ha accumulato un significativo ritardo in termini di produttività rispetto ai propri concorrenti, avrebbe dovuto tendere a rendere nuovamente conveniente investire, dando respiro in primis a chi crea lavoro e occupazione, cosa che questa manovra non fa visto che le famose “coperture” per reddito di cittadinanza e quota 100 alla fine si sono trovate tagliando investimenti pubblici e sgravi fiscali alle imprese; d’altra parte non si può non ricordare che complessivamente la manovra ha aumentato la pressione fiscale in Italia dal 42% al 42,4%.

Sovvenzionare invece la disoccupazione (non ci illudiamo su quale sarà l’efficacia della riforma dei centri per l’impiego promessa dal MISE di Luigi Di Maio) con assegni pubblici non fa che creare una spesa pubblica ricorsiva e scarsamente produttiva. Anche ammesso che in termini di moltiplicatore keynesiano di spesa il rendimento sia positivo, di sicuro lo sarà decisamente meno di un aumento di spesa per investimenti.

Poco meglio quota 100, perché l’asfissia del mercato del lavoro in Italia non sarà certamente risolta con pensionamenti anticipati a carico della fiscalità generale. Sperare di sostituire i lavoratori anziani con nuovi più giovani di certo non crea comunque nuovo lavoro, né d’altra parte i piani di assunzioni delle imprese (né tanto meno quelli della pubblica amministrazione) prevedono un tasso di sostituzione uno ad uno per i lavoratori in prepensionamento.

In ultimo, dicevamo, potremmo valutare questa manovra nel contesto di relazioni europee in cui è avviluppata l’Italia.

Sotto questo aspetto bisogna riconoscere che, data la gabbia dell’euro e dato il macigno di una valuta sopravvalutata, nessuna manovra finanziaria, anche al netto delle critiche di cui sopra, potrebbe realmente risollevare l’economia italiana.

Nessun aggiustamento, nessun risollevamento è possibile per l’Italia fintanto che porteremo sulle nostre spalle una zavorra non dovuta. Se poi alla questione monetaria si aggiungono le ulteriori malevole prese di posizione delle autorità europee (vedi le assurde richieste BCE alle banche italiane in tema di svalutazione totale dei crediti deteriorati, oppure la questione Fincantieri e STX), è chiaro allora che un vero e proprio cambiamento possa derivare solo da una rottura dell’attuale sistema.

Una rottura o un compimento dello stesso: lo squilibrio macroscopico dell’area euro, dato dalla condivisione di una politica monetaria comune e dall’assenza di una politica fiscale comune, si potrà risolvere solamente facendo venire meno tale asimmetria ovvero restituendo alle singole nazioni anche la propria sovranità monetaria, oppure, specularmente, sottraendole anche e definitivamente la propria sovranità fiscale.

Sotto questo punto di vista allora è chiaro il disegno dell’europeista Macron che si lega a doppio filo alla Germania per tentare di vincerne le resistenze in tema di creazione di un bilancio unico europeo, con capacità di operare investimenti nei paesi periferici dell’UE in modo da sanarne gli squilibri.

Gli incontri avvenuti prima della fine dell’anno tra i ministri delle finanze Le Maire e Scholtz ormai hanno portato le trattative in tal senso ad uno stato avanzato e se allo sbocco del bilancio unico macronista non si è ancora arrivati è solo per le resistenze e gli egoismi tedeschi volti a non voler ridistribuire parte dei propri giganteschi surplus ai paesi periferici dell’UE.

Se è però allora chiaro qual è la prospettiva e la direzione che stanno prendendo gli esponenti “globalisti” (anche le lacrime di coccodrillo di Juncker in tema di austerità sembrano preambolari alla proposta di un progetto di spesa comune), non lo è affatto quale sia la proposta da parte sovranista.

La speranza fumosa prospettata da Salvini di “cambiare la UE dall’interno”, fatta propria anche da Marine Le Pen che ha esplicitamente espunto l’uscita dall’euro dal programma del Rassemblement National, anche se sicuramente farà presa su certo elettorato, altrettanto sicuramente non ha speranze concrete di potersi tradurre in alcunché.

Promettere, per incassare voti alle europee di questa primavera, che “vinte le elezioni”, costruendo una grande “internazionale sovranista”, si potranno sanare le storture di questa UE senza uscirne e senza tanto meno uscire dall’euro non è, né più né meno, che una contraddizione in termini.

Il problema non è del sistema, il sistema è il problema. Solo quando avremo personalità capaci non solo di dirlo apertamente, ma anche di agire coerentemente, avremo una vera speranza di risollevare questa nazione.