Abbassiamo le aspettative e cerchiamo di non dare un’eccessiva importanza all’incontro del Papa con le autorità religiose e politiche del mondo arabo-islamico, riunitesi ad Abu Dhabi il 4 febbraio scorso.

E si sappia che nulla potrà essere stato concordato in tale incontro, perché nessuno dei 7 emiri che stanno a capo della federazione degli EAU detiene una benché minima legittimità religiosa. Il Dott. El Tayeb, Rettore dell’Università Moschea El Azhar de Il Cairo in fondo è un ‘Ulema (dotto nella religione islamica) e Imam (colui che guida la preghiera) solo più importante ed ascoltato degli altri ‘Ulema e Imam del mondo arabo-islamico sunnita.

Il Papa, invece, è il vicario di Cristo su questa terra ed è a capo del Cattolicesimo; pertanto, non ha sostanzialmente incontrato nessuno del pari suo, non ha incontrato nessuno in grado di parlare univocamente per il mondo arabo-islamico sunnita, perché nessuno dei presenti ne era titolato in quanto privo della necessaria legittimità religiosa.

A mia conoscenza (e ritengo di conoscerlo bene l’Islam, avendolo bazzicato -da cattolico sempre più convinto – dal lontano 1965) l’unica figura che detiene la legittimità religiosa equivalente a quella del Papa è il Sovrano marocchino, che vanta una discendenza diretta  da Maometto ed è riconosciuto come «Amir al Mouminine», ossia «Principe dei Fedeli», il quale, in Marocco è garante anche per la libertà religiosa della nutrita comunità ebraica e di quella, meno numerosa, cristiana.

Pertanto, ritengo che ben più importante e proficua di quella avvenuta negli EAU, sarà la visita che il Santo Padre effettuerà in Marocco verso la fine di marzo, ove incontrerà un suo pari (mi si passi il termine) e dove potrà realmente parlare non di sincretismo religioso, ma di analogie suscettibili di favorire il dialogo e spegnere la spinta espansiva che puzza di Lebensraum religioso dell’Islam wahhabita.

Le dichiarazioni d’intenti espresse ad Abou Dhabi e che costituiscono il fulcro dell’incontro sono quasi scontate:

  • «Siamo fratelli pur essendo differenti».
  • Il comune punto di partenza è il «riconoscere che Dio è all’origine dell’unica famiglia umana» ;
  • Il giusto atteggiamento «non è né l’uniformità forzata, né il sincretismo conciliante» ;
  • ma la via da percorrere, è quella della «composizione dei contrasti e della fraternità nella diversità»

E il discorso dell’Imam El Tayeb è stato, come si usa dire ai nostri tempi, decisamente «inclusivo», ha espresso la miglior tolleranza della religione islamica (quella tolleranza spesso tradita non solo dall’islamismo militante, ma anche da importanti paesi del mondo arabo islamico… Arabia Saudita in testa), ha sollecitato le comunità non musulmane a sentirsi pienamente integrate, ma si è ben guardato dal definire jihadisti (ossia combattenti per l’Islam) i terroristi che hanno colpito in Europa e ha ribaltato il discorso sostenendo che si sono usati attentati compiuti da terroristi per buttare discredito sull’Islam… e questo evidenzia una volontà dissimulatoria che, nella logica dell’Islam, trova la sua collocazione in una menzognera logica analoga ma contraria per cui il terrorismo, da qualsiasi parte venga, anche quando è rosso, è solo fascista.

Riprendo a memoria un articolo scritto qualche tempo fa da un giornalista marocchino (e che ho archiviato nella mia libreria, ma che in mezzo a libri, riviste, giornali riguardanti l’Islam non riesco più a trovare) che diceva più o meno: fino a che l’Islam non avrà il coraggio di ammettere che i terroristi che urlano Allahu-Akbar sono musulmani che sbagliano, tuttavia sono musulmani, mai riuscirà a risolvere il problema del jihadismo…

Una simile considerazione, realistica e coraggiosa, non poteva che essere espressa da un pensatore marocchino che professa l’Islam vero, quello di tradizione giuridica malakita e spiritualità sufi, avversato da wahhabiti, salafiti e jihadisti, né più e né meno come sono avversati  gli «N’srani», i cristiani, noi.