Anche quest’anno non sono mancate le polemiche relative alla Giornata del Ricordo, istituita per commemorare il genocidio istriano-dalmata e l’esodo che ne seguì. In quest’occasione, in particolare, le proteste si sono fatte più accese a causa della proiezione nelle sale cinematografiche e poi sulla Rai del film “Red Land”.

Ma perché così tanto odio è ancora diffuso nell’ambiente antifascista? Per scoprirlo dobbiamo tornare indietro a quei terribili giorni, in cui le incertezze e la confusione dovute all’armistizio di Cassibile spalancarono le porte alle armate titine, supportate dai partigiani comunisti (e soprattutto dagli angloamericani, che vedevano nella Jugoslavia uno Stato cuscinetto da contrapporre alla penetrazione sovietica verso occidente).

Le divisioni partigiane comuniste colsero l’occasione per instaurare la dittatura del proletariato, sfruttando la collaborazione (che di fatto sarà solo sfruttamento da parte degli slavi) dell’esercito e dei partigiani jugoslavi. Questa alleanza portò, come sappiamo, a divisioni e scontri all’interno del CLN, che culminarono nell’eccidio di Porzus, dove i partigiani bianchi della Brigata Osoppo, rifiutandosi di sottomettersi al comando dell’esercito jugoslavo, furono trucidati dai partigiani italiani comunisti.

Numerosi italiani, ma anche slavi non comunisti, furono prelevati dalle loro case, torturati e in seguito giustiziati e gettati nelle tristemente note cavità carsiche chiamate foibe. Fu una pagina nera, o rossa, della resistenza italiana, tenuta per anni nascosta sotto il velo dell’omertà, poiché la sua conoscenza avrebbe definitivamente spezzato la dicotomia “fascismo cattivo” e “resistenza buona”. L’esodo dalle terre orientali fu ancora osteggiato e demonizzato dai comunisti di allora, i cui eredi oggi predicano l’accoglienza indiscriminata.

Eppure, quegli antifascisti del terzo millennio dovrebbero conoscere la loro storia. In primis, dovrebbero ricordare che la resistenza non fu solo comunista, quindi non devono necessariamente negare o trovare giustificazioni all’eccidio. Inoltre, i comunisti, difficilmente ricordano che Tito fu molto più vicino agli occidentali che al compagno Stalin. Ma ormai con l’incoerenza e l’arroganza di certi ideologi abbiamo fatto il callo.

È giusto che, comunque, la verità non sia inculcata con mezzi di coercizione, come altre cose che sappiamo, ma con la verità storica e obiettiva. Chi nega non deve essere perseguitato, ma educato. E se si ostina a non voler credere, per paura che il suo castello fatto di menzogne crolli, va lasciato bollire nel suo brodo.

E la verità non è la secolare presenza slava in quelle terre, né la giustificata reazione degli slavi stessi ai presunti crimini italiani.

Perché ricordare quei fratelli massacrati o fuggiti non è un atto fascista, ma italiano. Non si tratta di revisionismo ma di verità. E chi non lo accetta, dimostra ancora una volta che essere antifascisti oggi è sinonimo di essere anti-italiani.